La mattina del 6 gennaio 1980, a Palermo, un’automobile Fiat 132 si ferma in via della Libertà. È il giorno dell’Epifania. Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, sta accompagnando la famiglia alla messa. Prima che possa aprire completamente lo sportello, un uomo si avvicina e gli spara a bruciapelo. Le ferite sono mortali. Mattarella muore poco dopo nell’ospedale civile di Villa Sofia, senza aver ripreso conoscenza. Ha quarantatré anni.
Non è un delitto come gli altri, anche se la Sicilia di quegli anni è abituata al sangue. Quello che viene ucciso in via della Libertà è qualcosa di più raro e più prezioso di un semplice uomo di potere: è un politico che aveva deciso di fare sul serio. Un democristiano che aveva scelto di sfidare la mafia dall’interno delle istituzioni, nella terra dove le istituzioni e la mafia da decenni si toccano, si sovrappongono, si confondono. La sua morte manda un messaggio preciso, scritto con il linguaggio che Cosa Nostra conosce meglio.
Per capire chi era Piersanti Mattarella bisogna capire chi era suo padre. Bernardo Mattarella fu uno dei fondatori della Democrazia Cristiana in Sicilia, ministro della Repubblica in più legislature, uomo di potere nel senso più pieno e meno neutrale del termine. Attorno a lui aleggiarono per anni sospetti di collusione con ambienti mafiosi, sospetti che non si tradussero mai in condanne ma che pesarono sulla sua figura pubblica. Crescere come figlio di Bernardo Mattarella nella Palermo del dopoguerra significava respirare fin dall’infanzia quell’aria densa dove politica, chiesa, economia criminale e clientelismo si mescolavano senza soluzione di continuità.
«Voleva cambiare la Sicilia dall’interno. E fu per questo, esattamente per questo, che lo uccisero.»
Eppure Piersanti fece una scelta diversa. Formatosi nella Fuci, l’associazione universitaria cattolica che aveva già dato alla Repubblica personalità come Aldo Moro e Giorgio La Pira, assorbì una visione del cattolicesimo politico che metteva al centro la questione morale e la responsabilità pubblica. Non era ingenuità: conosceva il mondo in cui operava meglio di chiunque altro. Era una scelta consapevole, e proprio per questo più pericolosa.
Quando nel 1978 diventa presidente della Regione Siciliana, Mattarella porta con sé un programma di risanamento che suona come una dichiarazione di guerra a pezzi interi del sistema di potere isolano. Vuole riformare gli appalti pubblici, sottrarre le gare ai meccanismi che le trasformano in rendite garantite per le cosche. Vuole introdurre criteri di trasparenza nell’amministrazione regionale. Vuole, in sostanza, che le leggi dello Stato valgano davvero anche in Sicilia. È una battaglia che sa di iniziare in salita, e che combatte sapendo di essere guardato con ostilità da molti lati contemporaneamente.
La Sicilia Del 1980
Per comprendere la portata di ciò che Mattarella stava tentando, occorre tenere a mente il panorama in cui si muoveva. Agli inizi degli anni Ottanta, Cosa Nostra è nel pieno di una fase di espansione e di violenza senza precedenti. La seconda guerra di mafia è imminente: i Corleonesi di Totò Riina stanno per affermare la loro supremazia eliminando chiunque si frapponga al loro progetto egemonico, dentro e fuori l’organizzazione. Il narcotraffico ha moltiplicato le risorse disponibili. L’intreccio con la politica, già solido, si è fatto ancora più strutturale.
In questo contesto, un presidente di regione che cerca davvero di ripulire il sistema degli appalti non è semplicemente un avversario politico: è una minaccia esistenziale per un meccanismo di arricchimento e di controllo del territorio che muove miliardi. Le sentenze dei processi successivi, a partire dal maxi-processo del 1986 istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, contribuiranno a fare chiarezza su chi ordinò e chi eseguì quell’omicidio, attribuendolo a Cosa Nostra con la conferma che si trattò di un delitto eccellente deciso ai vertici dell’organizzazione.
Sulla scena del delitto vengono recuperati dei bossoli di calibro 38. Gli inquirenti raccolgono testimonianze di chi si trovava nelle vicinanze. Nei mesi e negli anni successivi emergeranno nomi e responsabilità, ma come spesso accade per i delitti politici siciliani di quel periodo, il percorso giudiziario si rivelerà lungo, tortuoso e non sempre appagante. Quello che resterà è la chiarezza del movente: Mattarella fu ucciso perché stava dando fastidio a chi non tollerava di essere disturbato.
«La mafia non uccide per odio. Uccide per necessità. E Mattarella era diventato necessario eliminare.»
La Pista Nera e Le Ombre Irrisolte
Uno degli aspetti più inquietanti e controversi della vicenda riguarda la possibile presenza di elementi neofascisti nell’esecuzione materiale del delitto. Alcune testimonianze raccolte nell’immediatezza dei fatti sembrarono indicare che il killer avesse lineamenti e caratteristiche che mal si accordavano con il profilo del sicario mafioso tradizionale. Questa pista portò per un certo periodo gli investigatori a esplorare i collegamenti tra Cosa Nostra e l’eversione nera, un intreccio che nei cosiddetti anni di piombo aveva già prodotto accordi opachi e complicità imbarazzanti.
L’ipotesi di una convergenza tra mafia e terrorismo di destra — non nuova per la storia criminale italiana di quegli anni — rimase a lungo uno dei filoni dell’inchiesta. I Nuclei Armati Rivoluzionari, il gruppo neofascista responsabile della strage alla stazione di Bologna appena sette mesi dopo, furono indicati da alcuni come possibili esecutori materiali o complici nell’organizzazione dell’agguato. Nessuna condanna definitiva stabilì tuttavia questo collegamento in modo incontrovertibile. La verità processuale e la verità storica non sempre coincidono, e il caso Mattarella è uno di quelli in cui il divario tra le due rimane aperto e doloroso.
Quel che i processi stabilirono con certezza è che la decisione di uccidere Mattarella fu presa da Cosa Nostra, che la mafia aveva un movente preciso e urgente per farlo, e che l’esecuzione fu un omicidio politico nel senso più pieno del termine: un atto volto non solo a eliminare un individuo scomodo, ma a mandare un segnale all’intero sistema politico siciliano su dove fossero i confini del tollerabile.
Un fratello, una famiglia, una memoria
Tra i presenti in quella Fiat 132 in via della Libertà c’era anche Sergio Mattarella, fratello minore di Piersanti, che aveva accompagnato la famiglia alla messa. Ha trentotto anni, e da quel giorno la sua vita — e la sua scelta di continuare a fare politica — porta il peso di quella mattina impressa nella memoria. Sarà ministro, sarà giudice della Corte Costituzionale, sarà infine eletto due volte Presidente della Repubblica Italiana. Il suo rifiuto di lasciare la scena pubblica dopo l’assassinio del fratello è esso stesso un atto politico, una risposta silenziosa e tenace alla logica dell’intimidazione.
La famiglia Mattarella portò a lungo una ferita che non si chiude facilmente. Maria Fasulo, la vedova di Piersanti, rilasciò nel corso degli anni interviste in cui espresse la frustrazione per una verità giudiziaria che non riusciva a essere completa, per responsabilità che sembravano sempre sfuggire all’ultimo momento al pieno accertamento. È la condizione comune di troppe famiglie di vittime di quegli anni: sapere senza poter dimostrare, attendere una giustizia che arriva a metà.
«Suo fratello Sergio portò quel giorno con sé per tutta la vita. E scelse di restare.»
il significato politico di un’uccisione
L’omicidio di Piersanti Mattarella si inserisce in una sequenza di delitti eccellenti che segnano gli anni tra la fine dei Settanta e i primi anni Ottanta come un momento di massima aggressività di Cosa Nostra verso lo Stato. Nel 1979 erano stati uccisi il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova e il presidente della Regione in carica Michele Reina. Nel 1982 toccherà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, e al segretario regionale del PCI Pio La Torre. È una strategia di destabilizzazione e di intimidazione sistematica, diretta contro chi cerca di rompere gli equilibri su cui si regge il potere mafioso.
In questo senso Mattarella non è un caso isolato: è parte di una lista, di un elenco che Cosa Nostra redige e esegue con freddezza. Ma nella specificità del suo caso c’è qualcosa di ulteriore: egli era un democristiano che cercava di riformare la DC siciliana dal di dentro, di tagliare i fili che legavano il suo partito agli interessi criminali. Era, in altri termini, il nemico più pericoloso: quello che agisce dall’interno, che conosce i meccanismi e li vuole smontare senza abbandonare il campo.
La sua morte mise a nudo una contraddizione che il sistema politico italiano avrebbe continuato a non risolvere per molti anni ancora: era possibile riformare davvero la Sicilia restando all’interno delle logiche di un partito che in quella regione aveva costruito il suo predominio anche grazie a relazioni opache con il potere criminale? Mattarella credeva di sì, e pagò con la vita quella convinzione. I fatti successivi avrebbero dimostrato quanto quella scommessa fosse difficile, quanto il prezzo da pagare fosse alto, quanto lungo e accidentato fosse il cammino verso uno Stato che tenesse fino in fondo.
la memoria e il suo peso
Oggi Piersanti Mattarella è ricordato come uno dei martiri della lotta alla mafia, insieme a Falcone, Borsellino, La Torre, Dalla Chiesa e agli altri che pagarono con la vita la scelta di non cedere. Palermo gli ha dedicato strade e targhe commemorative; la Repubblica ne ha onorato la memoria in molte forme ufficiali. Eppure c’è qualcosa di irriducibile nella sua figura che sfugge alla retorica delle commemorazioni.
Mattarella non fu un eroe nel senso cinematografico del termine. Non era un magistrato che solitariamente sfidava il crimine organizzato. Era un politico — con tutto ciò che questo comporta, comprese le ambiguità, i compromessi, le appartenenze di partito — che aveva scelto di usare gli strumenti della politica per fare qualcosa di concreto. La sua battaglia era istituzionale, quotidiana, fatta di regolamenti e procedure amministrative, di gare d’appalto e delibere regionali. È proprio questa normalità, questa ostinata banalità del bene nell’accezione più alta, che rende la sua morte così grave nel suo significato.
Ucciderlo voleva dire dire che nemmeno quello era permesso. Che anche il tentativo modesto e legale di applicare le regole era inaccettabile. Che lo Stato, in Sicilia, poteva tollerare la corruzione ma non la riforma. Questo è il messaggio che via della Libertà consegnò alla storia italiana in quel gelido mattino di gennaio del 1980. Un messaggio che il paese impiegò ancora molti anni a raccogliere, e al quale rispose — con Falcone, con Borsellino, con i pool antimafia, con i maxiprocessi — tardi, a carissimo prezzo, non senza battute d’arresto e tradimenti interni.
Piersanti Mattarella non visse abbastanza per vedere i frutti del seme che cercava di piantare. Ma la storia, a volte, ha memoria lunga. E suo fratello Sergio, eletto al Quirinale, porta quel mattino d’Epifania come una radice invisibile sotto ogni parola pronunciata in nome dello Stato che bisogna, ancora, difendere.
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Gabriele Mezzacapo
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