Giudici imparziali, non imbavagliati


La vicenda raccontata dal quotidiano statunitense The Wall Street Journal sembra uscita da un manuale sul conformismo istituzionale. James R. Brown, giudice in pensione della contea di Cook, in Illinois, aveva scritto da privato cittadino un articolo critico verso l’amministrazione Biden e verso quella che egli definiva la campagna giudiziaria contro Donald Trump.

Il caso Brown negli Usa

Richiamato in servizio nel Tribunale del traffico, è stato estromesso poche settimane dopo. Non per una sentenza ingiusta, un comportamento scorretto in udienza o un abuso della funzione, ma per avere espresso un’opinione politica quando non esercitava più la giurisdizione.

Nessuno nega che chi giudica debba apparire indipendente, equilibrato, sobrio, distante dalle passioni di parte. La giurisdizione difatti non è un comizio. Nondimeno, sostenere che un magistrato in pensione, richiamato per occuparsi di infrazioni stradali, perda il diritto di intervenire nel dibattito pubblico significa scambiare l’imparzialità concreta con la conformità ideologica.

Come ha sostenuto il Chicago Council of Lawyers nella lettera alla Corte Suprema dell’Illinois, “ogni privato cittadino è naturalmente libero di esprimere le proprie opinioni”, ma “i membri della magistratura sono tenuti a uno standard più elevato“. Formula ragionevole solo in apparenza: può significare misura, continenza, rispetto dei fatti, ma anche diventare una clava contro l’opinione sgradita. Se la libertà vale soltanto per chi parla secondo il lessico dominante, non è più libertà: è autorizzazione.

La libertà di parola

Negli Stati Uniti il Primo Emendamento occupa un posto centrale nella cultura costituzionale: la libertà di parola non è concessione del potere, bensì limite posto al potere. Per questo la rimozione di Brown appare grave: la sanzione sembra colpire il contenuto di un’opinione e non un comportamento funzionale. Il fatto che, secondo il giudice, altri magistrati abbiano espresso posizioni pubbliche su temi sensibili senza conseguenze rafforza il sospetto di una discriminazione fondata sul punto di vista.

In Italia

Il confronto con l’Italia nasce proprio da questo punto: il rapporto tra libertà di parola, imparzialità e potere giudiziario. Da noi non esiste il Primo Emendamento, ma esiste l’articolo 21 della Costituzione, che riconosce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Anche il magistrato è cittadino: non diventa proprietà dello Stato e non consegna la propria coscienza all’ufficio.

Allo stesso tempo, proprio perché esercita un potere enorme sulla libertà, sul patrimonio, sull’onore e talvolta sulla vita delle persone, è soggetto a doveri di equilibrio, riserbo e imparzialità.

La differenza è rilevante. Un Ordine degli Avvocati non può ottenere la rimozione di un giudice come se fosse un organo di vigilanza sulla magistratura. Il sistema passa attraverso il Consiglio superiore della magistratura, la responsabilità disciplinare, il codice etico, la tipizzazione degli illeciti. In teoria offre garanzie maggiori. In pratica, però, il rischio si sposta altrove: dalla decisione formale alla pressione ambientale, dal procedimento disciplinare al giudizio mediatico, dalla regola giuridica alla convenienza del silenzio.

Il problema, dunque, non è soltanto il giudice che parla troppo. È anche la magistratura che, in alcune sue espressioni, agisce come soggetto politico, interviene sulle riforme, condiziona il legislatore, orienta il dibattito pubblico e poi pretende di restare al riparo dalla critica in nome dell’indipendenza.

Da anni si vedono magistrati prendere posizione su immigrazione, diritti, ambiente, carcere, referendum, rapporti tra politica e giustizia. Eppure, lo scandalo esplode spesso solo quando la parola pronunciata non coincide con il lessico dominante.

La vera anomalia

L’anomalia è questa: il vero pericolo non è il giudice che, da cittadino, esprime un’opinione fuori dal processo, lo è invece la giustizia che diventa potere politico senza assumersi la responsabilità della politica. Quando un avviso di garanzia produce effetti prima della sentenza, il processo entra nel conflitto pubblico come arma impropria, o quando l’azione giudiziaria determina carriere, governi, amministrazioni e riforme, la libertà arretra. Il potere più temibile è quello che incide sulla vita delle persone senza rispondere agli elettori.

Imparzialità non è conformismo

In ogni caso, l’imparzialità non può essere confusa con l’adesione silenziosa a una cultura ufficiale. Un magistrato non è imparziale perché tace sempre. Lo è quando decide secondo diritto, senza piegare la legge alle proprie simpatie, usare il fascicolo come arma o trasformare l’ufficio in militanza. L’apparenza conta, non può però diventare teatro dell’obbedienza. Altrimenti al giudice non si chiede più di essere giusto, ma di risultare allineato.

La vicenda Brown dice qualcosa anche agli avvocati italiani. L’avvocatura dovrebbe essere presidio della libertà di parola e del contraddittorio. Quando un’associazione forense chiede di colpire un giudice per un editoriale politico scritto da privato cittadino, tradisce la propria funzione più alta. Se la parola diventa motivo di esclusione professionale, domani lo stesso metodo potrà essere usato contro chiunque.

Nel nostro Paese il dibattito sulla giustizia è avvelenato da appartenenze, correnti e sospetti reciproci. Serve una regola semplice: sanzionare gli abusi, colpire la parzialità nell’esercizio della funzione, pretendere sobrietà senza scivolare nel conformismo. L’opinione espressa fuori dal processo appartiene alla libertà del cittadino; l’uso della funzione per fini di parte appartiene alla responsabilità disciplinare.

In definitiva, il caso dell’Illinois mostra la tentazione di usare parole nobili per fini pericolosi: imparzialità per dire silenzio, decoro per dire obbedienza, etica per dire censura. L’Italia dovrebbe leggerlo alla luce della propria anomalia: una magistratura spesso percepita non solo come ordine dello Stato, ma come potere capace di entrare nel conflitto politico senza pagarne il prezzo.

Una società libera non teme il giudice che scrive un articolo; teme quello che decide secondo appartenenza. La regola deve essere doppia: libertà di parola per il giudice come cittadino; divieto assoluto di usare la giurisdizione come strumento di lotta politica.

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 Sandro Scoppa

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