Best of Appunti – Tutte le invenzioni dell’Occidente


Questa ossessione dei «valori universali» di cui noi, fortunati e privilegiati, avremmo la chiave solleva un’altra domanda di cui però non troviamo risposta: a partire da quale momento dei valori che mutano così profondamente da una generazione all’altra possono pretendere all’universalità? Pensiamo solo al «valore» che ha fatto battere d’orgoglio il cuore a molti europei fino almeno alla Seconda Guerra mondiale: il «fardello dell’uomo bianco» cantato da Rudyard Kipling e spiegato da Jules Ferry. Che fine ha fatto?

Manlio Graziano

Dossier: Mafia, Berlusconi e Dell’Utri

Giorgia Meloni ha detto: “L’archiviazione disposta dal Tribunale di Firenze nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993 rappresenta l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile: dopo decenni di indagini e processi, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata”. Questa affermazione è falsa

Uno dei tanti vantaggi che derivano dal seguire la newsletter Appunti è di scoprire cose che qui in Francia, dove sono ospite fisso ormai da quasi trent’anni, non sarei mai venuto a sapere. Alcune più importanti, alcune meno, ma si impara sempre qualcosa.

Così, sono venuto a sapere che il ministro «dell’Istruzione e del Merito» (di cui, confesso, ignoravo l’esistenza, sia del ministro che del ministero che, quando ero a libro paga presso il suddetto, era solo «dell’Istruzione») ha co-editato un libro intitolato nientemeno che Manifesto per l’Occidente, corredato di un sottotitolo in cui si accenna nientemeno che ai «valori universali della nostra cultura».

Alcune considerazioni preliminari, a cominciare dalla scelta del titolo. Un manifesto è, di solito, il programma di qualcosa che si vuole far conoscere e/o che si vuole realizzare.

Marx e Engels scrissero forse il più celebre di tutti per far conoscere la loro idea del comunismo e la loro intenzione di vederlo realizzato; così fecero Filippo Tommaso Marinetti per il futurismo, Tristan Tzara per il dadaismo, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi per l’Europa, e tanti altri, per tante altre belle, e meno belle, idee.

Ergo, i nostri due editor, principiando dal titolo, confondono le acque: se ci basiamo sui dizionari, oggi reperibili perfino online, sembrano volerci far sapere che questo famoso Occidente ancora non c’è, ma ci espongono la loro volontà di vederlo realizzato, con tutto il suo convoglio di valori, addirittura universali.

Forse avrebbero dovuto dire «apologia», come Platone per Socrate? O «elogio»? o «celebrazione»? «glorificazione»? «apoteosi»? Non siamo nella loro testa, ma se sono persuasi che i valori della loro cultura sono «universali», ognuno di questi sostantivi – apologia, elogio, celebrazione etc. – sarebbe stato più che appropriato. Apparentemente, nella loro cultura, benché universale, i dizionari scarseggiano.

Seconda considerazione. Il sottotitolo – «valori universali della nostra cultura» – non può che lasciare perplessi.

Chi ha studiato dirà che la funzione semantica dell’aggettivo «universale» è di qualificatore assoluto, che tende cioè a eliminare i confini, aspirando in una validità globale e astorica il sostantivo che accompagna; «nostra», viceversa, in quanto aggettivo possessivo, introduce un elemento di esclusività, la cui funzione semantica è ancorare il sostantivo a un gruppo specifico e a coordinate spazio-temporali ben definite.

Siccome gli estensori del Manifesto sono persone dotte, non possiamo pensare a una svista così grossolana.

Se è voluto, questo accostamento quasi dadaista di elementi lessicali incomponibili fa sorgere il sospetto che gli estensori avessero un’intenzione seria: affermare che il loro patrimonio culturale poggia su pilastri morali così assoluti da contenere verità antropologiche valide per l’essere umano in quanto tale.

Se così fosse, la parola «Manifesto» sarebbe riabilitata, trattandosi proprio di un programma che deve essere realizzato: i nostri valori sono per ora soltanto nostri, ma devono diventarlo per l’umanità tutta intera.

Quasi un secolo e mezzo fa, un lontano collega francese del ministro italiano, Jules Ferry, esprimeva lo stesso concetto apertis verbis, affermando il «dovere delle razze superiori di civilizzare le razze inferiori».

La terza considerazione è che la necessità di esaltare il senso di appartenenza, cioè l’identità (la «nostra cultura», cioè una cultura di cui noi disponiamo e gli altri, meschini, no), nasce quando quell’identità la si sta perdendo.

Dal libro di uno studioso del cristianesimo, Bernard Green (p. 129), apprendiamo per esempio che la parola Romanitas sarebbe apparsa per la prima volta solo alla fine del III secolo della nostra era, quando l’impero era dilaniato da continue guerre civili: un’invenzione lessicale (e propagandistica) dell’imperatore Massenzio, che, come sappiamo, non gli portò fortuna.

Non si può tener conto delle sorti individuali di tutti gli inventori del concetto di «Occidente», che sono plotoni; a tutti quelli ancora viventi auguriamo comunque di non finire come Massenzio.

La quarta considerazione discende direttamente da quanto testé detto: ci possono essere più inventori per la stessa invenzione? Certo che sì: Antonio Meucci, Alexander Graham Bell e Elisha Gray si contendono il primato dell’invenzione del telefono, e non è un caso unico. Vince chi arriva per primo al traguardo dell’ufficio brevetti.

Questo vale per oggetti come il telefono, l’automobile, la lampadina, l’aspirapolvere etc., ma non per i concetti astratti. L’«Occidente», appunto, ha una moltitudine di padri putativi, molti dei quali in dissenso, anche radicale, tra loro.

Torneremo tra breve su questo aspetto della questione, per nulla secondario. Solo per far momentaneamente spazio a una quinta considerazione. E cioè che la maggior parte degli intellettuali vive di luce riflessa: se c’è un’idea alla moda, che circola e che vende, bisogna saltarci su e navigare con il vento in poppa.

Le idee nuove, originali, controcorrente, non sono redditizie; a meno di non giocare a fare il bastian côntrari, che dice sempre e comunque l’opposto di quel che ci si aspetta, e che accumula fama (e soldi) sulla propria eccentricità e, spesso, sulla propria aggressiva intolleranza per chi lo contraddice.

Se non si è bastian côntrari (non è da tutti, bisogna nascerci), è sempre meglio cavalcare le idee in voga, anche a costo di fare i salti mortali tripli e quadrupli – come quelli che erano stati fascisti al tempo del fascismo, tesserati al PCI al tempo di Baffone, poi maoisti e/o terzomondisti, poi marcusiani, poi nietzschiani, per finire magari cattolici al tempo di Giovanni Paolo II. Alzi la mano chi non ne ha conosciuti (o ne ha sentito parlare).

Oggi, se si parla di «Occidente», si vende. Al di là delle operazioni di propaganda, che di solito rendono ancora di più, questo basta a suscitare tante belle vocazioni.

L’idea del plagio, o anche solo della concorrenza, non sfiora gli alfieri, gli apologeti o semplicemente i cultori dell’«Occidente», ma nemmeno le cassandre che ne paventano il declino o addirittura la fine: essendo intellettuali, ciascuno pensa di essere più bravo del vicino di banco, e dunque rimastica le stesse idee, ma è convinto che il suo bolo sarà migliore di quello degli altri.

Ma entriamo nel merito e torniamo ai tanti «padri putativi» – da non confondere coi rimasticatori di ultima istanza, che sono spesso impotenti a procreare, oppure, nel migliore dei casi, rifuggono la fertilità per mantenere attiva la bilancia costi/benefici.

Quello che alfieri, apologeti o cassandre fingono di ignorare è che gli «Occidenti» riciclati in politica sono tanti, e fanno disordine.

Occorre dire che il vocabolo si presta a essere bistrattato e tirato di qua e di là, perché, anche come concetto geografico, è rimasto impigliato in un limbo di indeterminatezza.

Infatti, mentre i poli hanno fornito ai geografi un criterio definitivo per stabilire la posizione convenzionale del nord e del sud (a cui sfuggono gli alfieri di un altro concetto che vende assai a dispetto della sua vacuità: il «Sud globale»), il meridiano di Greenwich non ha mai prodotto lo stesso risultato per l’ovest e l’est: se così fosse stato, Oxford sarebbe una città occidentale e Cambridge una città orientale; Parigi sarebbe in Oriente e Bordeaux in Occidente.

Questo significa che il riferimento a questi due punti cardinali è sempre soggettivo: per i giapponesi, la Cina è un paese occidentale, mentre per kazaki, kirghizi e tagiki è un paese orientale.

Il passaggio dal soggettivismo geografico al soggettivismo politico è così facilitato. Vediamo qualche esempio illustre.

I russi, che oggi si vorrebbero all’avanguardia del fronte «anti-occidentale», nel 1905 sostenevano, per bocca del principe Sergej Petrovič Trubeckoj, di essere in prima linea nella difesa della civiltà occidentale contro il «pericolo giallo, le nuove orde di mongoli»; e nel 1945, lo ripeterono per bocca del ministro dell’Educazione di Stalin, Vladimir Petrovič Potëmkin, secondo il quale «il popolo russo» aveva salvato «la civiltà occidentale dai barbari asiatici».

Nel 1925, il geografo tedesco Karl Haushofer, nel suo libro Geopolitik des Pazifischen Ozeans, propose una rappresentazione cartografica della «grande antitesi futura tra Occidente e Oriente», con l’Asia e il Pacifico fino alle Hawaii come zona di sovrapposizione dei reciproci interessi (p.283); come è possibile vedere nella carta, per Haushofer, il cuore dell’Occidente erano l’Europa e la Russia e il cuore dell’Oriente erano gli Stati Uniti.

Chi considera Haushofer il «geopolitico di Hitler» è invitato a ricredersi. Infatti, la casa editrice berlinese Buchdruckwerkstätte pubblicò nel 1933 un pamphlet nazista dal titolo Germany’s Fight for Western Civilization: il testo, interamente in inglese, suggerisce che l’obiettivo fosse di dar vita a una sorta di coalition of the willing allo scopo di difendere la «civiltà occidentale» minacciata dal bolscevismo orientale, coalizione di cui la Germania nazista avrebbe ovviamente dovuto essere il perno.

Si noti che, a quel tempo, il termine utilizzato in tedesco non era l’attuale Westen, ma Abendland, la cui connotazione politico-religiosa era stata delineata nel 1918 dallo storico Oswald Spengler in un testo che fece epoca, Il tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes), in cui la crisi della Germania e la crisi dell’Occidente venivano considerate la stessa cosa.

Due anni prima della pubblicazione del libro di Haushofer, nel 1923, nel suo testo Paneuropa, il conte austriaco Richard Coudenhove-Kalergi aveva proposto l’unificazione dell’Europa come sola alternativa all’espansionismo americano e russo; per lui, l’idea che Europa e Stati Uniti potessero far parte dello stesso schieramento geopolitico «occidentale» era semplicemente priva di senso: «Né l’Est né l’Ovest vogliono salvare l’Europa: la Russia vuole conquistarla, l’America vuole comprarla» (p. XI).

Dopo che, nel 1945, America e Russia finirono effettivamente per spartirsi l’Europa, come paventato da Coudenhove, il concetto di «Occidente» divenne proprietà americana, acquisito per diritto di conquista, come molte altre cose.

Presentandolo nei termini della contrapposizione ideologica tra i due «campi» della guerra fredda (con – si noterà – un’inversione totale della rappresentazione «eurasiatica» di Haushofer), divenne il cemento ideologico per stringere i paesi conquistati in Europa in una presunta «comunità di valori e di destini»; proprio come il concetto, altrettanto ideologico, del «comunismo» fu usato dalla Russia, insieme ai carri armati, per cementare il proprio dominio sulla parte di Europa caduta nella sua rete.

Il successo dell’operazione americana fu mediocre. Nel Vecchio continente, il termine veniva usato come una sorta di automatismo irriflesso per definire l’appartenenza – coatta – a uno dei campi della guerra fredda (proprio come la parola «comunismo» al di là della cortina di ferro).

Oppure – ma solo nell’area degli antenati politici dell’attuale ministro dell’Istruzione e del Merito – era usata come rivendicazione; rivendicazione che però spaccava verticalmente in due la nebulosa dell’estrema destra dell’epoca: da una parte, chi si iscriveva in continuità con le ideologie degli anni 1920 e 1930, tanto antiamericane quanto antirusse; dall’altra, chi abbracciava con tale foga la crociata «anticomunista» da aderire alla prospettiva «atlantica».

Il caso più celebre di quest’ultima frazione è il gruppo francese Occident, in palese rottura non solo con le tesi di Haushofer e dell’europeismo fascista, ma anche con lo stesso anti-americanismo tipico dell’idéologie française, ispirato alle tesi di Coudenhove-Kalergi e diventato dottrina di Stato sotto Charles de Gaulle.

In Europa, tuttavia, l’ostacolo più rilevante all’assimilazione del concetto americano di «Occidente» era costituito da una consolidata tradizione culturale, al tempo stesso storica e antropologica, che continuava a identificare l’Occidente con il Vecchio Continente, arrivando al massimo a considerare gli Stati Uniti come una semplice «propaggine» o estensione dell’Europa.

Prendiamo il caso di un intellettuale vecchio stampo, cioè convinto che fosse suo dovere fare onestamente il proprio mestiere: lo storico francese Fernand Braudel. Nella sua Grammaire des civilisations (1963), Braudel è molto circospetto nell’affrontare il tema dell’Occidente, e preferisce parlare di aree culturali, di «spazi continuamente scomponibili in una serie di distretti particolari».

La civiltà detta «occidentale», spiega, è al tempo stesso composta dalla «civiltà americana» (distinta tra Stati Uniti e America Latina), dalla Russia e, beninteso, dall’Europa. Quest’ultima è un insieme di diverse civiltà nazionali (polacca, tedesca, italiana, inglese, francese, etc.), composte a loro volta da sottoinsiemi (Scozia, Irlanda, Catalogna, Sicilia, Paesi Baschi, etc.) che differiscono dall’insieme più grande per costumi, abitudini, abbigliamento, cibo, lingue, etc.

Trattando le civiltà da un punto di vista culturale e non politico, Braudel poteva permettersi di annoverare la Russia tra le «civiltà europee», «saldata all’Occidente», a un’epoca in cui quasi nessuno si sarebbe azzardato a mettere in dubbio la contrapposizione tra un Occidente guidato da Washington e un Oriente guidato da Mosca (p. 54).

Il concetto politico-ideologico di «Occidente» ha finalmente gettato l’ancora nel Vecchio Continente soltanto negli anni 1990: paradossalmente, proprio quando non ce ne sarebbe più stato bisogno, essendo venuta meno la tradizionale contrapposizione Est-Ovest della guerra fredda ormai conclusa.

Invece, quel risultato fu dovuto proprio alla fine della guerra fredda, quando sorse il bisogno, tanto intellettuale quanto psicologico, di ritrovarsi in una nuova compagine di appartenenza dopo la dissoluzione dei confini identitari precedenti.

Il professore americano Samuel Huntington rispose in modo singolarmente brillante a quell’esigenza con il suo libro The Clash of Civilizations, apparso nel 1996, che offriva precisamente un nuovo principio ordinatore globale (il sottotitolo era «and the remaking of the world order»): un mondo suddiviso in differenti «civiltà», ciascuna dotata di una precisa personalità identitaria, separate da confini almeno altrettanto chiari e definiti di quelli che avevano contraddistinto la guerra fredda.

Una simile rappresentazione consentiva al lettore di comprendere chi fosse, a quale schieramento appartenesse e da quale parte si collocassero i suoi nemici, effettivi o potenziali.

Ancora una volta, come per la romanitas, il concetto interveniva a supplire una realtà in via di dissoluzione.

Quello di Huntington era però innanzitutto un progetto politico, un contributo al dibattito in corso all’epoca negli Stati Uniti sul futuro del loro ruolo nelle relazioni internazionali dopo il crollo del pilastro russo: un’alleanza «occidentale», appunto, basata sulla NATO, per far fronte all’emergere della Cina, oppure quello che si chiamerà più tardi il «pivot to Asia», sempre in funzione anticinese, ma abbandonando l’Europa al suo destino e quindi provocandone la frammentazione?

Armato di indomito vigore, sapere enciclopedico e stile inimitabile, Huntington sostenne, lancia in resta, la prima opzione.

Siccome l’«Occidente» di Huntington era innanzitutto un progetto politico, le sue caratteristiche dovevano servire quel progetto. In primo luogo, scegliendo chi ne faceva parte: i paesi NATO meno la Turchia (ovviamente) e i paesi della «cristianità orientale», tutti d’ufficio inseriti nell’orbita di Mosca (dal che discende che, per Huntington, l’Ucraina non ha diritto di essere «occidentale», come neppure la Grecia, Cipro, la Romania e la Bulgaria); erano «occidentali», invece, Australia e Nuova Zelanda perché rispondevano al criterio che faceva del «cristianesimo occidentale… la singola caratteristica più importante della civiltà occidentale» (p. 70).

Si tornava così alla tesi del cristianesimo come “cuore” della civiltà occidentale, cioè al concetto tedesco di Abendland che, secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «è sempre stato brandito come un grido di battaglia, ma sempre accompagnato, in modo implicito o esplicito, all’aggettivo “cristiano”».

Un cristianesimo la cui unità culturale e ideologica sarebbe garantita dall’eredità cattolica «rinvigorita» dall’apporto della Riforma. L’America Latina, dunque, era per Huntington esterna al blocco identitario occidentale (benché «culturalmente prossima») perché terra di un cristianesimo ancora esclusivamente cattolico, indolente e remissivo in quanto beneficiario di una rendita di posizione e della promiscuità con il potere politico; «anche se questo potrebbe cambiare», preconizzava (e si augurava) Huntington, con l’espansione dell’evangelicalesimo protestante (p. 111).

«L’Occidente era Occidente molto prima di essere moderno», scriveva Huntington, fissandone la nascita tra il VIII e il IX secolo – cioè, notiamo, al momento della separazione della Chiesa latina da quella greca originaria e della creazione di un suo romano impero, ovviamente sacro, sotto la protezione dei franchi (notiamo en passant che è la stessa scansione temporale che ne danno Henri Pirenne e Joseph Ratzinger).

Huntington ne riassumeva così gli ingredienti, oltre al fondamentale «cristianesimo occidentale»: l’eredità classica («cioè la filosofia e il razionalismo greco, il diritto romano, il latino e il cristianesimo»), le lingue europee, la separazione tra potere spirituale e temporale, lo stato di diritto, le istituzioni rappresentative e l’individualismo (pp. 69-72).

La tesi di una presunta eredità classica è molto fragile: all’Europa occidentale (geograficamente parlando), quella cattolica, per capirsi, ci vollero secoli prima di riscoprire la lingua greca, per non parlare della sua filosofia, del suo razionalismo e delle sue conoscenze scientifiche; il tutto, tra l’altro, approdato sulle coste dell’Europa occidentale grazie agli arabi, e nonostante i tentativi della Chiesa di impedirne o limitarne la diffusione.

Molti storici, tra cui Jacques Le Goff e lo stesso Braudel, hanno contestato la tesi della continuità tra classicità ed Europa medievale; altri, come Charles Freeman e Catherine Nixey, hanno addirittura portato abbondanti testimonianze sulla responsabilità del cristianesimo, una volta diventato religione dominante, nel fare proprio l’opposto, cioè nel contribuire alla «fine della mentalità occidentale», e addirittura alla «distruzione del mondo classico».

La stessa fragilità la si riscontra nelle altre presunte caratteristiche. A parte la sua versione sempre più maccheronica tramandata dalla Chiesa, il latino classico è morto, frammentandosi in migliaia di dialetti; in più, molte lingue parlate nell’Occidente cristiano non derivano dal latino e altre sono addirittura estranee alla famiglia indoeuropea.

Il diritto romano, per parte sua, è tutt’altro che esclusivo e coesiste con altre forme di diritto. La separazione tra potere spirituale e temporale, poi, è estremamente recente, non ha lo stesso significato in Francia e negli Stati Uniti, e in alcuni paesi occidentali (Inghilterra, Grecia, Islanda, Danimarca, Malta) non c’è proprio nessuna separazione.

Anche lo stato di diritto e la rappresentatività sono due caratteristiche storicamente molto recenti, di certo non riscontrabili nell’VIII e IX secolo; e sono anche, oltre che molto imperfette, continuamente soggette a essere rimesse in discussione (una volta, tutti pensavano alla repubblica di Weimar o allo Statuto albertino; oggi il processo si svolge sotto i nostri occhi proprio nel paese che si è vantato per decenni di essere il faro della democrazia nonché il leader dell’Occidente).

Ma lasciamo Samuel Huntington e la sua zoppa tassonomia dell’«Occidente» per tornare alla questione dei «valori universali» di cui noi dovremmo sentirci fieri.

La lista è sempre la solita, e la ritroviamo ripetuta nel Manifesto: bene comune, democrazia, dignità umana, libertà, merito, pace.

Lasciamo pure da parte Carl Schmitt – che pure dovrebbe essere per certi versi tra i maîtres à penser del ministro e dei suoi compagni di fede – secondo il quale i valori non esistono in natura, ma sono creazioni soggettive e arbitrarie; e, nello scontro tra di essi, si affermano sempre quelli dei più forti, cioè di coloro che hanno i mezzi per farli valere (p. 53), come ci hanno insegnato gli americani nel 1945.

Concentriamoci piuttosto su alcuni inciampi che la storia ci butta tra i piedi. Per esempio: quali sono i «valori occidentali» che meritano di essere universalizzati?

Le crociate? Quella operazione politico-militare fu un prodotto esclusivo dell’Europa cristiana – cioè dell’«Occidente» secondo la genealogia di Huntington, Pirenne e Ratzinger – il cui valore è oggi rivendicato con orgoglio dal simpatico e brillante segretario alla Guerra americano Pete Hegseth. Per costui, chiunque apprezzi la civiltà occidentale, la libertà e l’uguaglianza davanti alla legge dovrebbe «ringraziare un crociato».

E visto che, nell’entusiasmo delle crociate, i cristiani bruciavano gli ebrei mentre i musulmani li proteggevano, neppure l’antigiudaismo, altro prodotto squisitamente occidentale, dovrebbe turbare troppo l’inquilino del Pentagono; tra l’altro, non solo l’odio religioso per gli ebrei ma anche l’odio razziale è un’invenzione occidentale, la cui paternità, in mancanza di brevetto, si contendono francesi, inglesi e tedeschi.

Un’altra eredità del nostro Occidente è il colonialismo, comprensivo dell’unico vero grand remplacement, quello che ha sterminato le popolazioni indigene nelle Americhe e in Oceania. E poi anche la schiavitù moderna, il razzismo, la segregazione e l’apartheid (queste ultime due pratiche rimaste ufficialmente in vigore negli Stati Uniti fino al 1965). E le due guerre mondiali, scatenate dalle rivalità tra potenze occidentali, in cui nessuna delle parti si è tirata indietro di fronte ai massacri più atroci che la storia conosca.

In questo rapido compendio della storia occidentale fatichiamo a scorgere tracce di quel «bene comune» di cui si fa gran parlare. Di libertà, anche, ne troviamo poca, e comunque selettiva: c’è chi la merita (gli «occidentali», se rigano dritto) e chi no (tutti gli altri); quanto alla dignità umana, non è chiaro dove dovremmo cercarla.

Ma non scarichiamo tutto sulle spalle del passato, assolvendo così il presente per omissione.

Restando alla tanto celebrata «dignità umana», che cosa dovremmo dire, oggi, dei rastrellamenti di immigrati condotti dalla soldataglia mascherata dell’ICE nei luoghi di lavoro, davanti alle scuole, nei quartieri, in cui le persone catturate sono separate dalle loro famiglie, private di garanzie legali, rinchiuse in centri di detenzione e deportate in prigioni straniere dove torture, sevizie e trattamenti degradanti sono pratica regolare?

Che dire del primo ministro più amato dalla sinistra, quel Pedro Sánchez che, nel 2021, ha mandato l’esercito per fermare i migranti davanti alle porte di Ceuta?

O degli accordi firmati dal governo di centro-sinistra italiano nel 2017 con le milizie armate libiche per «trattenere» i migranti africani sul loro suolo, esponendoli ad abusi, torture, stupri, violenze di ogni genere e anche alla morte? E cosa hanno da dirci gli inflessibili difensori della sacralità della vita fin dal concepimento delle 34.902 persone «scomparse» nel Mediterraneo tra il 2014 e il 22 maggio scorso, imbarcatesi soprattutto dalle coste libiche in cerca, semplicemente, di un’esistenza appena un po’ più, appunto, dignitosa?

Questa ossessione dei «valori universali» di cui noi, fortunati e privilegiati, avremmo la chiave solleva un’altra domanda di cui però non troviamo risposta: a partire da quale momento dei valori che mutano così profondamente da una generazione all’altra possono pretendere all’universalità?

Pensiamo solo al «valore» che ha fatto battere d’orgoglio il cuore a molti europei fino almeno alla Seconda Guerra mondiale: il «fardello dell’uomo bianco» cantato da Rudyard Kipling e spiegato da Jules Ferry. Che fine ha fatto?

Ma, di nuovo, lasciamo da parte il passato (anche se i nostalgici degli imperi coloniali sono ancora in circolazione) e avviciniamoci un po’ di più ai nostri giorni: chi ha quarant’anni o più dovrebbe ricordarsi come erano trattati gli omosessuali quando era giovane. Forse si ricorda anche che, all’epoca, ci si sposava di più (un matrimonio ogni 188 abitanti nel 1984 contro uno ogni 340 nel 2024, quasi la metà) e si facevano più figli. E forse anche che si andava a messa tutte le domeniche.

Vale la pena menzionare un altro cambiamento rispetto a quegli anni, che prova che non si va necessariamente sempre peggio: nel 1991, in Italia, si erano registrati quasi duemila omicidi volontari; lo scorso anno, meno di trecento; nel frattempo, sono diminuiti anche tutti gli altri reati, al punto da fare dell’Italia il paese più sicuro d’Europa dopo la Svizzera.

Per quanto gli estensori del Manifesto non lo sappiano, o non vogliano saperlo, anche questo segnala un mutamento di valori. E, per restare in tema, osserviamo che più immigrati ci sono, meno delitti ci sono: non c’è rapporto di causa-effetto, beninteso, ma è un’evidenza empirica che sarebbe bene tenere a mente.

Insomma, molti «valori» di ieri sono svalorizzati oggi; e molti di quelli che sono presentati come tali oggi, di sicuro domani non lo saranno più. In barba all’universalità.

A volte, non c’è nemmeno bisogno di aspettare troppo: quando scoppia una guerra, per esempio (e oggi capita sempre più spesso), il valore supremo – la sacralità della vita umana – diventa un disvalore, perché, in guerra, l’atto più valoroso consiste precisamente nello spegnere il maggior numero di vite umane possibile.

E poi, di valori, ne nascono sempre di nuovi. Per esempio, nel Manifesto di cui è questione qui, il merito fa il suo ingresso nella lista dei valori universali della nostra cultura. Troviamo che sia un’eccellente idea, valorizzare il merito; tuttavia, ci permettiamo di nutrire dubbi sul suo carattere universale, o quanto meno sulla sua applicazione universale.

Per esempio: siamo così sicuri che tutti i ministri che siedono al tavolo insieme al titolare del dicastero dell’Istruzione siano lì solo ed esclusivamente grazie ai loro meriti, e non, magari, tanto per avventurarsi in ipotesi impertinenti, per l’applicazione di un qualche manuale Cencelli 2.0?

Non conosco i ministri italiani, e quindi non mi posso esprimere. Ma conosco i ministri americani (non di persona, dio me ne scampi), il cui unico merito è la disponibilità a strisciare come gasteropodi davanti a Donald Trump, lasciando dietro di sé una bava vischiosa.

Il senatore Giuseppe Valditara dovrebbe saperlo quali sono i meriti dell’allegra truppa alla corte di re Donald; se non lo sa, può chiedere ragguagli alla presidente del Consiglio dei ministri in cui siede anche lui, una frequentatrice di Donald Trump e dei suoi servili valletti. Saperlo, gli permetterebbe forse di correggere il tiro, per evitare di fare del merito, che è un’ottima qualità, una ennesima barzelletta.

Una barzelletta come tutta l’inutile sarabanda attorno a questo Occidente misterioso di cui noi, per grazia divina e volontà della nazione, faremmo parte. Una barzelletta, poi, che non fa nemmeno ridere.

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