Arriva il piccolo Pride, come strumentalizzare i bambini


In Emilia-Romagna, a pochi giorni di distanza, sono accaduti due fatti gravissimi. Al centro ci sono i bambini, il ruolo delle famiglie e il dovere delle istituzioni di non usare parole nobili – inclusione, pace, diritti, affettività – per portare i più piccoli dentro contenuti e battaglie che non sono adatti alla loro età e che i genitori spesso scoprono solo dopo.

L’ultimo episodio è accaduto a Budrio, in provincia di Bologna. Un evento chiamato “Piccolo Pride”, aperto alle famiglie, ha ricevuto il patrocinio non oneroso del Comune. Nel programma comparivano un mercatino di “eccellenze queer ed erotiche”, un laboratorio di illustrazione erotica e un incontro sullo “scardinamento dell’eteronorma”.

È giusto che un’istituzione pubblica dia il proprio riconoscimento a un evento aperto anche alle famiglie, in cui compaiono contenuti legati all’erotismo, alla sessualità e all’identità? Quando un Comune concede il patrocinio, anche senza spendere denaro pubblico, dà comunque un riconoscimento istituzionale. Non presta soltanto un logo: dice che quell’iniziativa ha un valore pubblico.

Sono d’accordo che nessuno debba essere discriminato e che ogni persona vada rispettata. Ma rispettare non significa confondere tutto. Ci sono temi e linguaggi che appartengono al mondo adulto e che non possono essere messi con leggerezza dentro contesti frequentati anche da bambini. Un conto è educare al rispetto. Un altro conto è esporre i più piccoli a contenuti che non hanno gli strumenti per comprendere. Le istituzioni, prima di sostenere un’iniziativa, devono chiedersi che messaggio stanno trasmettendo.

Il secondo fatto è accaduto la settimana scorsa a Modena. Un incontro con bambini delle scuole primarie e dell’infanzia, nato come iniziativa sulla pace, ha visto la presenza del giornalista di Al Jazeera Wael Al-Dahdouh e del suo interprete Sulaiman Hijazi, che risulta indagato nell’ambito di un’inchiesta per promozione o finanziamento di associazioni con finalità di terrorismo.

È vero che un indagato non è un condannato e che spetta alla magistratura accertare eventuali responsabilità. Ma com’è possibile che una figura con un profilo così delicato sia finita in un incontro con bambini così piccoli?

Quando si organizza un’attività educativa con bambini di sei, sette, otto anni, bisogna sapere chi entra, perché entra, con quale ruolo e con quali garanzie per le famiglie. Non si può scoprirlo dopo. Non si può dire dopo “non sapevamo”, come ha fatto il sindaco di Modena. Non si può lasciare che tutto finisca nel solito rimpallo di responsabilità.

La scuola non è una sede di partito. Non è il luogo in cui bambini piccoli possono essere messi davanti a messaggi politici che non hanno gli strumenti critici per comprendere. Educare alla pace è giusto. Parlare del dolore delle guerre è giusto. Ma una cosa è educare alla pace, un’altra è trasformare un momento proposto a dei bambini in un messaggio politico unilaterale.

Secondo quanto riportato dalla stampa, durante quell’incontro alcuni bambini avrebbero persino intonato “Free Free Palestine”. I bambini non intonano slogan politici. Se accade un fatto di questo genere, vuol dire che esiste un contesto preparato da adulti che in qualche modo li ha orientati. Dinanzi a queste due storie si può comprendere facilmente la posizione del ministro dell’Istruzione rispetto all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

La legge introdotta dal ministro Valditara, infatti, ha stabilito che nelle scuole dell’infanzia e primarie non si svolgono corsi di educazione sessuo-affettiva e che nelle medie e nelle superiori le famiglie debbano essere informate prima delle attività proposte per poter dare il proprio consenso. A me sembra buon senso. Non vuol dire impedire alla scuola di educare al rispetto, alle relazioni, alla scoperta di come siamo fatti. Non vuol dire censurare gli insegnanti.

Vuol dire una cosa molto più semplice: dare la possibilità ai genitori, che hanno la responsabilità ultima dell’educazione dei figli, di sapere chi entra in classe, quali contenuti vengono proposti ai loro figli, quali materiali vengono usati e quali finalità può avere un progetto di educazione sessuale e affettiva. La scuola educa, certo. Ma non educa da sola e non può sostituirsi alla famiglia. Il patto educativo tra scuola e famiglia deve fondarsi sulla fiducia reciproca e sulla trasparenza.

Per questo colpisce la reazione di tanti artisti, attori, musicisti e personaggi pubblici che hanno firmato una lettera contro il ddl Valditara. Gridano all’arretramento culturale. Dicono che l’educazione sessuo-affettiva è un diritto. Sostengono che senza questi percorsi i ragazzi rischiano di restare soli davanti al web. Arrivano a sostenere che il consenso informato servirebbe, di fatto, a difendere una sola idea di famiglia, di relazioni, di maschile e di femminile.

Ma questi artisti dovrebbero porsi una domanda: perché si è arrivati al punto di dover introdurre il consenso informato? Forse perché in troppi casi le famiglie sono state informate poco o male. Forse perché alcune attività sono state presentate come neutrali, quando neutrali non erano. Forse perché dietro parole importanti come inclusione, pace, diritti e affettività sono passati anche contenuti politici, culturali o identitari che i genitori avevano il diritto di conoscere prima.

Non basta dire “inclusione” per rendere adatto ai bambini qualunque contenuto. Non basta dire “pace” per giustificare qualunque messaggio politico. Non basta dire “affettività” per mettere da parte le famiglie. Strumentalizzare i bambini, sostituendosi ai genitori, non è educazione. È una forma di violenza sui più piccoli, un modo per affermare un’unica visione del mondo. Non possiamo lasciare che l’Emilia-Romagna, terra fortemente politicizzata, diventi un laboratorio di sperimentazioni ideologiche sui minori.

Io sto dalla parte di una scuola seria, libera, capace di educare senza trasformare i bambini in strumenti di battaglie culturali. Sto dalla parte degli insegnanti che ogni giorno lavorano con responsabilità. Sto dalla parte delle famiglie, che devono essere coinvolte e non “raggirate”.

Elena Ugolini, 16 giugno 2026

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