Foreign fighter… contractor… mercenario… è stata chiamata in tanti modi la scelta di vita di Alex Pineschi. Lui non c’è più e sapeva bene che se fosse tornato in Italia ad attenderlo, probabilmente, c’era un avviso di garanzia. Un altro fascicolo come quello archiviato a seguito di indagini che portarono a stabilire che non aveva retribuzione come combattente in Kurdistan ma solo per l’addestramento delle popolazioni locali.
Alcune sere fa, in chat con mio figlio, poco prima del “ciao, buonanotte…” poche parole fulminanti “è moto Alex Pineschi. Ex collega, era andato volontario a combattere in Ucraina”. Segue una foto e mi accorgo che è quasi un suo coetaneo. Non è il primo e qualcosa si incrina dentro.
Chi era Alex Pineschi. Un militare di elevata caratura. Un passato in reparti d’élite: ex militare dell’Ottavo Reggimento Alpini. Impegnato nella lotta al terrorismo in medio oriente. Aveva già rischiato la vita in Iraq, a Kirkuk e Mosul, addestrando le forze locali contro la minaccia dell’Isis. E adesso in Ucraina, con un contratto regolare nelle forze speciali e nella gestione di unità droni, cadendo sul campo a Liman.
La legge italiana è chiara e severa: un cittadino non può combattere per un altro Stato senza autorizzazione, e chi lo fa rischia pene pesanti. È una normativa anche oggi più che mai viva dato che è stata ricordata al Consolato Ucraino che, nel 2022, aveva proposto di reclutare volontari per la guerra, con un post sulla propria pagina Facebook. Il post fu poi cancellato: l’iniziativa era in chiaro contrasto con il nostro ordinamento. Pare che alcune piattaforme offrano ancora questa possibilità.
Ma dentro quella cornice rigida ci sono persone reali, con storie, motivazioni, fragilità. E quando uno di loro muore, ci poniamo tante domande. Improvvisamente, la guerra in Ucraina smette di essere solo una drammatica pagina di geopolitica e diventa la storia di un nostro ragazzo. Pineschi non è il primo Italiano a cadere su quel fronte. Ognuno con storie diverse. E di questi ragazzi si deve dire qualcosa. È importante scardinare i cliché, perché spesso, con ignoranza, vengono qualificati come mercenari. I mercenari che combattono per soldi. Alex non combatteva per soldi.
Era una chiamata della coscienza, il rifiuto di guardare la storia scorrere da spettatori sul divano. Esiste un senso del dovere geometrico, l’idea che certe minacce vadano fermate “prima che bussino alle porte di casa nostra”. La professionalità delle armi: Per molti ex militari, l’addestramento e il combattimento sono una vocazione totalizzante. Lo stesso Pineschi, in un video sui social, ricordava lucidamente il difficile ritorno alla normalità: “Nessuno ti insegna a ritornare da una guerra”. Ma questo è altro discorso.
Come lui, anche altri sono partiti per combattere in Ucraina. Alcuni, come Antonio Omar Dridi (35 anni), Benjamin Giorgio Galli (27 anni), Luca Cecca (34 anni) sono andati e non sono più tornati. E media e i canali istituzionali ucraini ricordano anche altri ragazzi come Manuel Mameli o Thomas D’Alba, a conferma che quello dei volontari italiani a Kiev è un filo rosso tragico ma costante. Ma i contratti con le forze armate ucraine o la difesa privata in teatro di guerra non arricchiscono; il rischio supera di gran lunga il guadagno materiale. Parliamo di compensi che, leggo, raramente raggiungono i 1.500 euro al mese. Cifre che accompagnano un rischio estremo.
Li muove una causa morale, competenze che possono salvare vite, e l’idea insopportabile di restare a guardare. Giovani uomini con un codice personale, spesso molto rigido, un senso di fratellanza verso chi combatte, un cuore enorme e una lucidità che pochi hanno. È una morale che sentiamo vicina e pur tuttavia è contraria alla legge. E proprio qui, il confine diviene sottile, la ratio stessa della norma sembra ritrarsi, come sovrastata dalla nostra coscienza.
Perché le leggi che vietano ai cittadini italiani di arruolarsi sotto bandiere straniere nascono da un principio sacrosanto e assolutamente giusto: proteggere lo Stato. Queste disposizioni, in sostanza, sono volte a impedire che il gesto di un singolo individuo possa, di fatto, avere conseguenze per l’intera nazione compromettendo i rapporti diplomatici o finanche portando a una guerra non dichiarata. È una barriera giuridica a difesa della neutralità e della sicurezza collettiva.
Oggi tuttavia questa barriera sembra scontrarsi continuamente con la realtà geopolitica. Da febbraio 2022, l’Italia firma l’invio di armi a Kiev. Dunque politicamente e culturalmente, lo Stato Italiano ha decretato chi sia l’aggredito e chi l’aggressore. Abbiamo stabilito, come collettività, che la resistenza ucraina sia una causa giusta, una difesa dei valori occidentali. E la ratio legis vacilla. A livello logico e giuridico diviene difficile sostenere che, se lo Stato finanzia armamenti all’Ucraina è geopolitica, ma se un italiano decide di mettere la propria vita e la propria esperienza al servizio di quegli armamenti commette crimine.
L’ordinamento agisce con la freddezza del diritto: gli articoli 244 e 288 del codice penale sono chiarissimi. Ma la condotta astrattamente prevista nel codice perde in gran parte la connotazione riprovevole che solitamente accompagna la genesi delle norme penali. Alex Pineschi, nei fatti, stava traducendo in azione pratica la linea politica del paese. Questi giovani uomini non sono schegge impazzite sono espressione essi stessi di un paese che ha scelto da che parte stare. Ma il paese, se tornano vivi, è pronto a processarli. Se non tornano, come Alex, Benjamin, Antonio o Luca, nessun onore viene loro tributato. Eppure sono caduti per una causa condivisa. Questo silenzio può forse essere rotto senza rischiare l’apologia di reato.
La scelta di Alex Pineschi e dei suoi compagni non può essere archiviata come un banale “incidente di percorso” di qualche idealista fuorilegge. È extra ordinem? Sì. Può essere discutibile? Sì, ma solo in astratto. Rimane una scelta di coraggio assoluto. Uomini che hanno rifiutato di applaudire la resistenza dal divano e hanno deciso di pagare il prezzo della coerenza con la vita. Di fronte al loro sacrificio, la rigidità dei codici si ferma. Resta il calcolo rigoroso di un dovere interiore.
Resta il dolore delle famiglie, una foto nella chat, e la contezza che questi uomini, pur non essendo dalla parte del diritto, avevano già scelto la parte giusta della storia. E chi è andato dall’altra parte? Chi ha scelto le fila dell’esercito russo? Contro il diritto ma anche contro la politica. Anche tra questi c’è chi non è tornato. Uomini come Edy Ongaro o Elia Putzolu, caduti nel Donbass con addosso le insegne filorusse. Se per Pineschi la ratio della legge vacilla per una spinta morale coerente con l’Occidente, davanti a chi sceglie Mosca la legge dovrebbe ritornare granitica. Non c’è posto per il relativismo: chi indossa quella divisa si schiera con un paese che minaccia la nostra sicurezza. Una scelta capovolta.
Forse il fascino tossico di un’ideologia anti-occidentale o la ricerca di un banco di prova attraverso un idealismo distorto. Per i signori della guerra del Cremlino, quei ragazzi sono stati, e sono, solo carne da cannone utile alla propaganda. E in questo contesto, la legge italiana, con il suo divieto senza sconti, dimostra la sua ferrea lungimiranza e correttezza: evitare che i nostri cittadini diventino strumenti sacrificabili di una potenza ostile. La morte suscita sempre la stessa pietà ma per il diritto la scelta rimane censurabile. Il dramma di vite spezzate esiste, ma resta anche una linea di confine netta, politica e morale, che non si può superare.
La loro memoria sarà quindi diversa e ci costringe a un’analisi spietata. Un paradosso. La scelta di arruolarsi con Mosca esprime apertamente la violazione della logica sottesa alla nostra legge e ai suoi divieti. Ma mi sento di fare anche una lettura diversa: questi ragazzi hanno avuto il tragico coraggio di pagare le proprie idee con il loro corpo. Ed è impossibile non fare un paragone con quello che vediamo di continuo nelle nostre città: piazze che si riempiono di professionisti della protesta, militanti da salotto o teppisti da centro sociale che contestano lo Stato, attaccano le forze
dell’ordine e fanno violenza, ma sempre in un ambiente molto protetto. Lo fanno sapendo che rischiano al massimo una denuncia, difesi dalle garanzie di quella democrazia occidentale che dicono di odiare.
Chi parte per il Donbass, anche dalla parte sbagliata, esce dal salotto. Abbandona l’ipocrisia della guerriglia urbana da tastiera o da corteo autorizzato e va a verificare la solidità delle proprie ideologie nel fango vero, dove si muore sul serio. C’è un abisso tra la viltà protetta di chi sfascia una vetrina a Milano e il realismo tragico di chi finisce in una trincea sotto le bombe.
Questo non rende la loro causa più giusta. Rimane il tradimento del nostro diritto e della nostra sicurezza, ma rende la loro parabola umana infinitamente più seria. La guerra non è un gioco di ruolo per frustrati, è un massacro che non fa sconti a nessuno. Morire non è diverso tra le linee amiche o nemiche. Quando un giovane uomo decide di scambiare le comodità dell’Occidente con la trincea, il freddo e il fuoco di una linea nel Donbass, merita quantomeno il rispetto del racconto e della memoria.
Queste vite non meritano il silenzio, né il giudizio superficiale di chi la guerra l’ha vista solo in televisione. La loro scelta non è leggerezza, ma una spaventosa assunzione di responsabilità. Buon viaggio Alex saranno in tanti a ricordarsi di te e fra tutti, oltre ai tuoi compagni di lotta Ucraini, anche i Peshmerga con i quali hai combattuto l’Isis in Kurdistan, come volontario e non come mercenario. Addio Alex, conservo la tua foto nella chat con mio figlio, con ammirazione e con il rispetto che merita chi sceglie di scrivere la storia con la vita.
Teresa Casamichela, 6 giugno 2026
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