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di Céline Camoin
«Sono figlio d’Angola e del petrolio», canta un popolare rapper. A Luanda si danza molto, nei cortili dei musseques e nei locali dell’Ilha. Ma si balla per dimenticare fame e disillusione. A ritmo di kizomba, crescono povertà edisoccupazione. In una città in bilico tra lusso e miseria, la “bella vita” è una promessa per pochi
«Ho visto Luanda così bella, nel bel mezzo del carnevale, fare festa per strada, e nel mezzo del cortile… Ho visto sfilare bellissime bessanganas, sentito il chucalho, il tamburo e la dikanza… Ho visto tutta Luanda festeggiare. Sono quasi rimasto qui, ma io sono un uomo di mare, sto andando lontano da te». Le parole di Eu vi Luanda, canzone di Filipe Mukenga del 1994, evocano perfettamente lo spirito vibrante della capitale angolana: una città in cui la musica, la danza e la festa diventano strumenti di resistenza e speranza quotidiana. Musica e ballo sono colonne portanti dell’identità angolana. Nei decenni passati, artisti hanno denunciato con le loro canzoni il colonialismo, la lunga guerra civile, le ingiustizie sociali. Alcuni pagarono con la vita, come David Zé, leggenda musicale, assassinato nel 1977. Oggi la musica continua a trarre ispirazione dalla realtà quotidiana: dall’amore alla strada, un po’ meno dalla politica. Meglio evitare di urtare il partito di governo, l’Mpla, al potere dal 1975 senza mai cedere il comando.
Il regno della kizomba
Luanda è una metropoli di contrasti estremi, dove il lusso sfiora l’indigenza. Suv e centri commerciali si sovrappongono a venditori ambulanti e bambini di strada. La povertà è cresciuta in parallelo con l’esplosione demografica: oggi l’area metropolitana conta circa dieci milioni di abitanti e si stima che entro la fine di quest’anno quasi la metà della popolazione – circa 17 milioni in tutto il Paese – vivrà in condizioni di miseria. La percezione della crisi è aumentata nel 2024, complici l’aumento della disoccupazione, l’inflazione e il taglio dei sussidi al carburante. Il salario minimo mensile si aggira intorno agli 40 euro.
Nei musseques, i quartieri informali, la musica addolcisce le giornate e rende più sopportabili le notti. Nelle zone benestanti o destinate agli “espatriati” (cooperanti e uomini d’affari europei), come l’elegante Talatona, si organizzano feste a bordo piscina, tra grigliate e ritmi di semba, kizomba e kuduro, i tre generi musicali angolani più celebri. Nei bairros popolari come São Paulo e Marçal – culle di musicisti impegnati e ballerini autentici – le feste nascono spontaneamente nei quintais, i cortili delle case. Le donne cucinano, gli uomini portano le Cuca o le Eka, birre nazionali, mentre famiglie e vicini si riuniscono tra storie, risate e passi di danza. Se piove, ci si ripara sotto un portico o un telo: la festa continua. Proprio nei quintais sono nate le kizombadas, raduni spontanei dove, durante la guerra civile, si cercava rifugio nella musica. Le donne compravano stoffe al mercato della Gajajeira per cucirsi gonne nuove da sfoggiare. Da lì è nato il termine kizomba, genere musicale nato negli anni Ottanta e oggi celebre in tutto il mondo.
Strade palpitanti di vita
Luanda è bagnata dall’Atlantico, nel profondo sud. Il suo lungomare, chiamato Marginal, o Avenida 4 de Fevereiro, è ben curato, e frequentato sia dai locali che dai turisti. Costeggiato da palme, si affaccia sulla baia e offre vedute spettacolari sullo skyline cittadino. A due passi dal centro si trovano le spiagge dell’Ilha do Cabo – in realtà non un’isola ma una stretta penisola tra oceano e baia –, un tempo abitata da pescatori. I pescatori sono ancora lì, ma oggi dividono lo spazio con stabilimenti balneari e ristoranti, mentre in mare si incrociano con navi mercantili e petroliere. La spiaggia è vivace, l’acqua tiepida e trasparente. Tra gli ombrelloni passano le zungueiras, le infaticabili venditrici ambulanti con ceste sulla testa. Offrono uova, pesce, bibite, cocco, costumi, occhiali e soprattutto il mufete, tipico piatto dell’isola: pesce alla griglia con fagioli e banane, cucinato in botteghe di strada e servito direttamente in spiaggia.
Quando il sole tramonta sulla baia, Luanda si prepara per una nuova notte. Sulla Marginal illuminata, ogni domenica si balla all’aperto: sembas, kizombas e danze popolari attirano una folla entusiasta. Il progetto Kizomba na rua, nato più di dieci anni fa, ha dato vita a una vivace comunità di ballerini. Ora che l’obbligo del visto è stato rimosso per molti Paesi, sempre più turisti visitano l’Angola per amore della kizomba. I giovani istruttori ne sono fieri: promuovono cultura e identità, ma coltivano anche il sogno di partire. Nonostante l’attaccamento alle radici, la maggior parte sogna un futuro altrove. Luanda non è una città facile, e dietro l’energia della sua gioventù – in un Paese dove l’età media è inferiore ai 17 anni – si celano ansie, delusioni e frustrazioni profonde.

“Figlio della fame”
Chi resta sull’Ilha può scegliere tra ristoranti, bar, locali con musica dal vivo, jazz club, piste da ballo per salsa, bachata, afrobeat e hit internazionali. A piedi si può arrivare fino al Ponto Final, la punta estrema dell’isola, dove scattare una foto davanti a una delle sculture di sabbia: tra cuori e scritte “I Love Luanda”, spunta anche il volto del presidente João Lourenço, in occasione dei 50 anni dall’indipendenza dal Portogallo (1975–2025). Un po’ più a sud si trova l’Ilha do Mussulo, anche questa una penisola, più esclusiva, dove si organizzano feste tematiche frequentate da turisti e dalla gioventù benestante. I migliori promoter curano eventi con trasporto nautico incluso. Nei giorni clou le barche private fanno la spola tutta la notte. Il venerdì è tradizionalmente il dia do homem (giorno dell’uomo). Single o sposati, gli uomini escono senza partner per godersi la movida cittadina. Anche se la figura femminile – madre, zia, nonna – è rispettata nella società angolana, gli atteggiamenti sessisti restano diffusi.
La vida mulata, la bella vita, non è per tutti. La maggioranza non ha accesso a queste esperienze. E se l’atmosfera è seducente, la realtà impone prudenza. Criminalità comune, droga, prostituzione, disgregazione sociale, traffici illegali: Luanda è anche questo. Come molti porti del mondo, è crocevia di merci e traffici, legali e no. Le giovani donne si prostituiscono, spesso per necessità, in un’economia dove la sopravvivenza è una lotta quotidiana. Filho da fome, figlio della fame, è un brano del rapper Nucho che squarcia il velo della festa e racconta l’altra faccia di Luanda: quella della miseria, della rabbia, dell’ingiustizia. Narra di un’infanzia cresciuta tra fame e disillusione, con una madre venditrice ambulante come unico sostegno e un padre morto in guerra. «Sono figlio d’Angola e del petrolio», canta, evocando un Paese ricco che abbandona i suoi figli. Ricorda Inocêncio Matos, giovane manifestante ucciso nel 2020 durante una protesta contro la corruzione, e punta il dito contro un sistema che firma contratti solo per arricchire una ristretta élite. È questo il lato oscuro della capitale angolana, dove dietro la musica, le luci e i sorrisi si nasconde una gioventù che lotta per restare a galla. Perché a Luanda, dove tutto sembra ballare, non tutti hanno il privilegio di danzare.
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Tommaso Meo
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