C’è qualcosa di squisitamente sovietico nel modo in cui l’intellighentija capitolina gestisce il dissenso interno. Quando Stefano Cappellini, dalle colonne della sua newsletter per Repubblica, ha deciso di lanciare i suoi strali contro il Piccolo America di Valerio Carocci, lo ha fatto con la stessa sottigliezza analitica e la medesima apertura mentale che un tempo contraddistinguevano Michail Suslov o Andrej Ždanov nell’epurare i deviazionisti. Il peccato originale di questi giovani capitalisti in salsa collettivista, cresciuti all’ombra delle occupazioni abusive e oggi trasformati in una corazzata dell’industria culturale protetta, è stato quello di aver osato dichiarare guerra al sindaco Roberto Gualtieri. Una lesa maestà intollerabile per l’establishment romano, che in Gualtieri vede il perfetto custode di un sistema di potere e di pascolo indisturbato per le solite clientele della sinistra cittadina. Nel tentativo scomposto di difendere lo status quo, l’ottusità ideologica ha giocato un brutto scherzo al censore di Repubblica, che per colpire il nemico ha finito per scoperchiare il vaso di Pandora dei privilegi, dei finanziamenti a pioggia e dei trattamenti di favore concessi a una singola sigla privata.
La narrazione ufficiale, alimentata per anni dalla retorica progressista, ha sempre dipinto questi ex occupanti come i salvatori sociali delle periferie, eroi del mecenatismo dal basso che restituiscono la cultura al popolo. Dietro la facciata romantica delle arene estive de Il Cinema in Piazza, tuttavia, si nasconde un modello di business che farebbe invidia al più spregiudicato degli imprenditori d’assalto, ma con la comodità di essere quasi interamente socializzato nelle perdite e privatizzato nei profitti. Le cronache amministrative e i verbali della commissione Trasparenza capitolina rivelano una prassi consolidata in cui le regole della libera concorrenza e dei bandi pubblici vengono sistematicamente aggirate attraverso il ricorso a corsie preferenziali forzate da veri e propri blitz istituzionali.
I metodi del Piccolo America a Palazzo Senatorio
L’episodio che meglio fotografa il cortocircuito romano risale alle trattative per l’edizione dell’Estate Romana 2023, quando i vertici della Fondazione si resero protagonisti di una clamorosa occupazione degli uffici del capo di Gabinetto in Campidoglio. Come emerso dalle relazioni della Polizia e dai verbali degli agenti, i responsabili del Piccolo America si rifiutarono categoricamente di abbandonare Palazzo Senatorio dalle prime ore del pomeriggio fino a tarda sera. Un assedio deliberato, sciolto solo dopo aver ottenuto la promessa formale di un colloquio diretto con il sindaco e l’impegno a discutere una delibera d’urgenza in Giunta. Fu lo stesso Valerio Carocci a confessare candidamente ai cronisti, incalzato sui metodi muscolari utilizzati, che “non dovrebbe essere questo il metodo per ottenere le cose, ma è l’unico che ha funzionato per assicurare il rispetto delle tempistiche e far mantenere le promesse”. Una dichiarazione che solleva più di un dubbio sulla tenuta democratica delle istituzioni capitoline, piegate a quello che molti esponenti dell’opposizione definirono un inaccettabile ricatto.
Le conseguenze pratiche di questa pressione politica si sono tradotte in una proposta di delibera approvata in fretta e furia dalla commissione Cultura, convocata con una mail alle venti della sera precedente per l’appuntamento del mattino successivo. Il risultato è stato uno stanziamento diretto di ben 250.000 euro da parte del Comune di Roma a favore della Fondazione, giustificato dall’eccezionale rilevanza di un evento considerato inarrivabile, quasi a evocare uno stupor mundi che mette fuori gioco tutte le altre associazioni. Mentre le realtà culturali minori sono state costrette a competere nei bandi ordinari dell’Estate Romana, subendo criteri rigidi e tassi altissimi di esclusione, il Piccolo America ha ottenuto una quota fissa senza passare da alcuna gara pubblica. A rendere ancora più stridente il quadro economico vi sono gli incassi collaterali stimati in oltre 200.000 euro derivanti dalla vendita di cibo, bevande e merchandising nelle arene di piazza San Cosimato, della Cervelletta e di Monte Ciocci. Risorse enormi se paragonate alla media di appena 38.000 euro che un’arena cinematografica riceve normalmente quando vince un bando pubblico a Roma.
La mappa cronologica del flusso di denaro pubblico
L’analisi dei bilanci e degli atti amministrativi permette di mappare con precisione millimetrica l’evoluzione di questo cospicuo flusso di denaro pubblico, distinguendo le diverse ere politiche e i differenti livelli istituzionali che hanno alimentato le casse della Fondazione. I rubinetti sono rimasti aperti sia durante i governi di centrosinistra che sotto le amministrazioni di segno opposto, a dimostrazione di una capacità di penetrazione burocratica che prescinde dal colore dei palazzi.
Nel periodo d’oro della concertazione tra il Ministero della Cultura guidato da Dario Franceschini e la Regione Lazio di Nicola Zingaretti, la Fondazione ha beneficiato dei massimi storici storicamente registrati nei capitoli di spesa pubblica. Sotto il governo Draghi nel 2021, il Ministero della Cultura ha innalzato il finanziamento a 220.000 euro assegnati dalla Direzione Generale Cinema nell’ambito dei cosiddetti Progetti Speciali, una riserva di fondi a forte carattere discrezionale che aveva già visto erogare 150.000 euro nel primo bando emergenziale del 2020. A questa dote nazionale si sono sommate le storiche erogazioni dirette e senza bando da 250.000 euro a stagione concesse dalla successiva giunta capitolina di Roberto Gualtieri per le edizioni dell’Estate Romana.
Con il cambio di esecutivo a Palazzo Chigi e alla Pisana, la geografia dei finanziamenti ha subito una parziale riorganizzazione tecnica, pur senza azzerare i contributi istituzionali. Sotto il governo Meloni, la Direzione Generale Cinema guidata dal direttore tecnico Nicola Borrelli ha progressivamente ridotto la quota dei Progetti Speciali discrezionali, costringendo la Fondazione a ripiegarne l’attività sui Bandi Selettivi ordinari, dove i contributi ministeriali diretti si sono frammentati in cifre minori comprese tra i 10.000 e i 15.000 euro per singole rassegne monografiche. Al contrario, sul fronte locale, la nuova giunta regionale di centrodestra guidata da Francesco Rocca ha continuato a supportare la struttura. La Direzione Regionale Cinema e Audiovisivo ha infatti assegnato formalmente alla Fondazione Piccolo America ETS un finanziamento ordinario di 75.000,00 euro per l’iniziativa Il Cinema in Piazza 2025, ratificato tramite la graduatoria pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio numero 99 e liquidato con l’atto dirigenziale numero TUR-DD-G17435.
Le smentite e il feticcio del controllo culturale
Le polemiche sollevate recentemente da Dagospia in merito a un presunto finanziamento da 300.000 euro erogato dalla Regione Lazio per una rassegna cinematografica a tematica queer si sono rivelate infondate sul piano documentale, poiché la reale provenienza di quella specifica somma è da attribuire ai fondi dell’Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Resta tuttavia inalterato il tema politico di fondo legato alla gestione monopolistica degli spazi e delle risorse pubbliche in una città in cui l’industria cinematografica privata e le sale tradizionali soffrono una crisi sistemica. Le associazioni di categoria come l’ANEC e la CNA Cinema e Audiovisivo di Roma hanno più volte denunciato come questo sistema di assistenzialismo mirato alteri le regole del libero mercato, creando una concorrenza sleale nei confronti degli esercenti che pagano tasse, dipendenti e affitti commerciali senza godere di coperture pubbliche totali.
Il paradosso finale di questa vicenda risiede nel fatto che la Fondazione Piccolo America, forte di un patrimonio che le consente di presentare proposte d’acquisto da 2,5 milioni di euro per le proprie sedi, continui a rivendicare uno status di precarietà sociale per giustificare l’accesso a canali di finanziamento privilegiati. Nel momento in cui il giocattolo si rompe e il Campidoglio gualtieriano manifesta i primi segni di insofferenza per via dei ricorsi legali sul destino urbanistico dell’ex Cinema Metropolitan, i giovani imprenditori della cultura riscoprono l’antica vocazione barricadera e minacciano la creazione di liste civiche elettorali. Un capolavoro di opportunismo politico che dimostra come, dietro i sogni di una città più umana e le crociate contro la gentrificazione, vi sia solo la strenua difesa di un feudo economico ampiamente foraggiato dal contribuente italiano.
Enrico Foscarini, 27 giugno 2026
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