Trump usa il lavoro forzato per colpire ancora l’Europa: ecco come


Il 2 giugno l’amministrazione Trump ha alzato ulteriormente la posta nella guerra commerciale con i propri partner globali, annunciando nuove tariffe doganali su 60 economie con una motivazione inedita: la mancata tutela dei lavoratori. 

L’USTR — l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti — ha proposto di imporre dazi aggiuntivi del 10% o del 12,5% sulle importazioni provenienti da 60 economie, tra cui l’Unione europea e il Regno Unito, sostenendo che la loro incapacità di prevenire il commercio di beni prodotti con lavoro forzato grava in modo scorretto sugli scambi commerciali americani.

Greer: “Inaccettabile che i nostri partner ignorino il problema”

A firmare la proposta è Jamieson Greer, attuale rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti e principale artefice della strategia tariffaria dell’amministrazione. Il tono è perentorio. “L’incapacità dei nostri più importanti partner commerciali di affrontare il problema dell’importazione di merci prodotte con il lavoro forzato è inaccettabile”, ha dichiarato Greer in un comunicato ufficiale. “Questo crea una dinamica in cui i lavoratori americani sono costretti a competere a livello globale in condizioni di disparità”, ha aggiunto.

La proposta non è ancora definitiva. I dazi proposti, che variano dal 10% al 12,5% secondo un documento governativo, saranno sottoposti a un periodo di consultazione pubblica prima di una decisione definitiva. Il Congresso e i gruppi di interesse avranno quindi la possibilità di esprimersi prima dell’eventuale entrata in vigore delle tariffe.

Sessanta paesi nel mirino: l’UE è tra i “cattivi speciali”

L’USTR ha affermato che 54 dei 60 paesi coinvolti “non sono riusciti a imporre e a far rispettare efficacemente il divieto di importazione di merci prodotte con il lavoro forzato”. Questo gruppo comprende Cina, Vietnam, Taiwan e Regno Unito. Ma per sei economie — tra cui l’Unione europea — l’accusa è ancora più specifica.

L’Unione europea rientra nel gruppo di economie potenzialmente colpite da un dazio aggiuntivo del 10%, insieme tra gli altri a Regno Unito, Canada, Messico, Taiwan, Indonesia, Pakistan, Argentina, Bangladesh, Cambogia, Ecuador, El Salvador, Guatemala e Malaysia. Un’aliquota più alta, pari al 12,5%, riguarderebbe invece altri partner, tra cui Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda e Nigeria.

Secondo il testo ufficiale dell’USTR, l’UE è tra i sei paesi — assieme a Canada, Ecuador, Indonesia, Messico e Pakistan — che “non sono riusciti ad applicare efficacemente il divieto di importazione di merci prodotte con il lavoro forzato”. Una distinzione che non è solo quantitativa: implica un giudizio di inadempienza più grave rispetto agli altri cinquantaquattro paesi.

Il vero obiettivo: aggirare i blocchi legali 

Al di là della retorica sui diritti dei lavoratori, la mossa ha una precisa logica strategica. 

Il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti sta cercando di rilanciare la propria politica tariffaria dopo le battute d’arresto legali subite dall’amministrazione Trump. L’annuncio dei nuovi dazi arriva alla vigilia della scadenza del 24 luglio dei dazi temporanei introdotti dopo che a febbraio il regime tariffario di Trump basato sull’IEEPA era stato annullato.

In altre parole, Washington cerca un nuovo fondamento giuridico per mantenere pressione tariffaria sull’Europa anche dopo che i tribunali americani hanno bloccato le misure precedenti. La questione potrebbe trasformarsi in un nuovo test per la tenuta dell’intesa commerciale UE-USA, già messa  a dura prova.

Per Bruxelles, il rischio concreto è che l’amministrazione Trump usi il dossier del lavoro forzato come nuova base giuridica per mantenere o ampliare la pressione tariffaria. La base legale utilizzata è la Section 301 del Trade Act del 1974, lo strumento che consente a Washington di reagire a pratiche commerciali considerate sleali o discriminatorie.

Non mancano, tuttavia, alcune esenzioni degne di nota: i dazi proposti prevedono diverse eccezioni, tra cui carne bovina, caffè e alcuni tipi di frutta secca.

La risposta di Bruxelles: “Un accordo è un accordo”

La Commissione europea non ha tardato a replicare, con toni fermi ma diplomatici. Il portavoce per il Commercio, Olof Gill, ha respinto le accuse americane ricordando gli impegni già presi e i meccanismi già attivi sul fronte della tutela del lavoro. “La Commissione ritiene ingiustificati i dazi imposti dagli Stati Uniti d’America” sui beni ritenuti frutto di lavoro forzato, ha dichiarato il portavoce.

Bruxelles non solo difende la propria credibilità di partner affidabile, ma richiama Washington al rispetto degli accordi sottoscritti: “Un accordo è un accordo: da parte dell’UE, siamo sulla buona strada per garantire l’attuazione degli impegni tariffari della nostra dichiarazione congiunta entro la fine di giugno”, ha sottolineato Gill, riferendosi all’intesa raggiunta a luglio 2025 in Scozia, a Turnberry. E ha aggiunto: “Ci aspettiamo che gli Stati Uniti rispettino pienamente i termini della Dichiarazione congiunta e la Commissione continuerà a garantire la piena tutela degli interessi dell’Unione europea”.

L’UE condivide il principio ma non i mezzi

La posizione europea non è però di chiusura assoluta. Palazzo Berlaymont ha precisato di condividere le preoccupazioni di fondo: “L’Unione europea condivide pienamente le preoccupazioni degli Stati Uniti in merito al lavoro forzato e rimane pienamente impegnata a eliminarlo dalle catene di approvvigionamento globali attraverso azioni concrete”, ha dichiarato Gill.

A sostegno di questa posizione, il portavoce ha ricordato il regolamento europeo del 2024, che prevede il divieto di immettere sul mercato dell’UE tutti i prodotti del lavoro forzato, indipendentemente dalla loro origine: “Uno degli strumenti più ambiziosi del suo genere a livello mondiale”, ha definito la norma Gill. Ciononostante, la Commissione ha chiarito che “analizzerà attentamente i risultati preliminari dell’indagine” americana, ma che — tutto ciò considerato — “l’UE ritiene che i dazi imposti per questi motivi siano ingiustificati”.

Un nuovo capitolo della guerra commerciale

La disputa si inserisce in un quadro di tensioni già molto accese tra le due sponde dell’Atlantico. Nelle settimane precedenti, Trump aveva lanciato un ultimatum a Bruxelles chiedendo di azzerare le tariffe sull’export americano entro il 4 luglio, pena un rialzo dei dazi sul “Made in EU” ben oltre il 15% fissato dagli accordi dello scorso luglio. Con l’introduzione del dossier “lavoro forzato”, Washington sembra ora moltiplicare i fronti del confronto, aggiungendo alla pressione economica anche una dimensione di carattere etico e normativo. Una strategia che, nelle cancellerie europee, viene letta come un tentativo di erodere il terreno negoziale prima di ogni possibile intesa definitiva.


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