Avete sentito? È arrivata la “vera destra”. Da settimane Roberto Vannacci, ovunque vada, ripete: “Futuro Nazionale è la vera destra”. È un gioco retorico facile, quasi inevitabile. C’è uno spazio alla destra di Meloni e il Generale, da ottimo incursore qual è, ci si è infilato.
Parla semplice. Usa parole che gli altri evitano. Gioca con il vocabolario. È fortissimo, quasi imbattibile nell’uno contro uno. E soprattutto, come tutti i movimenti appena nati, è sfrontato: la X che sta per Decima, della Decima Mas, i richiami identitari e quelle frasi sempre sul filo del rasoio.
Il Generale ha dei meriti. Negarlo sarebbe folle. Ha avuto il coraggio di parlare chiaro a quella fetta di elettorato che si era disamorata della politica, anche per colpa di un governo considerato, da quel mondo, dal ventre troppo molle. Ha intercettato la delusione. È riuscito a far fare ai suoi elettori quadrato attorno a sé. Ha trasformato una comunità dispersa in una tribù. E i numeri, per ora, sembrano dargli ragione. Potrebbe essere l’ago della bilancia alle prossime elezioni. Gli spazi vuoti in politica vanno occupati e lui fa bene a farlo.
Ma prima di impartire lezioni sulla destra, Generale, le faccio una domanda: lei li ha mai visti gli occhi di Stefano Recchioni? Ha mai letto la sua poesia “Diventi poeta d’amore”? Perché, vede, se lei oggi non viene trattato come un alieno quando dice certe cose, lo deve anche a ragazzi come Stefano. Ragazzi che nel ghetto politico ci sono stati per davvero, prima di prendersi una pallottola in fronte sul piazzale di Acca Larentia, davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano. Lui che era lì non per posa o per fare una clip social, ma perché un commando di antifascisti militanti aveva appena ucciso a colpi di Skorpion due suoi amici del Fronte della Gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta.
E allora, Generale, attenzione a giocare con le parole. Attenzione a dire “vera destra” come se prima ci fosse stato il nulla. Come se tutto cominciasse con lei. Come se bastassero un po’ di muscoli comunicativi per cancellare una storia lunga, dolorosa, contraddittoria, ma prima di tutto reale. È per chi ha fatto politica insieme a Stefano e ha tramandato il suo esempio alle generazioni successive che quella storia esiste ancora. Oggi qualcuno fa il presidente del Consiglio. Tanti altri, invece, non hanno ricevuto niente in cambio. E non si aspettavano nulla in cambio. Ma lo hanno fatto per spirito di servizio. Perché, come recita un vecchio slogan: “Non importa, ci credevi”.
Perché la destra che lei, da settimane, processa si è fatta cinquant’anni in solitaria. Ha deciso di parlamentarizzarsi quando c’era chi soffiava sulla guerra civile. Ha pagato sulla propria pelle una storia di sangue negli anni Settanta. Ha conosciuto morti dimenticati, sezioni assediate e università proibite. Ha rifiutato la lotta armata dopo la notte di Acca Larentia. Ha cacciato chi all’odio rispondeva con altro odio.
È stata in grado di sfondare gli steccati con la forza delle idee negli anni Ottanta: con i Campi Hobbit, con il sindacalismo studentesco, con le lotte nei quartieri e con manifesti che facevano rizzare i capelli ai padri nobili e abbottonati. Una destra popolare, irregolare, giovane, che parlava di Patria ma anche di comunità. Di lavoro ma anche di ambiente. Una destra che aveva una tremenda voglia di camminare unita alla forza di emanciparsi dal partito cliché dell’ordine e della borghesia.
Sono i ragazzi che nel 1956, quando a Budapest inizia la fallita rivoluzione dei giovani ungheresi, salgono su una Giardinetta e cercano di raggiungere la capitale ungherese. O che, nell’89, con l’imminente caduta del Muro di Berlino, volano in Germania per picconare definitivamente il comunismo dall’Europa.
Sono quelli che negli anni Novanta hanno avuto il coraggio di “salutare la casa del padre con la certezza di non farvi mai più ritorno”, con Fiuggi come momento doloroso ma soprattutto come nuovo inizio. Da lì, la prima esperienza di governo fino a oggi che, tra mille peripezie, camminate nel deserto, percentuali bassissime e divisioni, sono arrivati a rappresentare il primo partito della Nazione. Quella storia che, con tutte le sue contraddizioni, ha sfondato il tetto di cristallo e oggi siede a Palazzo Chigi.
Leggi anche:
Non giochi a chi è più di destra, Generale. Non bastano due slogan sull’immigrazione per annientare una storia fatta di donne e uomini che si è tramandata per decenni. A maggior ragione se lei in squadra ha fuoriusciti di ogni partito e professionisti del riposizionamento. A maggior ragione se il suo competitor principale sul terreno del “chi è più di destra” porta nel simbolo la fiamma tricolore da settant’anni. A maggior ragione se il capo di quel partito è cresciuta facendo politica a destra in un quartiere rosso come la Garbatella e ha cominciato a farla dopo la strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino, anch’egli cresciuto nel Fuan.
Tenerla fuori dalla coalizione, Generale, sarebbe un grave errore. La forza di questo mondo è sempre stata la sua capacità di mettere insieme anime diverse, parlarsi in maniera schietta – proprio come fa lei – e poi riuscire a trovare una quadra. Non regalando l’Italia al Partito Democratico, al Movimento 5 Stelle e ad AVS per narcisismo identitario.
Generale, senza alcuna spocchia o lezioncina – non sono nessuno per darne – se ancora non lo ha fatto, si legga “Diventi poeta d’amore”. Stefano Recchioni il militare non è mai riuscito a farlo. Se non fosse stato ucciso, avrebbe fatto il parà. Doveva partire di lì a pochi giorni. Gli è stato impedito da un proiettile ad altezza d’uomo.
Quando parla di “vera destra”, si ricordi di lui. E di chi non ha avuto talk show, podcast e facili applausi dalla sua. Si ricordi di chi non ha ricevuto nulla, perché non si aspettava nulla.
Alessandro Imperiali, 13 giugno 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Alessandro Imperiali
Source link


