L’Europa spende sempre di più in difesa, ma continua a comprare americano. È questa, in sintesi, la fotografia impietosa che emerge dal briefing pubblicato dal Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo (EPRS) sullo sviluppo congiunto delle capacità difensive dell’Unione. Un documento che, secondo l’autore Sebastian Clapp, al di là del linguaggio tecnico e istituzionale, rivela contraddizioni profonde e punti critici che nessuna somma di miliardi, da sola, è in grado di risolvere.
I numeri: tanti soldi e poca efficienza.
Nel 2025 i Paesi membri dell’UE hanno raggiunto una spesa complessiva stimata in 381 miliardi di euro, pari al 2,1% del PIL. Una cifra in forte crescita, ma ancora lontanissima dai 910 miliardi di euro equivalenti spesi dagli Stati Uniti, che destinano alla difesa il 3,2% del loro PIL. Al vertice NATO dell’Aia è stato fissato un nuovo obiettivo ancora più ambizioso: il 5% del PIL entro il 2035. Tutti gli alleati, tranne la Spagna, si sono impegnati a rispettarlo.
Il punto critico, però, non è tanto quanto si spende, quanto come si spende. E qui emerge il problema strutturale dell’Europa: i 27 Paesi membri gestiscono 27 bilanci della difesa separati, 27 processi di acquisizione distinti, e hanno messo in campo oltre 150 sistemi d’arma diversi, contro la manciata di piattaforme standardizzate utilizzate dagli americani. Il risultato è una frammentazione enorme, con duplicazioni costose, problemi di interoperabilità e un potere contrattuale collettivo che rimane molto al di sotto del suo potenziale. Secondo una stima dell’EPRS, il costo di questa mancata integrazione oscilla tra i 18 e i 57 miliardi di euro l’anno.
Cosa l’Europa non sa fare da sola.
Il rapporto elenca con chirurgica precisione i vuoti capacitivi dell’industria della difesa europea, e sono vuoti significativi. L’UE non produce droni a media quota e lunga autonomia (i cosiddetti MALE UAV), non dispone di missili balistici tattici propri, non ha razzi d’artiglieria a lungo raggio. Ma il punto più scottante riguarda i caccia di quinta generazione: l’Europa vola ancora con ottimi aerei di generazione 4,5 , Eurofighter Typhoon, Rafale e Gripen , ma nessuno di questi incorpora le caratteristiche complete dei sistemi di quinta generazione. E così un numero crescente di paesi europei ha scelto di acquistare l’F-35 americano di Lockheed Martin.
I programmi europei di nuova generazione , il Future Combat Air System (FCAS) e il Global Combat Air Programme (GCAP) , esistono sulla carta, ma non entreranno in servizio prima della metà degli anni Trenta. E nel caso del FCAS, il rapporto usa parole inequivocabili: il progetto è considerato dagli analisti sostanzialmente “morto”, paralizzato dai litigi tra Dassault e Airbus Germania sulla ripartizione del lavoro industriale.
La dipendenza dagli USA si estende anche ad altri settori critici: la difesa missilistica (con il sistema Patriot di Raytheon ampiamente adottato al posto degli equivalenti europei), il trasporto aereo strategico per i carichi pesanti (il C-17 Boeing contro l’A400M Airbus, che non raggiunge le stesse prestazioni per certi tipi di cargo), l’intelligence satellitare. In quest’ultimo campo il divario è abissale: gli USA operano 246 satelliti militari contro i 49 dei Paesi europei della NATO.
L’UE non è rimasta ferma. Negli ultimi anni ha costruito un arsenale di strumenti finanziari e politici per promuovere la cooperazione: il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) da 8 miliardi di euro, il programma EDIP da 1,5 miliardi approvato nel marzo 2026, lo strumento SAFE da 150 miliardi per i prestiti, la Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) con 74 progetti attivi tra 26 paesi. La Commissione ha presentato una strategia industriale della difesa, una roadmap per la prontezza operativa al 2030, un piano ReArm Europe da 800 miliardi.
Il punto critico, però, è che solo il 18% degli investimenti nei programmi di difesa è di natura collaborativa. Il restante 82% rimane frammentato su base nazionale. E quando i programmi congiunti vengono avviati, le difficoltà di governance diventano rapidamente insormontabili: bisogna concordare specifiche tecniche, ripartizione industriale, diritti di proprietà intellettuale, politiche di esportazione. I governi nazionali tendono a proteggere le proprie industrie, i contratti vengono assegnati in base a equilibri politici più che a criteri di efficienza, e le divergenze strategiche tra Paesi , chi guarda prevalentemente alla NATO, chi vuole autonomia europea, chi teme la Russia, chi no , rendono ogni decisione comune un percorso ad ostacoli.
Il Parlamento europeo chiede più integrazione. I governi frenano.
Non mancano le voci istituzionali che chiedono una svolta. Il Parlamento Europeo ha approvato diverse risoluzioni nel 2025 e nel 2026 in cui chiede più coordinamento a livello europeo, appalti congiunti, un principio “buy European” negli acquisti della difesa, e la creazione di un vero mercato unico della difesa. Ha anche denunciato i ritardi nell’implementazione della roadmap 2030.
Ma è significativo che il Consiglio europeo dell’ottobre 2025 abbia rifiutato di avallare la roadmap della Commissione, preferendo rafforzare il ruolo dell’Agenzia Europea per la Difesa , un organismo intergovernativo , piuttosto che cedere ulteriori competenze alle istituzioni comunitarie. Un segnale chiaro: i governi nazionali vogliono tenere le mani libere sulla difesa, e non intendono cedere sovranità nemmeno di fronte a un contesto di sicurezza che si deteriora rapidamente.
Il paradosso è evidente: l’Europa sa che da sola, paese per paese, non può colmare i gap rispetto agli USA e non può ridurre la propria dipendenza da Washington. Ma la volontà politica di fare il salto verso una vera integrazione della difesa continua a scontrarsi con gli interessi nazionali, i veti incrociati e le rivalità industriali. Nel frattempo, i miliardi si spendono , e in larga parte finiscono oltreoceano.
foto Dipartimento della Difesa americano /Army Maj. Robert Fellingham
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Gabriele Frongia
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