Famiglia nel bosco: la consulenza chiarisce criticità educative e condizioni per un possibile rientro dei minori in famiglia.
Il caso della cosiddetta “famiglia nel bosco” torna all’attenzione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila dopo il deposito della relazione conclusiva della consulenza tecnica d’ufficio. Il documento, redatto nell’ambito del procedimento che riguarda i tre figli di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, aggiorna il quadro valutativo già emerso nei mesi precedenti e apre la fase finale prima della decisione dei giudici, attesa entro poche settimane.
Famiglia nel bosco: depositata la relazione finale della CTU
Si apre un ulteriore capitolo nel procedimento che riguarda la cosiddetta vicenda della famiglia Trevallion-Birmingham, con il deposito della relazione conclusiva della consulenza tecnica d’ufficio firmata dalla psichiatra Simona Ceccoli, come riportato da Repubblica. Il documento, più che introdurre elementi completamente nuovi, risponde alle critiche sollevate dalla difesa e conferma l’impianto delle valutazioni già elaborate nei mesi precedenti.
La consulenza era stata disposta dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila e rappresenta ancora oggi il principale riferimento su cui i giudici baseranno le decisioni relative ai tre figli minori.
Nel testo viene ribadita la solidità professionale delle consulenti incaricate, tra cui la psicologa Valentina Garrapetta, sottolineando che operano da anni in ambito giudiziario e in possesso delle competenze richieste.
La relazione difende anche la metodologia adottata, definita coerente e svolta «in maniera neutrale, in scienza e coscienza», respingendo l’ipotesi di pregiudizi nei confronti dei genitori Nathan Trevallion e Catherine Birmingham. Viene inoltre ricordato che precedenti richieste di ricusazione erano già state respinte dal giudice competente, rafforzando la legittimità dell’incarico.
Famiglia nel bosco, i risultati della perizia: “Educazione lacunosa, bimbi immaturi”
Un’ampia parte della consulenza è dedicata alle modalità di analisi dei minori e alle osservazioni criticate dalla difesa. Le consulenti chiariscono che i test psicodiagnostici non hanno valore assoluto, ma costituiscono solo una componente di un sistema valutativo più ampio, integrato con colloqui clinici e dati anamnestici. Secondo quanto riportato, la combinazione delle diverse fonti di osservazione rappresenta un criterio di attendibilità scientifica, mentre le obiezioni della controparte vengono definite «metodologicamente riduttive».
La relazione affronta anche il tema dei comportamenti familiari e del contesto educativo, richiamando elementi già evidenziati da altri servizi, tra cui l’Azienda sanitaria di Bologna. Alcune criticità nello sviluppo dei bambini vengono collegate allo stile di vita precedente e non alla permanenza in struttura. Al tempo stesso, nel documento si legge l’auspicio che possano crearsi rapidamente le condizioni per un ritorno in famiglia compatibile con il loro benessere: «Auspichiamo un rientro a casa compatibile con il loro benessere».
Le istituzioni, confermano, non puntano a sottrarre i tre minori alla famiglia né a imporre percorsi “rieducativi” esterni al nucleo domestico, ma a ricostruire con precisione il quadro della situazione per individuare e colmare eventuali fragilità. Secondo la perita nominata dal Tribunale, la psichiatra Simona Ceccoli, tali criticità non sono marginali, ma riguardano aspetti che incidono in modo significativo sullo sviluppo dei bambini. Dalle valutazioni emerge infatti che gli strumenti educativi adottati da Nathan Trevallion e Catherine Birmingham sarebbero risultati insufficienti a sostenere pienamente la crescita dei tre minori. Le carenze individuate riguardano soprattutto le dimensioni igienico-sanitarie, scolastiche e relazionali, considerate elementi ricorrenti nel quadro complessivo.
Nel documento, come riportato dal Corriere, si leggerebbe: “I bambini — scrivono i periti — sono già arrivati in casa famiglia con carenze di maturità neuropsicologica. Infatti vanno considerate le condizioni dei minori all’ingresso in struttura, caratterizzate da trascuratezza sotto il profilo igienico sanitario ed educativo scolastico, risultando gli stessi privi di adeguate competenze specifiche scolastiche di base, con significative carenze nella capacità di lettura e di scrittura. Inoltre i minori risultano cresciuti in un ambiente caratterizzato da significativo isolamento socio relazionale, con ridotta esposizione a contesti educativi, socializzanti e di inclusione territoriale con carenza di esperienze con coetanei“.
Allo stesso tempo, la consulenza chiarisce che non è intenzione delle istituzioni mantenere i bambini in struttura in modo indefinito, né avallare una separazione permanente dalla famiglia. Tuttavia, alcune contestazioni avanzate dai genitori vengono ritenute non del tutto fondate. Come riportato nel testo, “I tre bambini, pur essendo istituzionalizzati, hanno sempre mantenuto una continuità affettiva e relazionale con la madre presente nella struttura fino al 6.3.2026. È stato altresì garantito il regolare esercizio delle frequentazioni con il padre. I minori hanno inoltre beneficiato della presenza di un caregiver personale stabile, quale figura di riferimento continuativa sotto il profilo assistenziale ed educativo.. I bambini hanno inoltre iniziato un percorso scolastico, e sono ben inseriti nella comunità con gli altri bambini e con gli operatori“.
Infine, le consulenti precisano che il loro lavoro non mira a giudicare le scelte di vita dei genitori, ma a ricostruire il quadro educativo e relazionale dei minori. La vicenda, ora conclusa sul piano peritale, passa al collegio giudicante, che dovrà esprimersi entro poche settimane, con una decisione attesa tra fine giugno e inizio luglio. Nel frattempo, viene ribadito che ogni valutazione resta orientata esclusivamente alla tutela dei diritti dei bambini e al loro equilibrio psicofisico.
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Lucrezia Ciotti
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