Tunisia Investment Forum: torna la fiducia dei mercati, ma la vera scommessa è l’hub africano


di: Michele Vollaro | 26 Giugno 2026

Il brusio della sala plenaria, satura di oltre seicento delegati e investitori arrivati da ogni angolo del globo, si interrompe solo quando gli altoparlanti suonano l’inno nazionale della Tunisia. Fuori c’è la temperatura rovente che scalda la mattinata di Gammarth, località turistica sul mare alle porte di Tunisi, ma dentro l’aria è quella delle grandi occasioni economiche, dove i colloqui istituzionali cercano la sponda dei contratti reali. Si sono aperti ieri così i lavori della 22° edizione del Tunisia Investment Forum (Tif), un appuntamento che quest’anno ha assunto una postura marcatamente continentale, finalizzata ad accreditare il Paese non più come un mercato isolato, ma come una piattaforma strategica protesa verso l’intera Africa subsahariana.

A tracciare la linea della giornata è stata la capo del governo tunisino, Sarra Zaafrani Zenzri, che ha aperto i lavori con un intervento volto a rivendicare la tenuta e l’orgoglio della sponda sud del Mediterraneo. In un passaggio centrale del suo discorso, la prima ministra ha voluto inquadrare le complesse sfide strutturali del Paese all’interno dell’attuale scacchiere internazionale: «Questo forum si svolge in un contesto globale segnato da complesse fluttuazioni geopolitiche e da profonde trasformazioni regionali e internazionali, che hanno avuto impatti tangibili e sensibili sulle economie di tutto il mondo. Nonostante queste crisi e lo stato di persistente incertezza internazionale, la nostra economia nazionale ha saputo dimostrare una resilienza e una stabilità reali».

I dati presentati dal palco danno la misura di questa inversione di tendenza: dopo le forti incertezze degli anni scorsi, il prodotto interno lordo della Tunisia è cresciuta del 2,5% nel 2025, quasi raddoppiando l’1,4% registrato nel 2024, sospinto dal rimbalzo dell’agricoltura e dalla tenuta dei comparti industriali a maggior valore aggiunto in un quadro di dinaro stabile e inflazione in calo.

Ma la vera notizia che ha scosso la platea degli analisti è arrivata durante una sessione pomeridiana, quando il governatore della Banca Centrale, Fethi Zouhair Nouri, ha rotto gli indugi sul tema più delicato per la solvibilità internazionale dello Stato: «Negli ultimi tre anni la nostra situazione debitoria è cambiata in modo notevole. Fino a qualche tempo fa sui mercati si temeva apertamente che la Tunisia potesse scivolare verso il default; oggi possiamo dichiarare che quel debito estero è stato interamente ripagato».

Si tratta di un’affermazione di forte peso politico e finanziario, che punta a consolidare quel clima di certezza macroeconomica che le stesse istituzioni partner considerano la precondizione assoluta per l’afflusso di capitali stabili. Al tempo stesso va però anche precisato che, secondo quanto rilevano gli osservatori internazionali, il ripianamento è stato ottenuto attingendo in misura crescente al credito della Banca Centrale, spostandolo così sul fronte domestico.

A convalidare questa ritrovata credibilità internazionale, parlando a nome del contingente degli operatori privati durante la sessione inaugurale dei saluti istituzionali, è stato Enrico Maria Bagnasco, amministratore delegato di Sparkle e presidente di Confindustria Assafrica & Mediterraneo. L’intervento è giunto a meno di 24 ore dalla conclusione del forum economico e imprenditoriale bilaterale italo-tunisino, svoltosi nella giornata di mercoledì sempre a Tunisi con la partecipazione di oltre 200 operatori economici italiani.

Proprio richiamando la profondità storica di un legame industriale che oggi conta più di 1.000 aziende italiane stabilmente attive sul territorio tunisino, Bagnasco ha ricordato la solidità dei flussi finanziari bilaterali: «I numeri parlano da soli e confermano la solidità dei nostri rapporti. Nel primo semestre del 2025, l’Italia si è confermata il maggiore investitore singolo in Tunisia, con investimenti che hanno toccato i 46 milioni di euro e che rappresentano circa il 10% del totale degli afflussi esteri nel Paese, escludendo il comparto dell’energia».

Il presidente di Confindustria Assafrica & Mediterraneo ha poi voluto alleggerire la densità dei dati tecnici ricorrendo a una considerazione logistica che ha trovato immediata sponda nella platea dei manager: «Dobbiamo guardare alla realtà geografica dei nostri distretti: un volo aereo da Roma a Tunisi è ormai sensibilmente più breve rispetto a una tratta interna che collega la capitale italiana a Milano».

Un’evidenza che trasforma il Paese nordafricano non in una destinazione remota di delocalizzazione, ma in una piattaforma di coproduzione naturale, strategicamente posizionata alle porte dell’Europa e dei mercati ad alta crescita del continente africano.

La transizione del modello industriale e lo scoglio delle riforme

La vera evoluzione dottrinale emersa dai dibattiti di ieri risiede tuttavia nella necessità di superare il vecchio impianto industriale tunisino. Il presidente dell’Unione tunisina dell’industria, del commercio e dell’artigianato (Utica), Samir Majoul, ha richiamato la memoria storica della celebre legge del 1972 sull’offshoring, definendola il testo fondatore del regime “totalmente esportatore” del Paese.

Tuttavia, Majoul ha chiarito che l’attrattività della Tunisia non può più reggersi sulla semplice compressione salariale della delocalizzazione pura, ma deve puntare sulla valorizzazione dei talenti locali e sul trasferimento tecnologico: «Il settore privato non si mobilita attraverso i colloqui, si mobilita attraverso i contratti. Vogliamo difendere un modello che tenga insieme il progresso tecnologico, climatico e sociale, per costruire la nostra competitività senza intaccare le conquiste dei lavoratori».

Majoul ha ricordato che la Tunisia forma ogni anno oltre 7.000 ingegneri in discipline avanzate come la scienza dei dati e le tecnologie verdi. Si tratta di un bacino di competenze che alimenta laboratori e startup ad alto valore aggiunto, e che il mondo imprenditoriale intende trattenere sul territorio proprio grazie a una nuova stagione di investimenti complessi.

Questa traiettoria verso l’innovazione deve però fare i conti con gli scogli strutturali segnalati direttamente da chi opera sul campo. Sollecitato da una specifica domanda del moderatore nel corso della prima sessione plenaria, Adel Ben Khaled, capo operativo di Autoelectric Tunisia – azienda premiata durante la giornata proprio per il suo impatto sul contesto economico –, ha denunciato apertamente le inefficienze della catena logistica, i ritardi nei trasporti e le complessità legate alla definizione e al riconoscimento degli standard industriali.

Si tratta di un monito realistico, raccolto con insolita franchezza dallo stesso ministro dell’Economia e della Pianificazione, Samir Abdelhafidh. Il titolare dello Sviluppo ha ammesso esplicitamente che, senza un’immediata attuazione dell’agenda delle riforme, la crescita programmata per il Paese rimarrà un traguardo irraggiungibile. Per far fronte a queste criticità e abbattere la burocrazia ordinaria, Abdelhafidh ha annunciato che il governo sta lavorando all’introduzione della cosiddetta gold card, una licenza premium destinata a garantire una corsia preferenziale e un fast-track amministrativo ai grandi investitori strategici. Questa misura si affianca al debutto operativo del Portale nazionale dell’investimento, una piattaforma digitale concepita per digitalizzare integralmente i flussi autorizzativi e azzerare i passaggi cartacei.

La bontà di questo percorso di stabilizzazione trova una parziale conferma nei dati macroeconomici più recenti diffusi dall’Agenzia tunisina per la promozione degli investimenti esteri (Fipa), che registrano un balzo superiore al 30% degli investimenti diretti esteri nel corso del 2025, portando il numero delle imprese straniere attive a quota 4.296. Un dinamismo convalidato anche dai parametri internazionali: la Tunisia si è posizionata al quarto posto assoluto nell’Indice dell’industrializzazione in Africa 2025 pubblicato dalla Banca africana di sviluppo (AfDB), e al primo posto nel Nordafrica (secondo a livello continentale) nell’Indice di transizione energetica 2026 elaborato dal Forum economico mondiale (Wef).

Proprio sul fronte della sostenibilità e della transizione verde, la capo del governo, Sarra Zaafrani Zenzri, ha ricordato la recente firma di cinque accordi di concessione nel settore delle energie rinnovabili per un valore complessivo di 140 milioni di dinari tunisini, pari a circa 42 milioni di euro. Le intese consentiranno di sviluppare una capacità produttiva di 600 megawatt, agganciandosi idealmente alla realizzazione del cavo sottomarino Elmed tra l’Italia e la Tunisia, l’infrastruttura promossa da Terna e Steg che aprirà la strada a uno scambio elettrico bidirezionale nel Mediterraneo.

L’orizzonte dell’integrazione continentale e la francofonia economica

Il superamento delle barriere interne si inserisce in un disegno geopolitico che guarda con decisione oltre i confini del mercato locale. La Tunisia, d’altronde, è stata uno dei primissimi Paesi a firmare e ratificare l’accordo istitutivo della Zona di libero scambio continentale africana (AfCFTA), convertendo precocemente questa adesione in flussi commerciali reali verso il resto del continente. In una fase internazionale complessa, segnata da catene di approvvigionamento globali frammentate e da un atteggiamento di forte cautela da parte degli investitori, la costruzione di una resilienza economica regionale è diventata una priorità strategica per l’intero continente.

A dare la misura fattuale di questo processo è stato il segretario generale dell’AfCFTA, Wamkele Mene, che ha ricordato dal palco un dato macroeconomico di assoluto rilievo per i partner commerciali: 49 Paesi africani costituiscono oggi un mercato unico integrato, e all’interno di questa cornice ben 42 aziende tunisine pioniere hanno già completato tutti i complessi requisiti normativi per commerciare in regime di esenzione tariffaria. Si tratta di realtà attive nel settore manifatturiero, nella filiera dei fertilizzanti e nella produzione agricola, che stanno esportando i propri prodotti finiti direttamente nell’Africa subsahariana.

Mene ha voluto declinare questo potenziale ricordando il valore complessivo di un’integrazione che non è più soltanto un’ambizione burocratica: «L’AfCFTA presenta una proposta di valore per gli investimenti che unisce un miliardo e 400 milioni di persone e un prodotto interno lordo combinato di 3,4 trilioni di dollari. Nel corso del 2024 abbiamo registrato un interscambio intra-africano pari a 220 miliardi di dollari, con un incremento del 12,5% rispetto all’anno precedente. Investire in Tunisia oggi significa acquisire l’accesso preferenziale a questa enorme e dinamica area di crescita».

Il segretario generale ha poi ricordato che la nazione nordafricana possiede una solida esperienza nell’esportazione di manufatti complessi, essendo già il decimo fornitore assoluto di abbigliamento per l’Unione Europea e potendo contare su oltre 260 aziende specializzate nella componentistica per veicoli, un cluster che da solo genera oltre 2,5 miliardi di dollari di export, pari a più del 14% delle vendite totali del Paese.

A questa spinta sull’integrazione dei mercati si è unito l’apporto di Jean-Lou Blachier, presidente del Groupement du patronat francophone (Gpf), la prima organizzazione datoriale dello spazio francofono che riunisce 63 associazioni nazionali in cinque continenti, rappresentando oltre un milione di imprese. Blachier ha insistito sulla necessità di trasformare la lingua comune in un grande acceleratore economico e in uno spazio di prosperità condivisa, illustrando l’utilità del nuovo strumento digitale GPF Business Connect per favorire le alleanze transnazionali e identificare i progetti industriali.

Il presidente del patronato ha infine confermato la centralità di Tunisi nelle dinamiche di attrazione delle risorse dei cittadini residenti all’estero, annunciando che il prossimo mese di aprile la capitale tunisina ospiterà la quarta edizione del forum sull’eccellenza imprenditoriale delle diaspore francofone, concepita come una piattaforma concreta per generare investimenti e nuova occupazione giovanile.

I mercati multilaterali e le regole d’ingaggio del procurement

La declinazione operativa di questa proiezione continentale è stata al centro dei seminari tecnici del pomeriggio, interamente dedicati alle opportunità d’affari offerte dai progetti finanziati dalle banche multilaterali di sviluppo. Nelle sale dedicate ai gruppi di lavoro, dove gli accenti dei delegati subsahariani si mescolavano ai tecnicismi dei consulenti finanziari, la vice-direttrice della Banca africana di sviluppo (AfDB) per il Nordafrica, Malinne Blomberg, ha tracciato una netta linea di demarcazione per il futuro delle aziende tunisine e dei loro partner europei.

«Vogliamo compiere un passo ulteriore e passare da una partecipazione puntuale a un’integrazione strutturale e competitiva delle imprese nei mercati finanziati dalle nostre istituzioni. Ogni anno le banche multilaterali stanziano risorse ingenti in settori strategici come l’energia, l’acqua, l’agricoltura, i trasporti e il digitale. Questi progetti sono prima di tutto strumenti di sviluppo, ma rappresentano anche mercati reali e concrete prospettive di crescita per le aziende capaci di proporre soluzioni competitive», ha dichiarato.

Blomberg ha ricordato che l’accesso a queste risorse non dipende da accordi politici o da vecchie logiche preferenziali, ma poggia su regole d’ingaggio rigidamente definite a livello internazionale, fondate su pilastri inscindibili: trasparenza, equità, concorrenza, integrità e la ricerca del miglior rapporto qualità-prezzo. Un impianto normativo confermato da Lova Ravaoarimino, specialista principale in procurement della Banca mondiale a Tunisi, che ha illustrato alla platea dei manager le recenti riforme strutturali introdotte dall’istituzione proprio per semplificare le procedure di gara dei mercati e agevolare l’identificazione tempestiva dei bandi da parte dei privati.

La dimostrazione pratica che questo binario multilaterale costituisca già una realtà operativa e consolidata è arrivata dalle relazioni dei grandi gruppi tunisini dell’ingegneria e dei servizi. I rappresentanti di Studi International hanno illustrato un portafoglio che conta progetti implementati in ben 44 Paesi africani, con contratti legati ai canali della Banca mondiale e dell’AfDB che viaggiano su una media di due o tre milioni di euro per singolo intervento. Tra le commesse più rilevanti, la società ha evidenziato la redazione della grande visione strategica del settore idrico tunisino con orizzonte 2050 finanziata dalla stessa AfDB, uno studio ad altissimo contenuto scientifico volto a pianificare l’equilibrio tra domanda e offerta per far fronte allo stress idrico.

Un’eccellenza e una capacità di esecuzione confermate subito dopo anche dalla rappresentante di SCET-Tunisie, che ha rimarcato la qualità tecnica degli studi di progettazione locali e la loro abilità nel muoversi all’interno di progetti internazionali complessi.

Questa consolidata competenza tunisina nella gestione delle risorse idriche e della resilienza climatica si raccorda idealmente con l’impegno di trasferimento delle competenze e sviluppo rurale avviato dall’Italia attraverso il progetto Tanit, evidenziando le potenzialità commerciali di una cooperazione a tre vie. La nascita di queste coalizioni d’esecuzione transnazionali ha trovato del resto una sanzione visiva proprio tra le poltrone del seminario di ieri, dove Blomberg ha voluto salutare con favore la presenza della delegazione del patronato senegalese (Cnes), giunta a Gammarth con l’esplicito obiettivo di stringere consorzi, co-imprese e alleanze strategiche con i fornitori tecnologici e i general contractor del Mediterraneo.

L’orizzonte dei progetti e la mappa dei campioni industriali

I lavori del forum proseguono nella giornata di oggi attraverso sessioni interamente dedicate alla traduzione operativa dei partenariati. La seconda sessione plenaria sposterà l’attenzione sulle strategie di penetrazione commerciale nel continente, vedendo confrontarsi il ministro del Commercio e dello sviluppo delle esportazioni, Samir Abid, e il presidente di Afreximbank, George Elombi, per analizzare i flussi di finanziamento e i crediti all’esportazione a supporto delle imprese. Il dibattito vedrà inoltre la partecipazione dei vertici della confederazione Conect e del patronato senegalese Cnes, focalizzati sulla condivisione delle migliori pratiche di internazionalizzazione nell’Africa subsahariana.

Nel corso della mattinata, l’attenzione si sposterà sugli strumenti di snellimento amministrativo con il lancio ufficiale della nuova Piattaforma digitale dell’Investitore guidato da Atef Jamoussi per la Tunisia Investment Authority (Tia), seguito dall’annuncio di grandi opere pubbliche strategiche — tra cui la Città Medica degli Aglabiti a Kairouan e il polo di Ben Ghayadha a Mahdia — e dai programmi di finanziamento della Società finanziaria internazionale (Ifc) del gruppo della Banca Mondiale illustrati dalla rappresentante residente Sarah Morsi.

Il forum si concluderà nel pomeriggio con quattro workshop specialistici focalizzati sulla componentistica automotive e la mobilità elettrica, sull’imprenditoria femminile, sulle opportunità dell’agribusiness — dove verrà presentato il caso di studio di Wafra Agricole, una sinergia innovativa tra Italia e Tunisia per la resilienza agricola — e sulle sfide della filiera del tessile.

A fare da ideale coronamento alla sessione d’apertura è stata la celebrazione dei Tif 2026 Awards, l’appuntamento promosso dalla Fipa per premiare i campioni industriali che sul territorio stanno già traducendo le riforme in crescita reale e occupazione qualificata. Nel settore dell’innovazione tecnologica e dei servizi digitali avanzati, i riflettori si sono accesi su Vermeg, che ha incassato l’International Excellence Award, sul colosso Cimpress, insignito del Pioneer Economic Award, e su Proverdy, proclamata startup dell’anno, mentre il valore della ricerca ingegneristica è stato sancito dal riconoscimento a KPIT Engineering.

La solidità della componentistica e del manifatturiero avanzato è stata invece celebrata attraverso i premi ad Autoelectric Tunisia per il Business Climate, al Gruppo LAPP con il Welcoming Award, ad ODW-Elektrik per gli investimenti inclusivi e a Valeo Tunisie per la responsabilità sociale d’impresa.

La filiera del tessile e dell’abbigliamento ha registrato l’affermazione di Taurus Textile del gruppo italiano Oniverse (ex Calzedonia) e di Thuasne Tunisie per lo sviluppo del tessile medicale intelligente, mentre l’attenzione verso la transizione ecologica è stata suggellata dai premi all’impatto ambientale di Dual Borgstena e alla green supply chain di Versigent Tunisia, chiudendo il cerchio con il Diaspora Sustainability Impact Award assegnato alla Camera di commercio franco-tunisina. Un mosaico di marchi e contratti reali che dimostra come l’apparato produttivo locale stia già rispondendo alla sfida della modernizzazione.


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 Michele Vollaro

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