C’è un’immagine che vale più di qualsiasi analisi geopolitica. È la foto del pranzo di lavoro del 16 giugno al G7 di Évian-les-Bains: attorno al tavolo siedono Trump, Macron, Merz, Meloni, Starmer, Takaichi, von der Leyen, Costa. E poi, tra loro, due leader che nel G7 non siedono di diritto: Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan, Presidente degli Emirati Arabi Uniti, e Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, Emiro del Qatar.
Nessun Paese del Golfo fa parte del G7. Eppure erano lì, seduti al tavolo dei sette Paesi più industrializzati del mondo, a discutere di pace, energia, accordi strategici e futuro del pianeta.
Quello che è successo a Évian tra il 15 e il 17 giugno non è un dettaglio di protocollo. È il segnale più chiaro degli ultimi anni di dove si è spostato il baricentro del potere globale.
La presenza degli UAE al summit riflette il riconoscimento globale accordato al Paese e al suo ruolo nella promozione della cooperazione internazionale e nell’affrontare le sfide comuni.
Queste non sono parole scritte da un ufficio stampa compiacente. Sono la traduzione diplomatica di un fatto concreto: gli Emirati sono stati invitati dal Presidente Macron perché senza di loro, senza la loro voce, senza i loro canali, senza il loro peso energetico e finanziario, il G7 del 2026 sarebbe stato incompleto.
Il contesto spiega tutto. Il summit si è svolto a pochi giorni dalla firma dell’accordo di pace USA-Iran, con lo Stretto di Hormuz appena riaperto, con i mercati energetici globali ancora in fibrillazione e con la stabilità del Golfo diventata una variabile critica per l’economia di ogni singolo Paese presente in sala. In questo scenario, gli Emirati non erano ospiti. Erano protagonisti.
La diplomazia si fa nei corridoi, non nelle sessioni plenarie, e Sheikh Mohamed ha usato quei corridoi con una disciplina e una sistematicità che pochi capi di Stato al mondo potrebbero vantare.
Il bilaterale con il Presidente americano era forse il più atteso. Sheikh Mohamed e Trump hanno discusso la cooperazione strategica e gli sforzi congiunti per rafforzare ulteriormente le relazioni USA-UAE, in un contesto segnato dagli ultimi sviluppi sull’accordo con l’Iran. Non è una riunione di routine: è la conferma che Washington considera Abu Dhabi un interlocutore di primo piano nella gestione del post-conflitto regionale. Un Paese che non ha solo subito la crisi. Gli UAE sono stati colpiti da settimane di attacchi con droni e missili iraniani su siti civili, ma hanno dimostrato di poterla gestire senza perdere la propria stabilità e la propria postura diplomatica.
Il Premier indiano ha definito l’incontro con Sheikh Mohamed “molto buono”, un aggettivo che nel lessico diplomatico di Nuova Delhi vale molto. Modi e Al Nahyan hanno discusso la situazione in Asia occidentale, sottolineando l’importanza del dialogo, della diplomazia e del rispetto del diritto internazionale per garantire pace, sicurezza e stabilità durature nella regione. Non è la prima volta che si incontrano nel 2026: era il loro terzo incontro dell’anno, a riflesso della solidità del Partenariato Strategico Globale India-UAE. Modi ha anche invitato Sheikh Mohamed al vertice BRICS che l’India ospiterà più avanti nell’anno, un segnale che il Presidente emiratino è considerato un ponte tra blocchi geopolitici che altrimenti faticano a parlarsi.
Il capitolo europeo è forse il più ricco di implicazioni future. L’incontro con António Costa, Presidente del Consiglio Europeo, e Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, si è concentrato sul rafforzamento della cooperazione tra UAE e Unione Europea. Le discussioni hanno incluso i negoziati in corso su un Accordo di Partenariato Strategico UAE-UE, con enfasi sulla sua importanza nel rafforzare le relazioni bilaterali e stabilire un quadro completo di cooperazione a lungo termine. In agenda anche le trattative per un accordo di libero scambio UAE-UE e la cooperazione in intelligenza artificiale e tecnologia avanzata. In sintesi: l’Europa vuole un accordo commerciale e tecnologico strutturale con Abu Dhabi e Abu Dhabi lo sa.
Con il Cancelliere tedesco Friedrich Merz, Sheikh Mohamed ha discusso legami bilaterali e piani per ampliare la collaborazione nei settori dello sviluppo. Con la Premier italiana Giorgia Meloni, si è parlato di rafforzare la partnership strategica già in essere tra i due Paesi. Due incontri diversi, stessa logica: l’Europa non tratta con gli Emirati solo da blocco, ma anche da singoli Paesi, ognuno con i propri interessi e le proprie priorità.
Con il Premier canadese Mark Carney, Sheikh Mohamed ha esaminato gli sforzi per espandere la cooperazione in settori vitali come economia, investimenti, energia e tecnologia, oltre a discutere sviluppi regionali e internazionali.
Il Cairo è stata la tappa precedente a Évian. Prima ancora di arrivare al G7, Sheikh Mohamed aveva fatto scalo in Egitto. Il Presidente Al-Sisi ha accolto Sheikh Mohamed al Cairo per colloqui all’indomani dell’accordo per porre fine alla guerra USA-Iran, alla vigilia del viaggio del leader egiziano a Évian per incontrare Trump a margine del G7. La sicurezza del Golfo è sicurezza dell’Egitto, e viceversa: un asse che vale più di qualsiasi dichiarazione ufficiale.
Al summit, Sheikh Mohamed ha preso la parola e ha detto cose che meritano di essere ascoltate al di là del circuito diplomatico.
Ha espresso apprezzamento ai membri del G7 e ai partner mondiali per il supporto offerto durante la difesa degli UAE contro migliaia di attacchi di missili e droni iraniani su siti civili nell’arco di sei settimane consecutive. Non è retorica: è un uomo che parla a nome di un Paese che ha subito una guerra sul proprio territorio e che ora, da quella posizione, chiede un ordine internazionale basato su regole.
Ha sottolineato che la pace duratura e sostenibile nella regione si fonda sul rispetto della sovranità degli Stati, sui principi di buon vicinato e sull’adesione alle norme del diritto internazionale.
Ha evidenziato il significativo potenziale di espandere la cooperazione in aree che guideranno il progresso futuro, tra cui la transizione energetica, l’intelligenza artificiale e lo sviluppo economico, sottolineando che gli UAE sono stati un partner affidabile e lungimirante in questi settori.
Tre priorità, tre parole chiave: energia, intelligenza artificiale, sviluppo. Non è un discorso generico. È un manifesto programmatico per il decennio che viene.
Per capire cosa è successo davvero a Évian, bisogna uscire dalla cronaca e guardare la traiettoria e soprattutto capire perché questo G7 segna un punto di svolta per gli Emirati Arabi Uniti.
Dieci anni fa, gli Emirati erano una presenza rispettata ma periferica nel sistema diplomatico globale. Un Paese ricco, stabile, progressista per gli standard regionali, ma non un attore che sedeva al tavolo dei grandi.
Oggi Sheikh Mohamed è stato invitato al G7. Ha bilaterali con il Presidente degli Stati Uniti, con il Premier dell’India, la nazione più popolosa del mondo, e con i vertici dell’Unione Europea. Partecipa al pranzo di lavoro con i leader delle sette economie più avanzate del pianeta. Interviene in una sessione sul futuro dell’ordine mondiale.
Questo non è accaduto per caso. È il risultato di una strategia costruita pazientemente attraverso scelte che a volte hanno sorpreso il mondo: la normalizzazione con Israele, il posizionamento come hub neutro tra Oriente e Occidente, gli investimenti colossali in tecnologia e infrastrutture, la gestione della crisi con l’Iran con una compostezza che ha dimostrato maturità istituzionale.
Quello che è emerso a Évian non è solo il presente. È la mappa di quello che verrà.
Il primo scenario riguarda l’accordo di libero scambio UAE-UE. I negoziati sono in corso, e il G7 ha accelerato i tempi. Se l’accordo venisse concluso, aprirebbe un canale commerciale e di investimento tra il mercato emiratino e i 450 milioni di consumatori europei senza precedenti nella storia dei rapporti tra Golfo ed Europa.
Il secondo riguarda il partenariato India-UAE. Modi ha invitato Sheikh Mohamed al BRICS. Se gli Emirati dovessero avvicinarsi ulteriormente al blocco dei Paesi emergenti pur mantenendo i legami con Washington, diventerebbero il Paese più ambivalente e quindi più prezioso dell’intero sistema internazionale. Un ponte che tutti vogliono, che nessuno può permettersi di alienarsi.
Il terzo, e forse il più sottovalutato, riguarda l’AI e la tecnologia. In ogni bilaterale a Évian, l’intelligenza artificiale è emersa come tema. Non come slogan, ma come settore concreto di cooperazione. Gli Emirati, con i loro investimenti in GPU, data center, fondi sovrani orientati al tech, si stanno posizionando come l’hub dell’IA del mondo arabo. Forse di più.
C’è qualcosa di paradossale in quello che è successo a Évian. Il G7, nato come club dei Paesi più ricchi e industrializzati dell’Occidente, ha dovuto invitare al suo tavolo un Paese del Golfo per discutere di energia, pace e futuro. Non perché gli Emirati si siano imposti. Ma perché senza di loro, il quadro era incompleto.
Questa è la misura più precisa del cambiamento in atto. Non le dichiarazioni, non i comunicati. Il fatto che senza Abu Dhabi, Évian avrebbe parlato di Hormuz senza chi vive quotidianamente la centralità strategica di Hormuz.
L’Europa dovrebbe prendere nota, non con invidia, ma con pragmatismo. Il nuovo ordine mondiale si costruisce attorno a Paesi che sanno essere indispensabili. Che hanno risorse, visione, stabilità e la volontà di usarle.
Gli Emirati, in questo momento, hanno tutte e quattro queste caratteristiche. Non erano nel G7 eppure nessuno avrebbe potuto fare a meno di loro. In diplomazia, questo si chiama potere reale.
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Carlo Scavone
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