Secondo i giudici supremi, la Corte d’Appello di Roma non ha valutato in modo approfondito alcuni elementi decisivi della vicenda, tra cui il ruolo del commercialista incaricato della gestione contabile, già condannato in un altro procedimento per aver truffato la stessa imprenditrice.
La vicenda dovrà ora essere nuovamente esaminata da un’altra sezione della Corte d’Appello di Roma.
L’accusa di occultamento delle scritture contabili
Al centro del procedimento c’è un’imprenditrice residente nell’area dei Castelli Romani che, all’epoca dei fatti, amministrava una società operante nel porto di Nettuno.
La donna era stata condannata in primo grado dal Tribunale di Velletri e successivamente dalla Corte d’Appello di Roma per il reato di occultamento delle scritture contabili. Secondo l’accusa, durante una verifica fiscale non era stato possibile reperire la documentazione necessaria per ricostruire l’attività economica dell’azienda.
Le contestazioni riguardavano in particolare gli anni compresi tra il 2013 e il 2016, periodo nel quale gli accertatori avevano rilevato la totale assenza della documentazione contabile.
La difesa: tutta la documentazione era stata consegnata
La linea difensiva dell’imprenditrice è sempre stata chiara.
Secondo quanto sostenuto nel processo, tutta la documentazione aziendale era stata regolarmente consegnata al professionista incaricato della gestione fiscale e contabile della società. La donna aveva inoltre continuato a pagare le prestazioni professionali confidando che gli adempimenti previsti dalla legge venissero eseguiti correttamente.
L’imprenditrice ha sempre sostenuto di non aver mai nascosto né distrutto alcun documento. Al contrario, riteneva che il commercialista stesse svolgendo regolarmente il proprio lavoro.
Secondo la difesa, il mancato reperimento delle scritture sarebbe stato causato esclusivamente dal comportamento del professionista.
Il precedente processo contro il commercialista
Uno degli aspetti più rilevanti della vicenda riguarda proprio il professionista incaricato della contabilità.
Dagli atti emerge che il commercialista era già stato condannato in via definitiva per truffa in relazione alla gestione della stessa azienda.
Secondo quanto accertato in quel procedimento, il professionista avrebbe ricevuto regolarmente la documentazione fiscale dall’amministratrice ma avrebbe rilasciato copie non veritiere di alcuni bilanci e omesso una serie di adempimenti fiscali.
La sentenza richiamata dalla Cassazione evidenzia che l’imprenditrice aveva continuato a consegnare i documenti necessari confidando nell’operato del consulente.
Le contraddizioni evidenziate dalla Cassazione
La Suprema Corte ha ritenuto che questo elemento non sia stato adeguatamente approfondito nei precedenti gradi di giudizio.
I giudici osservano che la Corte d’Appello aveva sostenuto l’assenza di prove sulla mancata restituzione dei documenti da parte del commercialista. Tuttavia, nello stesso tempo, aveva richiamato la sentenza definitiva che aveva accertato le responsabilità dello stesso professionista nei confronti dell’imprenditrice.
Per la Cassazione questa circostanza avrebbe richiesto un esame più approfondito.
Nella sentenza si evidenzia infatti che il richiamo alla precedente condanna del commercialista è rimasto privo di un’adeguata valutazione rispetto alle conseguenze che tale comportamento avrebbe potuto avere sulla disponibilità delle scritture contabili.
Il problema della volontà di evadere le imposte
Un altro punto ritenuto insufficiente riguarda l’elemento psicologico del reato.
Perché possa configurarsi l’occultamento delle scritture contabili non basta che i documenti risultino irreperibili. Occorre dimostrare che vi sia stata una precisa volontà di nasconderli per ostacolare i controlli fiscali e favorire l’evasione delle imposte.
Secondo la Cassazione, la sentenza d’appello non spiega in modo convincente perché questa volontà possa essere attribuita all’imprenditrice.
I giudici supremi sottolineano che il dolo specifico richiesto dalla legge non può essere desunto automaticamente dalla semplice mancanza della documentazione. Serve una motivazione concreta e fondata su elementi precisi.
La Cassazione richiama inoltre un ulteriore aspetto. Per contestare il reato è necessario dimostrare che le scritture contabili siano state effettivamente predisposte e tenute. Solo in un secondo momento può essere valutata l’eventuale sottrazione o occultamento.
Nel caso esaminato, la Corte d’Appello aveva evidenziato che le dichiarazioni fiscali della società risultavano presentate fino al 2011. Tuttavia, secondo la Suprema Corte, non sono stati indicati elementi sufficienti per dimostrare che la documentazione relativa agli anni successivi fosse stata realmente formata e poi nascosta.
Anche questo passaggio, secondo i giudici, necessita di un nuovo approfondimento.
Respinta l’eccezione di prescrizione
La difesa aveva chiesto anche di dichiarare il reato prescritto.
La Cassazione ha però respinto questa richiesta, chiarendo che il termine di prescrizione non era ancora maturato quando la Corte d’Appello aveva pronunciato la sentenza.
Per questo motivo il procedimento potrà proseguire regolarmente.
La decisione finale della Cassazione è stata quella di annullare la condanna e rinviare gli atti a una diversa sezione della Corte d’Appello di Roma.
I nuovi giudici dovranno riesaminare l’intera vicenda alla luce delle indicazioni fornite dalla Suprema Corte. In particolare dovranno valutare il peso della precedente condanna del commercialista, verificare se esistano prove dell’effettiva istituzione delle scritture contabili e accertare se vi siano elementi sufficienti per dimostrare una volontà dell’imprenditrice di sottrarre la documentazione ai controlli fiscali.
Per la donna, oggi 47enne, la vicenda giudiziaria resta quindi aperta.
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Bruno Fabbri
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