Tivat, ex base navale jugoslava, ora perla montenegrina tra le destinazioni più esclusive dell’Adriatico, ospita oggi il vertice tra l’Unione europea e i sei partner dei Balcani occidentali (Montenegro, Albania, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina e Kosovo), in un momento che Bruxelles considera particolarmente favorevole per rilanciare il processo di allargamento. Ovviamente sullo sfondo ci sono le guerre, quella più vicina in Ucraina e quella non meno sentita in Iran, che condizionano ogni confronto sul futuro dell’Europa.
Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, è stato impegnato questa settimana in un tour in tutte le capitali della regione, da Sarajevo a Podgorica, per ribadire quello che a Bruxelles viene definito un messaggio chiaro: l’allargamento resta una priorità strategica dell’Unione e rappresenta un investimento nella sicurezza e nella stabilità del continente. L’Italia è da tempo tra i principali promotori dell’integrazione dei Balcani occidentali nell’Unione europea, impegnandosi affinché ai Paesi della regione sia garantita una prospettiva concreta e credibile di adesione. Oggi però la presidente del Consiglio Meloni non ha partecipato al vertice, come invece era previsto. Era a Reggio Calabria dove presenziava al 212° anniversario dell’Arma dei Carabinieri.
Ampiamente condivisa è la convinzione che l’integrazione dei Balcani occidentali costituisca un investimento strategico per la sicurezza e la stabilità dell’Europa, anche alla luce del contesto internazionale attuale. In questa prospettiva, un’Unione europea pienamente coesa non può prescindere dai Paesi dei Balcani occidentali, dalle loro identità e dal loro patrimonio storico, è la visione di Roma.
A margine del summit si è tenuto un incontro multilaterale tra il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente francese, Emmanuel Macron, e il presidente serbo, Aleksandar Vucic. Nella giornata di ieri Costa, dopo il suo l’incontro con Vucic, aveva affermato che in tempi di “incertezza geopolitica globale e instabilità economica” l’allargamento dell’Ue “non è solo un’opportunità. È una necessità geostrategica per l’Europa”. Stando a quanto riferito da fonti a Bruxelles, tra i 6 Paesi dei Balcani occidentali, Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord e Kosovo risultano pienamente ‘uniformi’ alla politica estera dell’Ue, compreso il capitolo dell’applicazione delle sanzioni contro Russia e Bielorussia imposte a causa delle guerra in Ucraina. Discorso diverso per la Serbia che risulta ‘allineata’ al 63% e fa riscontrare “debolezze e problemi” in alcune aeree, come quella sulla politica estera ma anche dello stato di diritto e di supporto a Mosca.
Montenegro il più vicino all’ingresso
Il Montenegro resta oggi il candidato più vicino all’ingresso nell’Unione europea e viene indicato da Bruxelles come il Paese più avanzato dell’intero processo di allargamento. Ha aperto tutti i capitoli negoziali e ne ha chiusi provvisoriamente circa la metà, mentre a maggio è stato avviato il gruppo tecnico incaricato di preparare il futuro Trattato di adesione. Le autorità di Podgorica puntano a concludere i negoziati entro il 2026 e a entrare nell’Ue nel 2028, anche se Bruxelles continua a sottolineare che il calendario dipenderà esclusivamente dall’attuazione delle riforme.
Anche l’Albania in pole
Subito dietro c’è l’Albania, che insieme al Montenegro rappresenta il principale successo della politica di allargamento dell’ultimo periodo. Tirana ha aperto tutti i cluster negoziali e ha recentemente raggiunto gli obiettivi intermedi del primo cluster dedicato ai cosiddetti “fondamentali”, che comprendono stato di diritto, riforma della giustizia e pubblica amministrazione. Per diversi funzionari europei è il Paese che sta registrando i progressi piu’ rapidi nell’adeguamento all’acquis comunitario
La Serbia e gli ostacoli politici
La Serbia negozia l’adesione dal 2014 ma continua a scontrarsi con una serie di ostacoli politici. Restano aperte le questioni relative al dialogo con il Kosovo, allo stato di diritto e soprattutto all’allineamento alla politica estera dell’Ue. Secondo il Servizio europeo per l’azione esterna, Belgrado si allinea oggi solo per il 63% alle posizioni comuni europee, una percentuale nettamente inferiore a quella degli altri partner balcanici.
La Macedonia del Nord e le dispute con Grecia e Bulgaria
La Macedonia del Nord continua invece a pagare le conseguenze delle dispute bilaterali con gli Stati membri. Dopo aver risolto il lungo contenzioso sul nome con la Grecia, Skopje è ora bloccata dalle richieste della Bulgaria, che chiede modifiche costituzionali prima di consentire ulteriori passi avanti nel processo negoziale. Bruxelles continua a sollecitare il governo macedone ad attuare gli impegni concordati per sbloccare il percorso europeo.
La Bosnia-Erzegovina ancora indietro sullo stato di diritto
Più indietro si trova la Bosnia-Erzegovina, che pur avendo ottenuto l’apertura dei negoziati deve ancora affrontare profonde divisioni interne e numerose riforme richieste dall’Ue. Bruxelles considera il Paese un candidato strategico ma continua a sottolineare la necessità di progressi sul funzionamento delle istituzioni, sullo stato di diritto e sulle riforme economiche.
Kosovo, il candidato più distante
Il Kosovo resta infine il candidato più distante dall’adesione. Ha presentato domanda di ingresso nell’Unione nel 2022, ma il Consiglio non ha ancora avviato formalmente l’esame della candidatura e il mancato riconoscimento dell’indipendenza da parte di cinque Stati membri continua a rappresentare un ostacolo politico significativo.
Il fattore Ucraina
Infine c’è il fattore Ucraina. Tutti la vogliono nell’Ue (ora che non c’è più Orban al tavolo dei Ventisette) ma nessuno è disposto a bruciare tappe o a favorire un trattamento privilegiato rispetto ai Balcani occidentali. È anche la linea italiana. Nei giorni scorsi Merz aveva proposto di concedere a Kiev il titolo di “membro associato dell’Ue”. Ma l’idea è stata respinta dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Francia e Germania hanno intanto elaborato una proposta per un processo di integrazione graduale “basato sul merito” in cui propongono di semplificare il processo di adesione, attraverso l’eliminazione di alcune procedure eccessivamente formali e la fusione di alcuni passaggi. I due governi invitano la Commissione “a presentare proposte per facilitare l’integrazione graduale dei Paesi candidati nel loro percorso verso l’adesione all’Ue”. Tra queste, il rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza e difesa; la partecipazione ai programmi Ue e un’integrazione settoriale al mercato unico.
Stallo sulla nomina dell’Alto rappresentante, figura di garanzia dopo guerra in Bosnia
Gli Stati Uniti hanno avvertito che potrebbero riconsiderare il proprio ruolo in Bosnia-Erzegovina dopo il mancato accordo sulla nomina del nuovo Alto rappresentante internazionale incaricato di vigilare sull’attuazione degli accordi di pace di Dayton.
Il Pic, Consiglio per l’attuazione della pace, organismo che riunisce tra gli altri Stati Uniti, Russia, Turchia, Giappone e numerosi Paesi europei, non è riuscito questa settimana a trovare un’intesa sul successore del diplomatico tedesco Christian Schmidt, che ha rassegnato le dimissioni a metà maggio. In un messaggio pubblicato su X, l’ambasciata statunitense a Sarajevo ha attribuito lo stallo alle divisioni europee, affermando che “l’indecisione europea e la rinuncia del Pic ad assumersi le proprie responsabilita’ nei confronti della Bosnia-Erzegovina stanno costringendo gli Stati Uniti a riconsiderare il loro ruolo nell’attuale presenza internazionale nel Paese”.
Washington aveva sostenuto con forza la candidatura del diplomatico italiano Antonio Zanardi Landi, ex ambasciatore a Mosca e Belgrado, appoggiata personalmente dal segretario di Stato Marco Rubio davanti al Congresso americano. La Francia spinge invece per René Troccaz, inviato speciale della Francia per i Balcani occidentali, che gode del sostegno del Regno Unito e della Germania. Secondo gli Stati Uniti, il mancato consenso tra i partner europei ha impedito al Pic di adempiere al proprio compito di designare un nuovo Alto rappresentante.
L’Alto rappresentante è la figura incaricata di supervisionare l’applicazione dell’Accordo di Dayton del 1995, che pose fine alla guerra in Bosnia. Il suo ufficio dispone di ampi poteri, inclusa la possibilita’ di annullare decisioni delle autorita’ locali e rimuovere funzionari pubblici. Lo stesso Schmidt ha dichiarato che le consultazioni per individuare il suo successore proseguiranno fino alla fine di giugno. Secondo indiscrezioni riportate da media internazionali e regionali, la sua uscita di scena non sarebbe stata del tutto volontaria e Washington avrebbe favorito un cambio al vertice per insediare una figura piu’ vicina alle priorita’ della politica estera americana.
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