Da quando il conflitto in Iran ha infiammato il Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz ha mandato in tilt i mercati energetici globali, per le famiglie italiane è cominciata una nuova corsa ai prezzi.
I dati ufficiali parlano chiaro: a maggio 2026 l’inflazione ha raggiunto il 3,2%, il livello più alto registrato dall’autunno del 2023. Un dato che non è frutto della casualità, ma la diretta conseguenza di uno shock geopolitico che si è abbattuto su energia, carburanti e prodotti alimentari, ripercuotendosi sulla spesa quotidiana di milioni di italiani.
Oltre mille euro in più all’anno: i calcoli dell’Unione Nazionale Consumatori
A fare i conti in tasca alle famiglie ci ha pensato l’Unione Nazionale Consumatori, che ha elaborato i dati Istat sull’inflazione di maggio. Secondo le elaborazioni dell’associazione, tra febbraio e maggio i prezzi sono cresciuti del 2%, determinando un aggravio medio di circa 505 euro all’anno per una famiglia tipo. Per le coppie con due figli l’impatto è ancora più pesante e arriva a 734 euro annui, considerando solo l’aumento registrato negli ultimi mesi. Ma se si considera l’inflazione tendenziale al 3,2%, il quadro si fa ancora più gravoso: per una famiglia composta da due genitori e due figli, l’Unione Nazionale Consumatori stima un incremento del costo della vita pari a 1.157 euro all’anno, mentre per una coppia con un figlio la maggiore spesa annua raggiunge 1.063 euro.
Il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona, non usa mezzi termini nel commentare questi numeri. «La guerra sta determinando effetti devastanti per le tasche delle famiglie. I dati ci dicono che quello che ha fatto il Governo sul fronte dei carburanti è stato insufficiente, mentre sul fronte energetico il nulla partorito dall’Esecutivo ha fatto decollare i prezzi, anche se per fortuna la fine della stagione termica ha salvato gli italiani dalla stangata del caro gasolio per riscaldamento e da quella del gas», ha dichiarato Dona. L’unica nota positiva segnalata dall’associazione è «la tenue decelerazione dei beni alimentari e, conseguentemente del carrello della spesa», ma Dona avverte che «è solo un miraggio destinato presto a svanire, visto che dipende in gran parte dalla fine dei rincari e delle speculazioni legate alla Pasqua».
Cosa è rincarato di più: dalla benzina ai pomodori
La guerra in Iran ha colpito a 360 gradi, ma alcune categorie di prodotti hanno registrato aumenti particolarmente pesanti. Analizzando i dati Istat sull’andamento dell’inflazione da febbraio ad aprile, i prodotti ad aver subito il rialzo più forte sono stati i combustibili liquidi — benzina, diesel, cherosene, gasolio per riscaldamento — che in soli due mesi hanno rincarato di oltre un terzo, segnando un +38,4%.
A maggio la situazione si è ulteriormente aggravata sul fronte dei carburanti. La benzina, per effetto della scelta del Governo di ridurre lo sconto sulle accise da 20 a 5 centesimi a partire da maggio (decreto-legge n. 63 del 30 aprile 2026), ha aumentato il proprio prezzo del 6,9% in un solo mese. Sul fronte dell’energia da trasporto, alla data dell’8 giugno il prezzo della benzina self risultava in aumento del 13% su base annua, mentre il diesel ha toccato un incremento del 26% rispetto all’anno precedente.
Sul fronte alimentare, i rincari hanno colpito soprattutto l’ortofrutta. Tra i prodotti con le variazioni più marcate a maggio figurano i supporti per la registrazione, con prezzi cresciuti del 60,7% su anno, il gasolio per riscaldamento (+36,8%), i gioielli (+29,5%), il gasolio per mezzi da trasporto (+25,4%), i legumi (+22,8%), i carciofi (+19,9%) e i pomodori (+18,4%).
Il Codacons: “I prezzi non torneranno indietro”
I dati definitivi dell’Istat hanno spinto anche il Codacons a intervenire con toni allarmati. Secondo l’associazione, riportata da Sky TG24, l’inflazione al 3,2% di maggio «attesta l’impatto della crisi in Medio Oriente sulle tasche degli italiani, con i rincari di prezzi e tariffe che pesano in media per 1.058 euro annui a famiglia. La stangata sale a +1.461 euro annui per un nucleo con due figli».
Il Codacons mette in guardia anche sulle prospettive future: «Gli incrementi dei prezzi non rientreranno a breve, e anche con la riapertura dello stretto di Hormuz e il crollo del petrolio la situazione nell’immediato non migliorerà. I listini dei carburanti, infatti, impiegheranno settimane per tornare ai livelli pre-guerra, mentre i rincari di beni e servizi, una volta applicati, non verranno riassorbiti dal mercato, e continueranno a pesare sulle tasche delle famiglie italiane». Un’analisi che delinea, in sostanza, un’inflazione strutturalmente persistente, indipendentemente dall’evoluzione militare del conflitto.
Assoutenti: emergenza alimentare ed energetica
Voce altrettanto critica è quella di Assoutenti, che punta il dito in particolare sui rincari alimentari. «La guerra in Iran continua ad avere effetti sui prezzi alimentari in Italia, aggravando la spesa delle famiglie, con rincari anche a due cifre per l’ortofrutta», ha avvertito l’associazione, spiegando che il primato dei rincari spetta ai legumi, i cui prezzi crescono del 22,8% su anno. Tra gli altri aumenti segnalati, pomodori e finocchi (+18,4%), limoni (+15,5%) e la frutta estiva: albicocche a +14,4%, pesche +13,7%, frutti a bacche +17,2%.
Il conto complessivo è salato. Secondo Assoutenti, solo per la voce cibi e bevande una famiglia con due figli si ritrova oggi a spendere 241 euro in più su base annua, con un impatto per la collettività stimato in 4,3 miliardi di euro annui solo a titolo di acquisti alimentari.
Ma Assoutenti non ferma la sua analisi agli scaffali dei supermercati. «La vera emergenza tuttavia è quella energetica», ha dichiarato il presidente Gabriele Melluso. «I prezzi dell’energia continuano a salire, come attestano i dati Istat, col rischio di realizzare una nuova stangata sulla spesa elettrica nel periodo estivo, quando cioè aumentano i consumi energetici degli italiani».
L’allarme di Bankitalia: rischio stagflazione
Il quadro preoccupa anche le istituzioni. Secondo quanto riferito dal Fatto Quotidiano, il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha avvertito che la guerra nel Golfo Persico «ha indebolito le prospettive già fragili», con l’attività economica che «rimarrà debole nei prossimi mesi» e, «negli scenari più sfavorevoli, potrebbe ristagnare o contrarsi». Lo scenario peggiore potrebbe portare l’inflazione nell’area Ue oltre il 6% e ridurre il Pil italiano di un punto percentuale nel biennio 2026-2027. Nel frattempo, in soli due mesi di conflitto la crescita attesa del Pil italiano per il 2026 potrebbe ridursi di 0,3 punti percentuali, pari a 9,7 miliardi di euro in meno rispetto alle previsioni pre-guerra, con i consumi che rallenterebbero di 3,9 miliardi e gli investimenti che potrebbero scendere di 7,7 miliardi, frenati dall’aumento dei costi e dall’incertezza.
Per le famiglie italiane, in attesa di capire come evolverà la situazione nel Golfo Persico, l’unica certezza è che la bolletta della guerra — in termini di prezzi più alti, potere d’acquisto eroso e risparmio sotto pressione — è già arrivata a casa.
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