«Con questo Governo e con me come Ministro dell’Istruzione e del Merito l’indottrinamento a scuola non è più tollerato». Giuseppe Valditara non ci gira intorno. L’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna ha appena chiesto chiarimenti al dirigente del liceo Vincenzo Monti di Cesena che ha sanzionato due studenti “rei” di aver appeso uno striscione con scritto «L’Italia agli italiani». Per loro, infatti, è scattato il 6 in condotta e il compito di preparare una tesina riparatoria da presentare alla maturità. Tesina che implicherà una riflessione sulle leggi razziali e su un libro dal titolo «Gli africani siamo noi».
Ministro Valditara, perché ritiene necessario chiarire questa storia?
«Il direttore dell’Ufficio scolastico regionale ha chiesto alla scuola di motivare l’attinenza del contenuto dell’elaborato critico con il comportamento censurato. Vuole capire perché si è scelto proprio quell’argomento, ovvero una riflessione sul razzismo. L’elaborato deve essere riparatorio di un comportamento scorretto».
Quindi quel comportamento è scorretto? Pare che quei ragazzi in passato avessero ricevuto anche alcune note disciplinari.
«Questo io non lo so. A me interessa un altro aspetto: cioè se il contenuto dell’elaborato critico è riconducibile alla frase contenuta nello striscione appeso a scuola. In questo caso l’oggetto non sarebbe pertinente dal momento che “l’Italia agli italiani” non è una affermazione razzista. Ma c’è un altro aspetto da sottolineare».
Quale?
«Quella frase è patrimonio della destra italiana moderna. L’hanno usata fra gli altri la Lega e Fratelli d’Italia. Pertanto sarebbe grave imporre una sanzione sulla base di quella frase. Sarà l’Ufficio scolastico regionale ad appurarlo».
C’è un problema nel corpo docente?
«Noi abbiamo circa un milione di insegnanti. In quasi quattro anni ne ho incontrati tantissimi. Ho visitato 350 scuole. La stragrande maggioranza fa il proprio lavoro in modo serio, professionale ed equilibrato. Bisogna essere riconoscenti nei loro confronti. Poi c’è una piccola minoranza che pensa sia legittimo indottrinare gli studenti. Vuole imporre la propria visione del mondo. Con i precedenti governi, di tanti colori, si è fatto finta di niente per non avere contestazioni e non essere attaccati da una certa intellighenzia subito pronta a dare del “fascista”. Oggi, con questo governo e con questo ministro, tutto ciò non è più tollerato».
Cosa dovrebbe cambiare?
«I docenti devono stimolare lo spirito critico, favorire il pluralismo, prospettare opinioni diverse, metterle a confronto. Ciò non toglie che debbano anche fornire legittimamente la propria versione, ma sempre tenendo conto delle altre letture. La finalità dell’insegnamento è far maturare lo studente, valorizzare i suoi talenti. La grande missione della scuola è educare alla libertà. Essere liberi da qualsiasi soggezione a persone, mode o ideologie».
In passato ha già inviato gli ispettori in scuole dove si faceva propaganda ProPal, come quando fu invitata Francesca Albanese senza alcun contraddittorio.
«In un caso è stata irrogata una sanzione disciplinare. Così come ci sono state nei confronti di quei docenti che facevano propaganda a scuola insultando il governo o facendo campagna per il No al referendum. Oggi è cambiato il vento. Abbiamo emanato una circolare molto chiara che invita a stimolare lo spirito critico, il pluralismo delle idee e il dibattito e a contrastare l’indottrinamento. Fino al termine del mio incarico continuerò ad andare avanti su questa strada. Francamente non mi toccano gli insulti, le minacce, i tentativi di delegittimazione che arrivano anche da certi intellettuali “progressisti” che in realtà non hanno capito il vero senso della democrazia. Le dirò di più: è lo stesso Statuto delle studentesse e degli studenti a dire che non si può sanzionare uno studente per il suo pensiero politico».
Le aggressioni agli insegnanti preoccupano. Penso al caso di Parma dove il professore non ha voluto denunciare.
«È vero, ma in quel caso ci ha pensato il procuratore della Repubblica ad aprire un’indagine. E la scuola è intervenuta, se non ricordo male con la bocciatura e la sanzione a svolgere attività di cittadinanza solidale. A prescindere dai casi singoli, dobbiamo considerare che rispetto all’anno scolastico ’23-’24, quando abbiamo iniziato a contabilizzare le aggressioni ai docenti, per la prima volta c’è stata una netta diminuzione. Sono circa una ventina in meno».
I ragazzi non rispettano più l’autorità?
«Questo è il vero problema. Veniamo da decenni di delegittimazione dell’autorità. Ricordo un episodio che ho inserito anche nel mio libro “La rivoluzione del buon senso”. Mi ero da poco insediato al Ministero, quando una professoressa mi contattò, raccontandomi di una sua studentessa che si rifiutava di spegnere il cellulare. Di fronte al rimprovero, rispose: “Io non riconosco la tua autorità”. Questo è il simbolo della crisi del rapporto tra studente e docente».
È sufficiente intervenire solo a scuola?
«Sicuramente c’è il tema dei social che stimolano l’aggressività e la maleducazione. L’altro aspetto decisivo è l’educazione a casa. Non voglio generalizzare, ma in alcuni genitori, cresciuti all’indomani delle tendenze culturali ed educative diffuse dal ’68 e dintorni, non vi è più l’attenzione ad un rapporto che stimoli il giovane al rispetto dell’autorità e al senso di responsabilità. Talvolta assistiamo a genitori che si trasformano in “sindacalisti” del figlio, contestando i docenti. È necessaria una svolta culturale e valoriale. Pensiamo a Michel Foucault che arrivò addirittura a paragonare le scuole alle caserme, alle carceri o agli ospedali. Quella è la stessa visione che ritorna nelle frasi di una certa sinistra moderna quando mi accusa di “disciplinamento”, “autoritarismo” e “addestramento”. Concetti che risalgono al ’68 e udiamo ancora oggi»
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