Ci sono persone che, davanti al dolore altrui, arretrano di un passo. E poi ci sono quelle che si avvicinano, che “scendono” per calarsi e per avvicinarsi alla ferita degli altri. Elvira Venturella è una di queste. In certi momenti della sua vita lo ha fatto anche appesa a un elicottero con il verricello, mentre sotto c’erano paesi isolati, famiglie sospese, comunità ferite. Ma prima ancora del gesto, in lei c’è sempre stata una postura: quella di chi non distoglie lo sguardo, di chi resta, di chi sceglie di essere presenza quando le parole non bastano più.
Psicologa, tra le fondatrici dell’associazione Psicologi per i Popoli – Emergenza Valle d’Aosta, assieme a Giacomo Marchisio, Myriam Zanini, Veronique Leclerc, Mery Madeo, Valeria Alliod e Lorenzo Prando, Elvira Venturella appartiene a quella schiera discreta di professionisti che lavorano nei luoghi dove la sofferenza arriva all’improvviso e scompagina tutto: un’alluvione, una valanga, un rogo, una tragedia collettiva. “Noi non possiamo scappare nei momenti più disperanti, non possiamo distogliere lo sguardo, in quegli istanti dobbiamo accogliere, capire, sostenere, cercare di essere un punto di riferimento per gli altri”, dice. Ed è in questa frase, la sostanza del suo percorso umano e professionale.
In Valle d’Aosta la storia degli Psicologi per i Popoli emergenza nasce da una ferita. O meglio, da un insieme di ferite: “Siamo nati da una tragedia – racconta Venturella – Il riferimento è all’alluvione dell’autunno 2000, una delle pagine più dolorose della storia recente valdostana. Ma anche a una perdita personale, profondissima, consumata dentro quella stessa catastrofe: sono morti una nostra collega e il suo bambino”. Da lì, da quel dolore che travolgeva case, strade, vite e legami, è nata l’intuizione che non bastasse mettere in salvo i corpi: bisognava occuparsi anche di ciò che restava invisibile, delle crepe interiori, dello smarrimento, della paura.
In quelle ore, Venturella non era ancora, come ama precisare, una psicologa dell’emergenza. Era “una psicologa in emergenza“, perché lavorava in ospedale e si trovò, insieme ad altre colleghe e colleghi, nel mezzo di qualcosa che chiedeva risposte nuove. “L’esperienza dell’alluvione ci ha fatto toccare con mano quanto fosse necessario occuparsi delle persone al di là del primo soccorso”, spiega. “In caserma, dove vennero portate tante famiglie evacuate, l’evidenza fu immediata: c’erano bambini che correvano in mezzo ai camion, genitori stremati, persone ancora incapaci persino di dare un nome a quello che stavano vivendo. Abbiamo pensato che forse diventava prioritario occuparsi di questi bambini, in modo da permettere ai genitori di occuparsi invece della loro tragedia”.
Nacque così uno spazio per loro, uno “spazio gioco“, ma anche uno spazio di respiro, di protezione, di ascolto. Quello che allora sembrava poco, quasi istintivo, sarebbe diventato un metodo, una pratica, una visione. “Allora abbiamo offerto ciò che istintivamente pensavamo fosse utile: stare accanto a chi soffre, con delicatezza, aspettando e rispettando anche lunghi silenzi”. Da quell’esperienza sarebbe nata, l’anno dopo, nel 2001, l’associazione di volontariato. Un nucleo fondatore, ci tiene a sottolinearlo, condiviso e mai solitario: “Se non ci fosse stato quel gruppo di colleghe e colleghi, non ci sarebbe P per P, non ci sarebbe la storia”. E non è un caso che anche il simbolo dell’associazione racconti la stessa idea: tanti omini che si tengono per mano, perché nell’emergenza nessuno si salva davvero da solo e il primo soccorso, spesso, comincia proprio da una presenza condivisa.
Il suo racconto, però, non indulge mai nell’autocelebrazione. Anzi, la smonta. La riporta a terra, nella concretezza dei bisogni, nella lucidità imparata sul campo. Come accadde a Valsavarenche, durante una valanga che aveva isolato il paese. “Mi hanno presa con l’elicottero, lavoravo in pronto soccorso, mi hanno portato su e quando l’elicottero si è avvicinato mi hanno detto: “Scendi””. Nessun atterraggio morbido, nessuna scena da film. Solo neve, urgenza, necessità. E poi quella frase, pronunciata da un uomo del paese, disarmante e memorabile insieme: “Avremmo preferito 50 chili di pane a 50 chili di psicologa”.

Venturella la ricorda con leggerezza, senza offenderne il senso, anzi. La custodisce come una lezione di verità. “Ed era vero – dice -. Loro avevano bisogno del generatore e del pane”. È in questa capacità di stare dentro il paradosso che si vede la sua intelligenza e la sua sensibilità: sapere quanto conti la presenza psicologica, senza mai dimenticare che la sopravvivenza passa prima dal freddo, dalla fame, dalla luce che manca. Eppure, proprio lì, in quel paese isolato, in quel momento spoglio di tutto, c’era già il cuore del suo lavoro: arrivare dove manca qualcosa, anche quando quel qualcosa non è immediatamente riconoscibile. Negli anni, quel lavoro l’avrebbe portata lontano dalla Valle, in altri scenari di trauma collettivo: dal terremoto de L’Aquila, richiamato tra le esperienze più dure affrontate dall’associazione, fino a Crans-Montana, dove all’inizio del 2026 è stata tra gli psicologi valdostani partiti per assistere i familiari delle vittime del rogo di Capodanno. Di quell’intervento ha parlato come di “uno degli interventi più difficili e complessi” della sua vita professionale, mentre al centro di crisi allestito in Svizzera il compito era ancora una volta lo stesso: esserci, reggere l’attesa, costruire un luogo protetto dentro l’inaccettabile.
A rendere ancora più nitido, il suo essere, è forse un altro tratto della sua biografia, meno noto ma decisivo: prima di diventare psicologa, Elvira Venturella è stata maestra. E non in un luogo qualsiasi. Ha insegnato nel quartiere Cogne di Aosta, lo stesso quartiere dove aveva iniziato la scuola e dove era cresciuta. Un ritorno alle origini, quasi un cerchio che si chiude e si riapre. “Io sono nata ad Aosta. Ho fatto le scuole al quartiere Cogne – racconta. E poi, poco dopo la laurea, nel 1975, sono tornata proprio lì, in classe, dalla parte della cattedra”.
Ha insegnato per pochi anni, ma quel passaggio ha lasciato un segno forte. “Mi è dispiaciuto tanto lasciare la scuola, proprio tanto”. Nelle sue parole si sente ancora l’affetto per quel mondo, per i bambini, per l’energia creativa che la scuola sa sprigionare quando è vissuta come relazione e non solo come programma. Non è difficile immaginare che molto del suo modo di stare accanto alle persone – soprattutto ai più piccoli – venga anche da lì, perché, in fondo, il filo è sempre lo stesso: la comunità. Quella che ti forma, quella che ti chiama, quella a cui poi restituisci qualcosa. Venturella l’ha fatto nei consultori, nell’ospedale, nel Nucleo psicologico dell’emergenza, nell’associazione cresciuta “mano nella mano” con i colleghi, tra le fatiche condivise, le decisioni difficili, i silenzi pesanti e quelli necessari, ma sempre con il sostegno reciproco. “Credo di aver lasciato un modus operandi”, dice, evidenziando: “Non mio, quello creato e condiviso con loro”. È una precisazione che la racconta bene. Anche quando riceve riconoscimenti, cerca sempre di spostare il riflettore sul gruppo, sulle donne incontrate, sui colleghi, sulle comunità che le hanno insegnato “il valore profondo della solidarietà, dell’ascolto, dell’appartenere”. Ma accanto alla comunità professionale, nel suo racconto c’è anche la famiglia, come argine e come sorgente. “Questi eventi non coinvolgono mai una persona sola”, dice. “Io ho avuto una prima famiglia con mio figlio, il mio primo marito, che ha condiviso quei momenti difficili. Io dico sempre: supportata e supportando”. E poi la famiglia di oggi, “sempre formata da mio figlio”, insieme al marito attuale. Perché, spiega, “fare lo psicologo dell’emergenza implica un costo e una forza interiore che da qualche parte devi prendere”. Quella forza, aggiunge, si alimenta proprio lì, negli affetti che reggono le partenze improvvise, le assenze non previste, i giorni sottratti alla normalità. Una trama privata senza la quale, forse, non sarebbe stato possibile continuare a dare agli altri ciò che prima qualcuno ha custodito per lei.
C’è una frase, forse più di tutte, che restituisce la sua idea di mestiere e di umanità: “È davvero un bagno nella disperazione altrui, dove devi avere la costanza di essere un punto fermo per gli altri”. In questa immagine c’è il peso, la fatica, la responsabilità e una forma di forza che non somiglia alla durezza. La forza di Elvira Venturella è una forza sensibile, permeabile, capace di commuoversi senza crollare, di partecipare senza appropriarsi del dolore altrui. “Non vergognatevi di partecipare al dolore dell’altro – dice ai più giovani -. Può esserci anche la lacrima, però ricordatevi sempre che non è il nostro dolore, è il loro”.
Forse è per questo che la sua figura resta impressa: perché unisce ciò che raramente si tiene insieme, la delicatezza e la tenacia, la prossimità e la disciplina, la compassione e il rigore. Una donna che ha saputo stare nei luoghi più duri senza perdere la misura dell’umano. Una donna che, quando serviva, è stata davvero calata con il verricello nei punti più scoperti della sofferenza collettiva.
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Sandra Bovo
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