Fagianeria e Cirio Agricola, l'eccellenza casearia che guarda al futuro



AGI – Immaginate un luogo dove la mano del grande architetto Luigi Vanvitelli, nel 1753, disegnava un casino di caccia destinato a dare ordine e nobiltà al paesaggio campano. Quello stesso spirito di visione, di cura per il territorio e di equilibrio, oggi rinasce sotto un nome che profuma di storia ma parla il linguaggio dell’avanguardia tecnologica: Fagianeria. Non stiamo parlando semplicemente di un nuovo brand caseario, ma di una rivoluzione culturale che affonda le radici nella solida tradizione di Cirio Agricola, un colosso che per quasi un secolo ha segnato la storia della produzione di latte in Italia.

Per comprendere la portata di questo progetto, bisogna guardare oltre la suggestione storica e osservare la realtà operativa di un ecosistema che non ha eguali. Qui, la “Filiera Bianca” non è uno slogan, ma un metodo gestionale rigoroso. L’azienda si estende su una superficie agricola complessiva di 1.300 ettari, di cui ben 800 costituiscono la superficie agricola effettivamente utilizzata. È un teatro produttivo immenso, dove ogni ettaro è finalizzato a chiudere il cerchio della sostenibilità.

Produzione e tecnologia avanzata

 

(Video di Mena Grimaldi)

La gestione di oltre 4.000 bovini di razza Frisona Italiana avviene attraverso sistemi di mungitura robotizzati di ultima generazione, con dodici robot e una giostra capace di gestire 1.300 capi per turno, raggiungendo una produzione annuale impressionante di 26 milioni di litri di latte. La qualità del prodotto finale nasce, come suggerisce la filosofia dei sette pilastri della Filiera Bianca, dalla terra.

 

 

Integrazione agricola e sostenibilità

L’integrazione tra agricoltura e allevamento è totale: dai campi provengono 110.000 quintali di mais e pastone, 40.000 quintali di sorgo e 140.000 quintali di colture autunno-vernine, il tutto integrato da un innovativo sistema di produzione di germogli idroponici che genera 13.000 chili al giorno, riducendo il consumo idrico del 90% e azzerando l’uso di concimi o fitofarmaci. È un’agricoltura di precisione che garantisce una materia prima superiore, controllata in ogni suo passaggio.

 

 

Energia e riqualificazione ambientale

Questa struttura produttiva, tuttavia, si è evoluta in un vero e proprio polo energetico, dimostrando che l’innovazione può farsi custode dell’ambiente. Con 38.000 pannelli fotovoltaici che sviluppano una potenza di 8,7 MWp, l’azienda genera 12 milioni di kWh all’anno, un volume capace di coprire il fabbisogno energetico di 5.000 famiglie, a cui si aggiunge la produzione di 1,9 milioni di Smc di biometano. Anche il territorio beneficia di questa trasformazione: basti pensare alla bonifica di 60.000 metri quadrati di coperture in amianto, un’opera di riqualificazione che restituisce valore paesaggistico e sicurezza all’area.

 

 

Solidità finanziaria e investimenti

Dietro questa visione si cela una solidità finanziaria che permette investimenti coraggiosi. Il fatturato, che ha raggiunto i 23,7 milioni di euro nel 2025 con una previsione di crescita a 24,8 milioni per il 2026, è trainato per circa il 70% dai ricavi del settore lattiero e per oltre 6 milioni di euro dalle sole fonti rinnovabili. È la conferma di come la sostenibilità, se integrata nel modello di business, non sia un costo ma un asset competitivo. Dal 2005 ad oggi, sono stati investiti oltre 100 milioni di euro complessivi, con un piano di sviluppo in corso di 35 milioni, di cui 10 milioni già impiegati per potenziare ulteriormente la capacità tecnologica dell’impianto.

La visione di Andrea Benetton

“Siamo arrivati in Cirio Agricola nel 2005 e abbiamo iniziato un progetto di ristrutturazione di tutti gli stabili – spiega all’AGI Andrea Benetton, presidente di Cirio Agricola – e oggi ci troviamo ad avere un progetto vincente, tecnologicamente avanzato, che ci permette di guardare a un futuro attraverso meccanismi di accorciamento di filiera. Ci siamo arrivati attraverso investimenti fortemente impattanti dal punto di vista tecnologico. La tecnologia oggi ci ha aiutato a standardizzare il prodotto e a mettere a sistema tutto un insieme di procedure che permettono al cliente finale di avere sempre più visibilità su quanto poco noi incidiamo con con procedure che poco sono inerenti alla qualità del prodotto intrinseco. Oggi – continua – noi abbiamo un grandissimo latte che riusciamo a trasformare in un prodotto che si chiama formaggio da un lato e gelato dall’altro. Lo otteniamo attraverso metodi tradizionali – conclude il presidente – ma che hanno al loro interno tecnologia avanzata. Abbiamo, fin da quando siamo arrivati, puntato a tutto quello che poteva mettere efficienza al sistema agricolo”.

Il formaggio Vernae e la tradizione

 

 

È grazie a questa colossale infrastruttura che diventa possibile produrre eccellenze come il Vernae, un formaggio erborinato che sembra racchiudere l’alchimia della tradizione. Prodotto con cagliata mista e l’aggiunta di Penicillium Roqueforti, e stagionato dai quattro agli otto mesi, il Vernae trae la sua ispirazione dall’antica Badia Montis Vernae. La sua pasta compatta, con la tipica muffa centrale e la superficie fiorita, è il risultato di tecniche tradizionali che, in Fagianeria, convivono armoniosamente con la tecnologia delle stalle robotizzate.

Un modello di filiera tracciata

 

 

Scegliere un prodotto nato in questa filiera tracciata non significa solo acquistare un formaggio, ma partecipare a un progetto dove ogni passaggio è controllato, sano e consapevole. In un mercato globale che spesso insegue la quantità a discapito dell’integrità, Fagianeria si impone con la forza di una macchina produttiva perfetta che ha saputo rileggere la lezione di Vanvitelli: la bellezza nasce dall’ordine, dalla cura del dettaglio e da un rispetto profondo per le risorse che la terra ci offre. È l’autentico Made in Italy che guarda al futuro senza mai dimenticare la propria origine.

 

 

 

 

 

 


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