Psicologia climatica: perché il clima è ai margini del dibattito pubblico


C’è un dato, nell’ultimo Global Risks Report 2026 del World Economic Forum che dovrebbe far riflettere i decisori politici e gli investitori ben oltre le logiche di portafoglio. Sull’orizzonte del prossimo biennio, la percezione dei rischi ambientali ha subito un drastico ridimensionamento: gli eventi meteorologici estremi sono scesi dal secondo al quarto posto, l’inquinamento è scivolato dal sesto al nono e i cambiamenti sistemici della Terra insieme al collasso degli ecosistemi sono sprofondati nella seconda metà della graduatoria.

Eppure, allungando lo sguardo ai prossimi dieci anni, la realtà si ribalta: i fattori ambientali tornano a occupare prepotentemente la scena, con gli eventi meteo estremi saldi al primo posto e la metà della top 10 saldamente in mano alla crisi ecologica.

Com’è possibile che una minaccia definita strutturale e catastrofica per il prossimo decennio venga derubricata a problema secondario nei prossimi ventiquattro mesi? La risposta non si trova nei modelli matematici del cambiamento climatico, ma nei meccanismi di difesa della mente umana. I conflitti geopolitici che infiammano i confini globali e l’incertezza economica non hanno solo ridisegnato le priorità dei governi; hanno letteralmente “sequestrato” la nostra attenzione.

Per comprendere questo fenomeno, la psicologia cognitiva ci offre una chiave interpretativa particolarmente efficace: la teoria del “Finite Pool of Worry” (il bacino limitato delle preoccupazioni), formulata dalla scienziata Elke Weber. La mente umana possiede una capacità finita di gestire l’angoscia. Quando un nuovo rischio, immediato, visibile, drammatico e polarizzante come un conflitto armato o una crisi energetica, irrompe nello spazio pubblico, non si somma alle preoccupazioni precedenti. Le scaccia via.

I conflitti odierni generano un’ansia lineare e tangibile: c’è un attacco, c’è una difesa, ci sono ripercussioni immediate sulle bollette e sulle catene di fornitura. Il cambiamento climatico, al contrario, è un rischio sistemico e cumulativo che richiede capacità cognitive di lungo periodo.

Questa asimmetria influisce profondamente sulla percezione collettiva del rischio e ridefinisce la gerarchia dell’urgenza percepita.

In termini cognitivi, il cervello umano tende a dare priorità alle minacce che richiedono una risposta immediata rispetto a quelle che, pur essendo potenzialmente più gravi, si collocano in un orizzonte temporale più distante. La geopolitica, insomma, è diventata l’alibi perfetto per giustificare l’inazione climatica a breve termine.

Questo squilibrio trova ulteriori spiegazioni in quelli che il professor Robert Gifford definisce “Dragons of Inaction”: un insieme di barriere psicologiche, sociali e cognitive che ostacolano la risposta individuale e collettiva alla crisi climatica.

Tra questi, emergono dinamiche come la tendenza a percepire il problema come distante, la difficoltà nel tradurre la consapevolezza in azione e una certa forma di ottimismo comparativo, secondo cui gli effetti più gravi riguarderanno sempre “altri luoghi” o “altri tempi”.

A codificare questo cortocircuito comunicativo è stato lo psicologo ed economista norvegese Per Espen Stoknes, teorizzando le “5 D” che inibiscono la nostra risposta al surriscaldamento globale. Il report del WEF ne riflette nitidamente almeno due:

Distanza: la collocazione dei rischi climatici su orizzonti temporali lunghi (“a 10 anni” nel report del WEF) tende a ridurne l’urgenza percepita nel presente, trasformando il futuro (2036) in una dimensione psicologicamente astratta e temporalmente remota.

Doom (Catastrofismo) e Dissonanza: la narrazione eccessivamente apocalittica può generare saturazione emotiva e, paradossalmente, ridurre la propensione all’azione, favorendo forme di distacco o negazione cinica. Si preferisce ignorare il macro-problema per non sprofondare nell’impotenza psichica.

Il rischio reale di questa “distrazione di massa” è che il mondo ESG e la finanza sostenibile vengano declassati a mero lusso per tempi di pace. Come sottolinea la psicoanalista britannica Sally Weintrobe, la politica e le istituzioni economiche globali tendono a strutturare vere e proprie “culture di non-curanza”, in cui l’attenzione collettiva viene progressivamente riallocata verso problemi percepiti come più immediati o politicamente urgenti.

In questo contesto, la transizione ecologica rischia di essere percepita come una priorità differibile, soprattutto in fasi storiche caratterizzate da instabilità geopolitica o pressione economica.

Il risultato non è una negazione del problema climatico, ma una sua graduale marginalizzazione nell’agenda del dibattito pubblico. Una magra consolazione sociale per superare l’inverno geopolitico, ignorando l’estate perenne che stiamo preparando per il pianeta.

La verità che il mondo economico fatica ad accettare, e che emerge implicitamente dalle contraddizioni del Global Risks Report 2026, è che l’incertezza geopolitica e l’emergenza climatica non sono due crisi distinte che competono per il primo posto in classifica nella gerarchia delle preoccupazioni globali. Sono due facce della stessa medaglia. La scarsità di risorse idriche, l’improduttività agricola e le migrazioni di massa causate dal clima sono, e saranno sempre di più, i detonatori dei conflitti futuri.

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 Valentina Carella

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