A differenza di Starmer, Meloni è ancora al suo posto, ma la domanda è per quanto tempo e a quale prezzo
Jan Zielonka
Giorgia Meloni e Keir Starmer vengono da pianeti politici lontani fra loro e il sistema costituzionale italiano è diverso da quello britannico. Tuttavia, le ragioni che hanno portato Keir Starmer a lasciare l’incarico dovrebbero far riflettere anche Giorgia Meloni.
Questo perché Starmer, come Meloni, si è reso colpevole di tre errori di valutazione fondamentali.
Innanzitutto, si è concentrato eccessivamente sui giochi fra partiti politici, trascurando di affrontare i problemi che affliggono i cittadini comuni.
Starmer ha di fatto epurato il Partito laburista dai corbynisti radicali e ha contribuito all’indebolimento dei Conservatori, ma non si è accorto della forza crescente acquisita dal Reform party.
La capacità di sfruttare la frustrazione sociale ha permesso al partito di Nigel Farage di vincere nettamente le recenti elezioni locali e di rimanere in testa ai sondaggi ormai da molti mesi.
Il secondo errore capitale di Starmer è stato aver optato per una politica timida e poco incisiva, evitando riforme coraggiose in materia di economia, sanità, trasporti e edilizia abitativa.
La sua strategia si è ridotta a piccoli, se non addirittura superficiali, aggiustamenti delle politiche già attuate dai governi precedenti.
Non so se ciò sia derivato da una mancanza di immaginazione, di conoscenza o di coraggio. Tuttavia, so che una malattia grave non si cura con l’aspirina, come Starmer ha cercato di fare.
L’unico ambito in cui Starmer si è dimostrato più deciso è stato quello della migrazione e della sicurezza. Purtroppo per lui, con deludenti risultati elettorali.
Il terzo errore fatale di Starmer è stato credere che una politica estera responsabile potesse sostituire un’efficace politica interna.
Starmer, come il suo avversario ideologico Boris Johnson, ha sostenuto con fermezza l’Ucraina nella sua lotta contro l’aggressore russo, ha contrastato con tatto le provocazioni del presidente Trump e ha tentato di ricostruire il dialogo con l’Unione europea.
Tutto ciò gli ha fatto guadagnare il rispetto e la simpatia dell’opinione pubblica, sia in patria che all’estero. Tuttavia, questa posizione dignitosa sulla scena internazionale non si è tradotta in voti alle elezioni locali, dove i candidati laburisti hanno subito una sconfitta cocente.
Giorgia Meloni ha saputo tenere abilmente insieme i diversi partiti che facevano parte della sua coalizione, ma in democrazia non basta condurre con successo le manovre e le competizioni politiche tra i partiti.
Prima di tutto, è necessario affrontare le questioni che interessano gli elettori. I politici raramente sono esperti di sanità, trasporto pubblico o lotta all’inflazione. Pertanto, necessitano di un’ampia base sociale, intellettuale e di esperti a cui attingere.
Giorgia Meloni ha costruito la sua carriera all’opposizione dell’élite liberale; non sorprende quindi che il suo governo abbia un numero eccessivo di ministri dilettanti che disprezzano i veri esperti, per non parlare degli intellettuali.
Fino a questo momento, Meloni ha goduto di un sostegno pubblico basato più su ragioni ideologiche più che su aspettative di competenza in materia di governo. Purtroppo per lei, la politica fondata sulle emozioni e sugli slogan è di breve durata.
Prima o poi gli elettori si chiedono: il governo ha migliorato la mia vita e quella della mia famiglia?
Se la risposta è negativa, la bolla ideologica scoppia, lasciando il re o la regina nudi. Come l’esperienza di Starmer insegna, fare i cattivi su migrazione e sicurezza non basta.
La politica estera di Meloni si è rivelata un fiasco, in parte a causa della sua “storia d’amore” politica con il noto bugiardo e manipolatore Donald Trump.
Starmer non ha commesso un errore simile, nonostante il mito di una relazione speciale tra Londra e Washington. Ma Meloni, come Starmer, è caduta nell’illusione che ogni incontro pubblicizzato con capi di Stato stranieri possa impressionare gli elettori.
Apparentemente, i riflettori puntati su questi incontri diplomatici accecano i loro protagonisti, impedendo loro di vedere i banali problemi quotidiani dei loro compatrioti.
Le sorti politiche di Giorgia Meloni, come quelle di Keir Starmer, si sono capovolte drasticamente. Meloni ha perso il referendum sulla riforma giudiziaria e osserva l’ascesa del partito antisistema di Roberto Vannacci, domandandosi se possa rappresentare una versione italiana del partito di Farage.
A differenza di Starmer, Meloni è ancora al suo posto, ma la domanda è per quanto tempo e a quale prezzo.
Jan Zielonka è professore emerito all’Università di Oxford.
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