Erasmus+: ambizioni crescenti, risorse insufficienti. L’UE ripensa il suo programma di punta


È il programma europeo più conosciuto dai cittadini, quello che ha permesso a oltre 18 milioni di giovani di studiare, formarsi e vivere all’estero. Ma Erasmus+ si trova oggi a un bivio: tra ambizioni sempre più grandi e risorse che faticano a stargli dietro. Un nuovo studio commissionato dal Parlamento europeo fa luce sulle sfide strutturali del programma e lancia l’allarme sulla proposta legislativa per il periodo 2028–2034.

Dalla mobilità universitaria a strumento politico universale.

Tutto iniziò nel 1987, con un budget di appena 85 milioni di ECU e un obiettivo semplice: permettere agli studenti universitari europei di trascorrere un periodo di studi all’estero. Da allora, il programma si è trasformato radicalmente. Oggi Erasmus+ copre istruzione, formazione professionale, gioventù e sport, coinvolge decine di Paesi non membri dell’UE e si propone di combattere le disuguaglianze sociali, promuovere la cittadinanza democratica e sostenere la transizione digitale e verde.

Nel solo 2024, il programma ha finanziato quasi 1,5 milioni di mobilità, attraverso oltre 34.400 progetti e 85.600 organizzazioni in tutta Europa. Un successo innegabile , ma che porta con sé un problema strutturale sempre più difficile da ignorare.

Il nodo dei soldi: ambizioni XXL, ma il budget è una taglia S.

La proposta della Commissione europea per il periodo 2028–2034 prevede uno stanziamento complessivo di 36,2 miliardi di euro (a prezzi 2025), il 27% in più rispetto al periodo attuale. Una cifra che suona imponente, ma che il rapporto smonta con un ragionamento preciso: il programma non si limita ad aumentare il budget, ma espande contemporaneamente i propri obiettivi, assorbendo anche il Corpo europeo di solidarietà (ESC) e introducendo nuovi strumenti come borse di studio dedicate.

Il risultato? Le risorse aggiuntive rischiano di essere subito “mangiate” dai nuovi compiti. Lo studio lo dice senza giri di parole: la domanda di finanziamenti ha costantemente superato le risorse disponibili, e le organizzazioni investono tempo e denaro nella preparazione di candidature che spesso vengono respinte per mancanza di fondi.

A titolo di confronto, gli obiettivi di mobilità fissati dall’UE prevedono che almeno il 23% dei laureati abbia un’esperienza all’estero entro il 2030. La realtà attuale? Solo l’11%. Per la formazione professionale, il target è il 12%, ma si è fermi al 5,3%.

Il Parlamento europeo, consapevole del problema, ha già chiesto di portare il budget a 47,39 miliardi di euro a prezzi correnti.

Chi decide? Un programma senza controllo democratico e con tanti prezzolati per la propaganda.

Forse il punto più controverso della riforma riguarda la governance. La proposta della Commissione ridisegna le regole del gioco in modo significativo: sparisce il riferimento esplicito alle procedure di comitologia , lo strumento attraverso cui gli Stati membri partecipano all’adozione dei programmi annuali di lavoro. Sparisce, di fatto, il Comitato del programma nella forma attuale.

In parole semplici: la Commissione si riserva maggiore libertà nell’allocare le risorse anno per anno, senza che Parlamento e Stati membri possano incidere in modo formalizzato.

Il rapporto è netto: la valutazione intermedia del programma attuale non ha trovato alcuna prova che la struttura esistente ostacoli l’efficacia del programma. Al contrario, l’ha giudicata “ben consolidata e adeguata allo scopo”. Perché cambiarla, allora? La Commissione non fornisce una risposta convincente.

La risposta del Consiglio non si è fatta attendere: nel suo approccio generale parziale (PGA), ha già reintegrato il Comitato del programma, restituendo agli Stati membri un ruolo più incisivo nella governance.

Un capitolo a parte merita la controversa presenza dei cosiddetti prezzolati dell’Ue, i cosiddetti formatori/facilitatori del programma che, nella speranza di mantenere i contratti con le varie agenzie nazionali per i giovani e Salto, non mancano, in occasione di ogni mobilità, di fare propaganda e disinformazione sulla “perfezione e inclusività” del programma Erasmus+ per i giovani. Contractors (meglio definirli bulli e “ciabattoni”), non a proprio agio nel perimetro del pensiero critico e decisamente non informati sullo stato dell’arte del programma. D’altronde per prendere “il contratto” per la formazione del solito gruppo di “giovani e meno giovani” partecipanti Erasmus (altrettanto privi di competenze e conoscenze sui processi), basta la conoscenza e il supporto acritico all’edulcorato mondo europeo. Ricordiamolo, l’Erasmus+ non è altro, oggi giorno, che un semplice programma a sostegno del soft power europeo.

I rimborsi non bastano più: studiare all’estero è un lusso?

Chi ha partecipato a un programma di mobilità universitaria Erasmus+ sa bene che il contributo ricevuto raramente copre tutte le spese. Il problema, però, sta peggiorando. Più di un terzo dei partecipanti dichiara che il sussidio non è sufficiente a coprire i costi della vita nel Paese ospitante. L’inflazione, la crisi degli affitti nelle grandi città e i costi di viaggio in crescita stanno trasformando quello che dovrebbe essere un diritto in un privilegio per chi può permettersi di “integrare” il contributo europeo con risorse proprie.

La proposta per il 2028–2034 introduce per la prima volta un sostegno all’alloggio per i partecipanti con meno opportunità , una novità positiva, ma insufficiente secondo il rapporto, che la giudica una risposta parziale a un problema strutturale più ampio. Il sistema di calcolo dei sussidi, basato su fasce di Paesi standardizzate, non viene riformato in profondità e continuerà a non tenere conto delle differenze tra città e aree rurali, né dell’inflazione reale.

Inclusione: buone intenzioni, scarso impatto a suon di miliardi di euro.

Il programma si è posto l’obiettivo di raggiungere almeno il 20% di partecipanti con minori opportunità tra tutti i beneficiari di mobilità entro il 2027. Un traguardo ambizioso, considerando che attualmente la quota si aggira intorno al 15% nelle mobilità KA1 , e scende al 9% nell’istruzione scolastica e nello sport.

La proposta introduce piani nazionali per l’inclusione e nuovi strumenti mirati. Ma il rapporto segnala un’assenza vistosa: nessun obiettivo vincolante specifico per programma, nessuna scadenza intermedia, nessun indicatore misurabile. Senza questi strumenti, rischia di restare un impegno sulla carta.

La burocrazia che allontana i più piccoli.

Chi lavora in una piccola associazione giovanile o in un centro di educazione degli adulti conosce bene il senso di smarrimento davanti ai moduli di candidatura Erasmus+. Nonostante le riforme degli ultimi anni , tra cui l’accreditamento semplificato e i partenariati su piccola scala, la complessità amministrativa continua a essere una barriera reale.

La nuova proposta introduce i “partenariati a sovvenzione molto bassa” e mantiene i percorsi semplificati esistenti. Ma ristruttura anche il programma da tre Azioni Chiave (KA1, KA2, KA3) a due nuovi “pilastri” , senza spiegare chiaramente quali problemi concreti questa riorganizzazione intenda risolvere. Anzi, il rischio è l’opposto: ogni cambio strutturale genera un periodo di adattamento che rallenta l’operatività, come già avvenuto in passato.

Il bilancio finale: più flessibilità e meno trasparenza, nel “nome dei valori Ue”.

Il giudizio complessivo dello studio è critico ma costruttivo. La proposta per il 2028–2034 aumenta la flessibilità e allarga gli orizzonti del programma, ma lo fa a scapito della trasparenza, della prevedibilità e del controllo democratico. Le priorità sono meno definite, i bilanci meno dettagliati, i meccanismi di monitoraggio più vaghi.

Il rischio, avvertono gli autori, è un programma “più ampio ma meno trasparente, più difficile da governare e meno prevedibile” per chi lo implementa ogni giorno , dalle agenzie nazionali alle singole organizzazioni.

Il Parlamento europeo e il Consiglio sono chiamati a intervenire con forza nelle prossime settimane di negoziato: più chiarezza sulle priorità, più vincoli sulle allocazioni di bilancio, più indicatori per misurare i risultati. Solo così Erasmus+ potrà continuare a essere ciò che è sempre stato: uno dei simboli più concreti e riusciti dell’integrazione europea.

foto Alexis Haulot Copyright: © European Union 2022 – Source : EP


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 Gabriele Frongia

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