«Se Sarajevo ha resistito per 1425 giorni, durante i quali sono morti 11500 cittadini, di cui 1600 bambini, era perché c’era l’amore, era perché c’era l’amicizia, era perché Sarajevo si è sentita come mai prima e soprattutto mai più dopo una comunità coesa e solidale».
Il giornalista e scrittore Gigi Riva ha così riassunto l’essenza del suo ultimo libro, C’era l’amore a Sarajevo (Mondadori), presentato martedì 16 giugno a Materia, lo spazio libero di VareseNews. L’incontro, incentrato sulla resistenza umana e sulla forza dei sentimenti tra le macerie dell’assedio bosniaco, è stato moderato dal direttore di VareseNews, Marco Giovannelli, che, insieme un piccolo team formato da giornalisti della testata e i volontari del Xmas Project, si era recato proprio nella capitale bosniaca lo scorso anno per dare vita al Librosolidale 2025.
Oltre alla presentazione della trama e dell’intreccio del romanzo, la serata ha offerto una riflessione sul legame profondo e quasi viscerale che unisce l’autore ai territori balcanici, un rapporto nato sul campo durante gli anni del conflitto. «I Balcani rischiano di diventare come un virus, cioè nel momento in cui ci entri non li lasci più», ha ricordato Giovannelli citando e introducendo il volume, che arriva a trent’anni dalla fine della guerra per esplorare una dimensione originale e intima di quella tragedia. Nonostante una produzione saggistica e letteraria già molto vasta sul tema, il racconto di Riva sceglie infatti di focalizzarsi su ciò che ha permesso alla popolazione di rimanere umana nelle condizioni più estreme.
L’esigenza di scrivere questo quarto libro sui Balcani è maturata lentamente, spiega l’autore, come un tentativo di chiudere un cerchio professionale e personale. Riva, che ha trascorso circa 500 giorni nella città assediata, ha spiegato la genesi dell’opera partendo dai suoi lavori precedenti, nati per colmare i vuoti informativi degli anni Novanta o per denunciare le responsabilità delle Nazioni Unite. Questo nuovo libro nasce invece da un interrogativo rimasto a lungo senza risposta, scaturito dai dialoghi intrapresi con i sopravvissuti una volta tornata la pace. «Volevo rispondere alla domanda a cui non avevo risposta prima di scrivere questo libro, cioè del perché tutti i miei amici dell’assedio, poi sono diventati amici della vita, continuassero a dirmi che gli ultimi anni felici della loro vita erano stati quelli dell’assedio. Sembra un’iperbole, sembra un paradosso, sembra addirittura una follia: cioè gli ultimi anni di felicità erano gli anni dove si moriva».
“LA GUERRA A SARAJEVO E IN BOSNIA HA ANNUNCIATO IL FUTURO”
Un’ispirazione fondamentale è arrivata dall’incontro, avvenuto proprio a Sarajevo negli anni Novanta, con Marek Edelman, vicecomandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, autore a sua volta di un volume intitolato C’era l’amore nel ghetto. «Mi sembrava un omaggio a Marek Edelman sottolineare che esiste una storia del dolore europeo, una storia di luoghi che con i sentimenti sono riusciti a superare delle situazioni estreme», ha precisato lo scrittore, estendendo il concetto ai conflitti della contemporaneità. «C’era l’amore nel ghetto nel 1941-42, c’era l’amore a Sarajevo, tra il 1992 e il 1996, e se volete c’è l’amore oggi in tutti i luoghi dove ci sono le guerre e se vuoi vi racconto come c’è l’amore anche oggi in Ucraina, come c’è l’amore oggi a Gaza e come c’è l’amore oggi dappertutto. Quindi volevo che Sarajevo fosse il prototipo di un luogo che non solo è stato paradigmatico per quello che è successo dopo nel mondo, io sono convinto che i mali del mondo contemporaneo sono nati tutti a Sarajevo, quella guerra è stata una guerra che ha annunciato il futuro».
Il libro si sviluppa attraverso una struttura temporale complessa, un continuo andirivieni che parte dal presente per riannodare i fili dei ricordi. «Comincia nel 2026 cioè adesso, a trent’anni dall’assedio, quando Carlo che è un inviato di guerra riceve un messaggio sul suo telefonino», ha illustrato l’autore, descrivendo i flashback a ondate che ripercorrono le varie tappe dei decennali della pace. Questa scelta narrativa risponde alla necessità di documentare la parabola successiva della città e dei suoi abitanti. «Questo espediente temporale mi è servito per raccontare come le persone di Sarajevo sono cambiate in questi trent’anni e come hanno vissuto tutto il tempo della disillusione perché oltre a raccontare l’amore io racconto anche la sconfitta di una generazione che ha pensato che dopo i sacrifici fatti durante l’assedio gli sarebbe stata restituita la vita di prima dell’assedio, dove erano felici, e invece nel dopo non hanno avuto né la vita di prima né la vita del durante, dove almeno ci si voleva bene, ma erano stati traditi tutti gli ideali per cui loro erano venuti grandi».
L’analisi si è poi allargata al valore metaforico di Sarajevo rispetto alle derive del mondo globale, dall’emergere dei nazionalismi fino ai moderni slogan identitari. Durante l’incontro è stata rievocata la nascita di neologismi tragici come “urbicidio” e “pulizia etnica“, formule nate per giustificare la separazione forzata delle comunità. «A forza di pensare che separare i vivi o contare i morti era l’unica soluzione, noi abbiamo ucciso esattamente i valori in cui noi credevamo, la tolleranza, la convivenza, il fatto di essere tutti uguali», ha concluso Riva, citando un ammonimento espresso nel romanzo dal direttore del giornale della città, Zlatko: «ti stai rendendo conto che stiamo facendo che il peggiore dei loro cioè il migliore dei loro sia peggiore del peggiore dei nostri e viceversa cioè che è l’etnia che determina il nostro giudizio su una persona e non sono più le sue caratteristiche».
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