Dopo quattro mesi di tensione, Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo storico per la riapertura dello Stretto di Hormuz e la cessazione delle ostilità.
Stati Uniti e Iran hanno annunciato un accordo per la cessazione delle ostilità e la riapertura dello Stretto di Hormuzcon firma del memorandum in 14 punti attesa a Ginevra e ipotesi di anticipo rispetto alla data prevista del 19 giugno. La mediazione è stata confermata dal primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, che ha guidato i negoziati multilaterali.
Ultimo aggiornamento: 17 giugno 2026.
L’intesa è rilevante per la stabilità regionale e i mercati energetici, dopo quasi quattro mesi di conflitto che hanno perturbato i flussi commerciali e il prezzo del greggio. Il presidente statunitense Donald Trump ha scritto su Truth: “Ships of the World, start your engines. Let the oil flow!”, segnalando la ripartenza della navigazione commerciale nel choke-point del Golfo.
I 14 punti del memorandum e le due fasi operative
Secondo le bozze, il memorandum prevede due fasi. Dalla firma scatta la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libanola riapertura alla navigazione commerciale nello Stretto e la revoca del blocco navale statunitense sui porti iraniani. Washington sospende le sanzioni su petrolio e prodotti petroliferi iraniani e sblocca asset congelati all’estero, stimati tra 24 e 25 miliardi di dollari.
La seconda fase copre 60 giorni di negoziati su dossier critici, a partire dal programma nucleare iraniano. Teheran ribadisce il carattere pacifico del suo programma, mentre Washington spinge per la riduzione delle scorte di uranio altamente arricchito e vincoli di lungo periodo sull’arricchimento a livelli bassi. Trump ha parlato di trattative in corso per uno stop prolungato, fino a 20 anni, pur precisando che restano dettagli da definire.
Ulteriori elementi in bozza includono la rinuncia iraniana a dotarsi di armi nucleari e la cessazione delle ostilità in Libano, senza includere il programma missilistico né il sostegno di Teheran a gruppi filo-iraniani nella regione. Non risulta un impegno a rinunciare al controllo strategico sullo Stretto. È circolata anche l’ipotesi di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione, insieme allo sblocco dei fondi congelati: tali punti hanno però incontrato smentite parziali.
Tempistiche e luogo della firma: Ginevra e l’ipotesi di anticipo
La firma ufficiale è stata indicata per il 19 giugno a Ginevrama negli ultimi contatti il ministro degli Esteri iraniano Seyed Araghchi ha parlato di un’intesa “mai così vicina” e di una possibile formalizzazione già nel fine settimana o lunedì. Il premier pakistano Shehbaz Sharif ha riferito di un testo definitivo e concordato pronto per la sigla, frutto della mediazione avvenuta anche a Islamabad.
La comunicazione politica è rimasta disallineata su alcuni capitoli economici. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha definito “fake news” le voci su risarcimenti e sblocchi finanziari oltre quanto concordato, negando aperture extra rispetto alla riapertura dello Stretto e alla cornice sul nucleare. Al contrario, da Teheran sono filtrate indicazioni su un pacchetto di misure economiche ampio, ancora oggetto di verifica tecnica nei canali diplomatici.
Nel frattempo, Washington ha indicato l’impegno a non imporre nuove sanzioni contro l’Iran, a sospendere quelle sulle esportazioni di petrolio e a non rafforzare la presenza militare in Medio Oriente nella fase attuativa. L’attuazione pratica richiede coordinamento navale, nodi regolatori e un meccanismo di monitoraggio per la sicurezza delle rotte.
Reazioni e nodi aperti: Israele, nucleare e sicurezza dello Stretto
Le forze armate iraniane hanno celebrato l’intesa come una vittoria politica e militare. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha annunciato la “fine immediata e definitiva della guerra e delle operazioni militari su più fronti, incluso il Libano”, sostenendo che “tutti gli obiettivi del nemico sono stati annullati”. Dalla sponda statunitense, Trump ha definito il premier israeliano Benjamin Netanyahu “una persona molto difficile”, accusandolo di aver rischiato di compromettere l’intesa con gli ultimi attacchi in Libano.
Israele ha chiarito di non essere parte dell’accordo. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha affermato che Israele “non è subordinato agli Stati Uniti” e non è tenuto a ritirarsi da alcun territorio in Libano. Netanyahu ha ribadito di condividere l’obiettivo di impedire all’Iran di dotarsi di arma atomicama senza vincoli derivanti dal memorandum. La posizione israeliana resta quindi una variabile nella tenuta del cessate il fuoco.
Restano questioni tecniche sulla riapertura di Hormuz. Teheran ha avanzato l’ipotesi di pedaggi sul passaggio delle navi, tema che ha suscitato disaccordi e che richiederà intese regolatorie per non rallentare il traffico. Inoltre, lo Stretto necessita di attività di sminamento e bonifica per garantire una navigazione sicura, con tempi e responsabilità in via di definizione tra più marine coinvolte.
Sul fronte economico, i leader di Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno definito l’intesa “un momento di opportunità” per stabilizzare la regione e l’economia globale, invitando a chiudere rapidamente i negoziati di dettaglio e ad attuare completamente i punti concordati. Nelle parole di Trump, “se l’Iran avesse un’arma nucleare, Israele non esisterebbe per due ore”, frase che spiega la centralità del capitolo nucleare nei 60 giorni di colloqui.
La portata dell’accordo su nucleare e sanzioni resta in parte oggetto di versioni divergenti tra le parti, con alcune condizioni trapelate contestate da Washington e rivendicate da Teheran. Al momento l’architettura appare come un documento dai confini larghi, con i nodi più sensibili rinviati alla fase successiva, mentre la riapertura dello Stretto e il cessate il fuoco costituiscono i pilastri immediati per ridurre il rischio di escalation e normalizzare i flussi marittimi.
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Edoardo Marchesi
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