di Alberto Bianchi
La ripresa d’iniziativa
C’è un tratto comune che attraversa, pur senza coordinarli, alcuni interventi e iniziative degli ultimi giorni: una riattivazione del discorso riformista nella sinistra italiana. È un fenomeno che non nasce da un centro politico riconosciuto, né da un’agenda condivisa, ma da una serie di segnali che, presi insieme, compongono un quadro più denso di quanto appaia. Il j’accuse di Pina Picierno al Partito Democratico (Il Foglio – 4 giugno), l’analisi di Enrico Morando sull’uscita dal PD della Vice Presidente del Parlamento europeo (Il Dubbio – 5 giugno), l’orazione di Claudio Martelli a Fratta Polesine (14 giugno) nel centenario della morte di Giacomo Matteotti, l’assemblea milanese degli “Europeisti” promossa da Falasca e Scalpelli (Milano – 15 giugno), l’intervento di Mauro Del Bue sul ruolo dell’anima socialista nel futuro del polo riformista (Il Riformista -18 giugno) e, last but not least, la riflessione avviata dai riformisti di Libertà Eguale, con il Seminario del 22 maggio a Roma, intorno alla definizione di un programma politico-programmatico convincente per le politiche del 2027: tutti questi elementi, pur provenendo da luoghi diversi, sembrano convergere su un punto. I riformisti tornano a farsi sentire e a riprendere l’iniziativa, ma non hanno ancora trovato un modo ed un posizionamento politico comuni di ricomposizione.
Il testo della Picierno sul Foglio è forse il segnale più evidente di questa criticità interna al riformismo italiano. La sua analisi dello stato del PD a guida Schlein non è un gesto di rottura personale, ma la denuncia di un partito che, a suo giudizio, ha smarrito la capacità di rappresentare una sinistra di governo, europea, riformatrice. La sua decisione di uscire dal partito che – come ha osservato Morando nell’intervista al Dubbio – resta un errore politico, nello stesso tempo non è un episodio isolato. Morando riconosce che è il sintomo di una diaspora che dura da anni e che si è acuita man mano che il PD ha scelto di collocarsi su un terreno massimalista ed identitario, lasciando scoperto lo spazio della sinistra riformista. Morando coglie una criticità strategica grave del PD: il partito dichiara di voler conquistare il governo del Paese nell’elezioni politiche del 2027, ma perde una delle sue figure più europeiste e più coerenti con quella stessa ambizione. È un paradosso che rivela una difficoltà più profonda: la mancanza di una strategia che tenga insieme europeismo, cultura di governo, riforme istituzionali e una visione non populista della sinistra.
In questo scenario, l’orazione di Martelli a Fratta Polesine introduce un elemento che spesso rimane sullo sfondo anche nel confronto tra riformisti: la radice socialista democratica del riformismo italiano. Martelli non si limita a ricordare Matteotti; utilizza quella memoria per richiamare la necessità di una sinistra che non rinunci alla propria tradizione socialista, laica, garantista, europeista. È un richiamo che risuona con forza perché mostra come la crisi del riformismo non sia solo una questione di collocazione partitica, ma anche culturale. Il riformismo, senza una radice socialista moderna, rischia di ridursi a tecnica amministrativa, a gestione dell’esistente. È un rischio che anche Del Bue, sul Riformista, mette in evidenza quando sostiene che un polo riformista non può nascere senza un’anima socialista capace di contrastare il distorto bipolarismo attuale che domina la scena politica italiana.
Accanto a questi interventi, c’è anche l’assemblea milanese degli “Europeisti”, che mostra un’altra faccia della stessa dinamica: l’esistenza di una rete di energie civiche, competenze, sensibilità liberali e democratiche che si muovono fuori dai partiti tradizionali. È un segnale di vitalità, certo, ma anche di frammentazione. L’europeismo riformista esiste, produce idee, aggrega persone, ma non ha ancora trovato la modalità politica capace di trasformarlo in forza collettiva. È un laboratorio, non ancora una casa.
La ricomposizione che manca
Se si osservano l’insieme di questi episodi – unitamente all’iniziativa di Libertà Eguale di cui all’inizio del presente testo – emerge una tensione che attraversa tutta l’area riformista nelle sue diverse espressioni e collocazioni: da un lato, una ripresa di iniziativa, una volontà di tornare a incidere sul dibattito pubblico; dall’altro, l’assenza di un percorso di ricomposizione unitaria. Le voci ci sono, ma non ci sono ancora un luogo ed una prospettiva che le raccolgano e le ricompongano. Le analisi sono lucide, ma non si sono ancora tradotte in un progetto. Le energie sono molte, ma restano disperse.
È qui che si apre il nodo politico più rilevante. Se il riformismo vuole tornare a essere una forza riconoscibile, non può limitarsi a sommare interventi individuali o iniziative civiche. Ha bisogno di una prospettiva costituente, di un processo che non sia la semplice ricomposizione di ciò che si è disperso, ma la costruzione di qualcosa di nuovo. Un percorso di questo tipo dovrebbe poggiare su tre pilastri: cultura politica chiara, una collocazione internazionale europea non negoziabile, una proposta costituente riformatrice forte sul piano istituzionale e su quello del sistema politico.
La cultura politica vuol dire: europeismo, garantismo, riformismo istituzionale, una visione della crescita che tenga insieme innovazione e coesione sociale. È ciò che emerge, in forme diverse, tanto dalle critiche di Picierno quanto dalle analisi di Morando e dai richiami di Martelli e Del Bue. La proposta istituzionale (la riforma della seconda parte della Costituzione del 1948, per intenderci) è il terreno su cui il riformismo può distinguersi: come capacità di immaginare un ordinamento della Repubblica più solido, più efficiente, più decidente, più in equilibrio tra politica e magistratura e, soprattutto, più adeguato al tumulto internazionale in corso. La collocazione europea, infine, è ciò che può dare coerenza a tutto il resto: non come adesione formale, ma come scelta strategica che definisce la postura internazionale, economica e culturale dell’Italia.
Un percorso di ricomposizione riformista non può nascere dall’alto, né può essere affidato a un singolo soggetto politico. Deve essere il risultato di un processo che coinvolga dirigenti politici, amministratori, intellettuali, reti civiche, mondi professionali. I segnali degli ultimi giorni mostrano che le condizioni culturali e politiche per avviare questo processo esistono. Ciò che manca è la decisione di trasformare questa pluralità in un progetto comune, capace di parlare al Paese e di rappresentare la bussola di una battaglia politico-culturale alla sinistra massimalista e populista.
Detto in altri termini, l’impressione è che il sistema politico si trovi in una fase di transizione profonda che comporti per i riformisti dell’area della sinistra progressista la consapevolezza del tempo lungo di una nuova minoranza riformista: combattiva, generativa, forza collettiva più viva di quanto appaia, ma ancora più dispersa di quanto possa permettersi.
La sfida dei prossimi mesi sarà capire se questa vitalità saprà tradursi in un percorso di ricomposizione – quantunque di lunga durata – di idee, individui, forze e movimenti reali o se resterà una somma di voci isolate. La storia recente suggerisce prudenza, ma i segnali degli ultimi giorni indicano che, forse, alcune condizioni per una nuova e unitaria iniziativa riformista stiano cominciando ad emergere.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.
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