un brutto accordo, ma non una sconfitta


Eccoli i primi sviluppi dei negoziati Usa-Iran sulla base del Memorandum firmato la scorsa settimana. Prima di tutto, va premesso che i negoziatori iraniani non se ne sono andati, come era stato annunciato in seguito alle nuove minacce di Trump. Né è stato richiuso lo Stretto di Hormuz, come avevano annunciato i Pasdaran denunciando la violazione della tregua in Libano da parte di Israele.

Tutta aria fritta del regime. Questo ci ricorda che bisogna prendere con molta cautela gli annunci che arrivano dai media o dai profili social controllati da Teheran.

Due le principali novità. La prima, l’ha annunciata in conferenza stampa il vicepresidente J.D. Vance: gli iraniani si sarebbero impegnati a consentire l’ingresso nel Paese degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea). Il presidente Trump ha parlato di “Major Weapons Inspections”.

Come noto, in passato le ispezioni dell’Aiea sono state una presa in giro, visite guidate. Lo stesso Vance è apparso consapevole e ha messo in guardia: “Lasciare entrare gli ispettori è una cosa grossa, ma di nuovo, vedremo cosa lasceranno fare in realtà agli ispettori una volta che saranno nel Paese, e questo continuerà a far parte del nostro negoziato”.

La seconda, annunciata da una nota del segretario al Tesoro Scott Bessent: il Tesoro Usa “ha emesso una licenza generale temporanea di 60 giorni che autorizza la produzione, la consegna e la vendita di petrolio iraniano”. Una grossa carota, sebbene temporanea, che conferma come in questa fase la priorità dell’amministrazione Trump sia riaprire Hormuz e abbassare i prezzi del petrolio.

Un aspetto da chiarire subito, per valutare il peso di questa ricompensa, è che prima del blocco navale Usa l’Iran stava già vendendo il suo petrolio, per il 90 per cento alla Cina, attraverso la sua flotta fantasma e fortemente scontato. Quindi la licenza temporanea Usa non apre un rubinetto che era chiuso, permette all’Iran di vendere alla luce del sole e potenzialmente al prezzo di mercato ciò che già stava vendendo sottobanco.

Come ha spiegato Miad Maleki, senior fellow del FDD (Foundation for Defense of Democracies), il principale beneficio per gli iraniani è che la licenza permette loro non solo di vendere, ma anche di ricevere pagamenti in dollari, ripristinando così l’accesso del regime alla moneta del sistema finanziario globale, quando le sanzioni erano state specificamente progettate per negarglielo.

E copre anche le transazioni di entità come la Banca Centrale dell’Iran e il Ministero del Petrolio, sanzionate durante il primo mandato Trump perché canali di finanziamento diretto dei Pasdaran, designati dagli Usa come organizzazione terroristica. Pochi dubbi su chi riceverà quota importante di quei proventi.

Ma di che cifre stiamo parlando? Nella finestra di 60 giorni, si stimano 10 miliardi di dollari, inclusi gli introiti del petrolio fermo in mare a causa del blocco navale Usa, le vendite di prodotti petrolchimici e la possibilità di contrattare un prezzo più vicino al valore di mercato. Una linea di finanziamento vitale per i Pasdaran e presumibilmente per i proxy iraniani, ma siamo lontanissimi dalle cifre che servirebbero per affrontare una ricostruzione da centinaia di miliardi.

Poi c’è il tema degli asset congelati. Questi sì, soldi che gli iraniani non vedrebbero senza il via libera Usa. Vance ha smentito che sarebbero stati già sbloccati e ha parlato di un meccanismo per cui, “se mai sbloccheremo asset iraniani, possiamo garantire che quei soldi vadano ad aiutare il popolo iraniano e non a finanziare il terrorismo. Se ci sono asset iraniani congelati che vengono sbloccati, allora manterremo l’approvazione su quel processo… e i soldi andrebbero in realtà ad acquistare soia americana, mais americano e grano americano”. Più facile a dirsi che a farsi, essendo il denaro fungibile.

“L’Iran è ancora in una posizione vulnerabile, date le pressioni economiche che il Paese dovrà affrontare, e l’incredibile costo di una ricostruzione dopo questa guerra”, ha osservato Esfandyar Batmanghelidj, amministratore delegato del think tank Bourse & Bazaar Foundation, al Wsj. “L’accordo alla fine li riporta semplicemente allo status quo precedente, ma nel frattempo il Paese ha assorbito costi enormi. L’Iran non può affrontare una ricostruzione completa dopo questa guerra senza un ampio sollievo dalle sanzioni. E quindi l’incentivo a ottenere un accordo completo rimane lì”.

Secondo lo stesso Batmanghelidj, “l’Iran non può rimpatriare la maggior parte dei suoi nuovi introiti petroliferi”. Se il Paese “ha più di 120 miliardi di dollari in riserve internazionali lorde accumulate, congelate in conti bancari in tutto il mondo, è perché mantiene la stragrande maggioranza dei suoi introiti petroliferi all’estero al fine di poter pagare le importazioni”. Un conto annuale che supera i 70 miliardi di dollari. E considerando le centinaia di miliardi di dollari di danni di guerra – Trump e gli israeliani parlano di mille miliardi – l’idea che questo MoU sia una manna per l’Iran è sbagliata, secondo Batmanghelidj.

Certo, l’idea che proprio nel momento di maggiore debolezza della sua storia il regime iraniano riceva questa boccata d’ossigeno finanziario non è entusiasmante. No, decisamente non è un buon accordo e probabilmente a Washington ne sono consapevoli.

Una misura tampone che risolve la questione più urgente, la riapertura di Hormuz, per rifornire i mercati energetici e abbassare i prezzi della benzina in vista delle midterm, mentre rinvia le questioni ancora aperte – le scorte di uranio arricchito, l’arsenale missilistico e la rete di proxy.

Ma come ha osservato Michael Doran su The Free Press, questa realtà “non trasforma il Memorandum in una sconfitta. Il suo vero significato è che guadagna tempo“.

Tutto dipende da come verrà usato questo tempo. Se l’amministrazione Trump permetterà al regime di ricostruire, l’accordo diventerà solo “un altro capitolo nella lunga storia della diplomazia fallita con Teheran”.

Se Stati Uniti e Israele sfrutteranno la pausa per ricostituire le loro scorte di munizioni, rafforzare le difese aeree e missilistiche regionali, approfondire la cooperazione di Intelligence e prepararsi per il prossimo tentativo dell’Iran di ricostruire i suoi programmi nucleari e missilistici, allora “verrà ricordato come una tattica per gettare le basi di una futura vittoria“.

Probabilmente, osserva Doran, “è costato un prezzo più alto del necessario. Ma Trump ci ha portati qui da una posizione di forza, non di debolezza. Questa è la differenza tra una ritirata tattica e una resa”.

Persi nell’interpretazione dei dettagli dell’accordo, rischia di sfuggirci il quadro generale. Nessun presidente negli ultimi 47 anni ha inflitto danni maggiori al regime iraniano: Trump ha distrutto un programma nucleare e una base industriale della difesa che l’Iran ha impiegato decenni, e centinaia, forse migliaia di miliardi di dollari, per tirare su. La leadership militare del regime è decimata, la sua economia al collasso e diplomaticamente è più isolato che mai.

Bisogna quindi diffidare dalle letture catastrofiste o trionfaliste, tutto nero o tutto bianco. Si può parlare di fallimento o catastrofe strategica, o paragonare il Memorandum al Jcpoa di Obama, solo se si rimuove dall’equazione quanto conseguito da Usa e Israele nelle sei settimane di bombardamenti.

Un’operazione che sarebbe disonesta intellettualmente. Non sorprende che questa narrazione venga spinta dai circoli di politica estera obamiana. Sorprende che lo sia dai delusi dalla mancata caduta del regime iraniano che vorrebbero che il presidente Trump “finisca il lavoro”.

Il board del Wsj è critico su quella che definisce una “ritirata” ma riconosce che:

La disponibilità di Trump a ricorrere alla forza militare, laddove nessun altro lo avrebbe fatto, ha inferto un duro colpo al programma nucleare dell’Iran, nonché alla sua base militare e industriale. Il risultato non è un accordo Obama 2.0 perché, a differenza del 2015, gli impianti nucleari chiave dell’Iran sono ridotti in macerie e l’arricchimento dell’uranio è stato bloccato per la prima volta in vent’anni. I critici dei media e i Democratici che oggi attaccano duramente il presidente sarebbero rimasti a guardare mentre la bomba nucleare diventava un fatto compiuto, come accaduto in Corea del Nord.

La grande differenza di questo negoziato rispetto a quello di Obama è che oggi il programma nucleare iraniano, miliardi e miliardi di infrastrutture, è distrutto, non esiste più e il regime non ha la capacità di arricchire né di costruire una bomba atomica, mentre nel 2013 si riteneva che il programma fosse troppo disperso, troppo fortificato e avanzato per essere distrutto. Obama ha cercato di mettere in pausa il programma nucleare iraniano, Trump l’ha prima distrutto e poi ha aperto al negoziato.

Quella americana resta una vittoria militare indiscutibile, anche se politicamente ancora incompiuta, non definitiva. Il perché lo sappiamo: non c’è un sostegno politico negli Stati Uniti – tanto meno in Europa e nei Paesi del Golfo – per un cambio di regime che comporti una guerra boots on the ground o una crisi energetica mondiale. Giusto o sbagliato, bisogna fare i conti con questa realtà. Si sapeva dall’inizio che la campagna sarebbe durata 4-6 settimane, doveva finire entro l’estate a causa delle midterm, e non vi era certezza che ciò sarebbe bastato a far cadere il regime. Il regime è sopravvissuto, ma indebolito e isolato come non mai.

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 Federico Punzi

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