Anziché limitarsi a sbandierare il nome di Mattei, l’esecutivo dovrebbe rivalutarne concretamente l’opera, non solo dedicandogli un Piano per l’Africa, ma anche spiegando agli italiani, con una grande iniziativa pubblica, le circostanze effettive della sua morte, senza rifugiarsi nella versione di comodo dell’“incidente aereo per cause mai chiarite”. Perché la morte di Mattei ci dice molto della sua vita, del tipo di uomo che è stato e dei valori per i quali si è battuto.
Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo
Il quadro che emerge dalla nostra indagine storica sulle circostanze che portarono all’uccisione del fondatore dell’Eni Enrico Mattei ci induce a ritenere che francesi furono i mandanti dell’azione delittuosa e italiani gli artefici dei depistaggi. I documenti, i fatti, le testimonianze, le dichiarazioni, i molteplici indizi convergono in questa direzione.
Nell’autunno 1962, a pochi giorni dall’accordo con l’Algeria che avrebbe fruttato all’Eni il rilascio di concessioni nel Sahara, i più aspri nemici di Mattei erano divenuti l’Eliseo e i petrolieri francesi.
I rapporti tra l’Eni e la statunitense Standard Oil of New Jersey, la maggiore tra le “sette sorelle”, erano in via di rasserenamento e i contrasti con la britannica Bp, per il sostegno fornito da Mattei all’Iraq e per l’ingresso dell’Agip in Gran Bretagna, non erano più tali da giustificare un omicidio a cinque mesi dalla scadenza del mandato di presidente che la Dc aveva deciso di non rinnovargli.
L’ingresso del gruppo italiano in Algeria violava invece la “Dichiarazione di principi sulla cooperazione per la valorizzazione delle ricchezze del sottosuolo del Sahara”, parte integrante degli accordi del 18 marzo 1962 sottoscritti a Évian.
Nel deserto algerino, area petrolifera e gasiera tra le più promettenti della regione sahariana, i francesi avevano mantenuto una posizione di predominio anche dopo l’indipendenza dell’ex colonia. Appare dunque comprensibile sia la loro avversione per Mattei, sia l’urgenza di stroncarne l’iniziativa prima che potesse alterare l’equilibrio faticosamente raggiunto dalla Francia nelle trattative di pace.
Della preparazione dell’attentato è probabile si fosse occupato lo Sdece. Il sabotaggio richiedeva conoscenze tecniche alle quali i servizi d’oltralpe avevano facilità di accesso essendo l’impresa produttrice del velivolo, la Morane-Saulnier, fornitrice di aerei da caccia per le forze armate francesi. L’esecuzione materiale potrebbe essere stata delegata al Service action, braccio armato dello Sdece, oppure a uomini dell’Oas forse provenienti dallo stesso Sdece.
I capi dell’organizzazione terroristica avevano del resto ampia libertà d’azione in Italia grazie alla protezione offerta loro dai nostri servizi con il benestare politico di Scelba.
Il sabotaggio non sarebbe tuttavia potuto avvenire senza la collaborazione di soggetti interni all’Eni, a conoscenza delle mosse di Mattei. A loro volta i responsabili del crimine non sarebbero potuti restare impuniti senza l’intensa attività di depistaggio e inquinamento delle prove dietro cui era riconoscibile la mano del Sifar e dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno.
È inoltre verosimile che l’interesse dei francesi a sopprimere Mattei si fosse intrecciato con quello dei circoli atlantici, che, tanto in Italia quanto negli Usa, continuavano a osteggiare la svolta morotea del centro-sinistra nonostante il presidente americano John Kennedy l’avesse già approvata.
Dopo l’atteggiamento di “prudente simpatia” nei confronti di un’apertura al Psi assunto dalla Casa Bianca nel giugno 1961, in occasione della visita di Fanfani a Washington, ci vollero infatti quasi due anni per persuadere il dipartimento di Stato, e in particolare la sezione italiana, ad adeguarsi alla politica del presidente.
La preoccupazione di questi ambienti filoamericani e filo-Nato era che l’accordo con l’Algeria, già programmato per la prima settimana di novembre, e l’incontro con il leader statunitense, previsto per i mesi successivi, avrebbero potuto rafforzare Mattei all’interno della Dc.
L’attività di depistaggio, che scompariva e riappariva come un fiume carsico appena qualcuno si addentrava troppo nella morte di Mattei, giunse al culmine con l’inchiesta su Mauro De Mauro.
Come sentenziarono nel 2011 i giudici della Corte d’assise di Palermo, la verità di cui il cronista de “L’Ora” era venuto a conoscenza, cioè il fatto che Mattei era stato assassinato e che nell’omicidio erano coinvolti personaggi eccellenti, fu “massacrata da un massiccio e mirato depistaggio” che raggiunse “il suo momento cruciale […] proprio nella fase più delicata delle prime indagini”.
Ucciso con il metodo della lupara bianca, De Mauro pagò al prezzo della vita le sue scoperte.
Fu la famiglia del rapito a spiegare alla polizia la rilevanza della notizia di cui era venuto in possesso nell’ambito della consulenza che stava svolgendo per Francesco Rosi. Il regista napoletano stava lavorando alla sceneggiatura de Il caso Mattei e aveva affidato alla nota firma de L’Ora l’incarico di ricostruire gli ultimi due giorni di vita del presidente dell’Eni in Sicilia.
De Mauro tuttavia non si limitò a svolgere il compito che gli era stato assegnato, per il quale gli sarebbe bastato riordinare i suoi vecchi appunti e mettere in fila le notizie di dominio pubblico.
Avviò un’inchiesta giornalistica, finendo per imbattersi – come egli stesso riferì a qualche amico fidato – in qualcosa di clamoroso che avrebbe fatto tremare l’Italia.
Furono la vedova e le due figlie a spiegare alla polizia lo scoop di cui il cronista era venuto in possesso, per la cui pubblicazione sembra avesse già un accordo con il settimanale “Abc”. Esse raccontarono che De Mauro aveva accennato, senza farne il nome, a un certo presidente che avrebbe tratto vantaggio dalla scomparsa del fondatore dell’Eni.
La figlia Junia, deceduta poi prematuramente, dichiarò alla polizia che il padre, durante una conversazione a tavola, aveva fatto chiare allusioni a un coinvolgimento di Eugenio Cefis, all’epoca effettivamente presidente dell’Eni, nella sciagura di Bascapè.
Un colpo sensazionale – non incidente, ma sabotaggio; quindi, omicidio – che avrebbe demolito la tesi ufficiale dell’incidente accreditata fino a quel momento dall’autorità giudiziaria e dalla Commissione ministeriale d’inchiesta.
Immaginiamo lo scandalo che la notizia avrebbe sollevato se fosse divenuta di pubblico dominio.
Cefis esercitava un’autorità che debordava dalle sue prerogative di presidente della Montedison, gruppo chimico tra i primi cinque in Europa con circa duecentomila dipendenti, dove era approdato nel 1971 dopo aver lasciato la guida dell’Eni.
L’impressione di politici avveduti come il senatore comunista Sergio Flamigni, che aveva partecipato alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, era che, accanto all’incarico ufficiale di capo azienda, Cefis rivestisse un ruolo occulto che gli proveniva da un’investitura parallela; secondo alcuni, dalla Nato.
Se De Mauro aveva effettivamente le prove di una sua corresponsabilità nella morte di Mattei, il danno per la sua carriera, tenuto conto delle prevedibili conseguenze penali, sarebbe stato irreparabile.
Ad ogni buon conto, le accuse della famiglia furono lasciate cadere nel vuoto. Contro il giornalista fu orchestrata un’operazione di depistaggio volta ad attribuire il suo rapimento ora alle sue inchieste sui traffici di droga di Cosa nostra, ora a un regolamento di conti interno alla destra, a causa dei suoi trascorsi fascisti, ora alle confidenze sui preparativi del colpo di Stato dell’8 dicembre 1970 che – secondo il pentito Francesco Di Carlo – avrebbe raccolto nell’ambiente neofascista palermitano o addirittura dalla viva voce del principe Borghese.
L’effetto di questa campagna di discredito fu di sviare le indagini dalla pista Eni-Mattei che era stata imboccata dalla squadra mobile di Palermo e di tenere coperto il nome del principale sospettato del sequestro, il potente avvocato d’affari Vito Guarrasi, che aveva un piede in tante scarpe (affari, politica, industria, pubblica amministrazione, mafia) e un legame forte con Cefis che risaliva al periodo delle autorizzazioni rilasciate dalla Regione siciliana all’Eni per il petrolchimico di Gela.
Che Cefis avesse qualcosa da nascondere sul sequestro De Mauro e sulla morte di Mattei lo dimostra anche il suo particolare interessamento per la sceneggiatura e le riprese del film di Rosi. Egli volle accertarsi che il regista non toccasse certi tasti e incaricò il direttore delle relazioni esterne dell’Eni, Franco Briatico, di stargli alle costole per convincerlo ad attenuare alcuni passaggi del copione.
Quando Il caso Mattei era in lavorazione, Cefis era ancora al vertice dell’Eni e non voleva che la sua gestione, i suoi metodi, le sue strategie, le sue politiche d’investimento e di diversificazione fossero contrapposte a quelle del suo predecessore.
Voleva apparire come l’amico, il prosecutore dell’opera del fondatore, non come il manager che undici mesi prima s’era dovuto dimettere per presumibili contrasti con Mattei e che, richiamato dal governo Fanfani per assumere la guida dell’ente, ne aveva invertito la rotta fin dalle prime settimane, volando negli Usa per un accordo con la Standard Oil of New Jersey che somigliava a una resa senza condizioni e indirizzando su un binario morto i rapporti con l’Algeria.
L’altra preoccupazione di Cefis riguardava l’intervista a Philippe Tyraud de Vosjoli raccolta da Rosi a New York, che fu poi inserita nel film. L’ex agente dei servizi francesi a Washington, passato con la Cia, dichiarava – riprendendo quanto aveva scritto nel suo memoriale uscito in vari paesi, tranne che in Italia – che ad aver sabotato il Morane-Saulnier di Mattei era stato lo Sdece con l’aiuto di un alto dirigente dell’Eni.
Cefis non voleva si sospettasse che quel dirigente potesse essere lui.
In un’altra intervista a un settimanale italiano, Thyraud de Vosjoli aveva fornito ulteriori dettagli sull’attività di infiltrazione dell’Eni da parte della Sdece: “C’è stato un uomo nell’entourage dell’industriale italiano che l’ha venduto completamente. Con il suo aiuto fu possibile l’infiltrazione di due nostri agenti in posti dove avrebbero potuto avere informazioni sui movimenti e le iniziative di Mattei. Tutto procedette molto piano per alcuni mesi”.
Ancora più diretta l’accusa contro Cefis mossa da Pasolini in Petrolio, l’opera postuma che l’intellettuale, poeta, scrittore e regista massacrato la notte del 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia non poté completare.
Nel libro per come ci è pervenuto – centinaia di pagine frammentarie, suddivise in appunti numerati piuttosto che in capitoli – Pasolini individua in Cefis il vertice di un nuovo potere, di un neocapitalismo dominato dalle multinazionali, di cui Eni e Montedison rappresentavano – a giudizio del poeta – l’ossatura politica ed economica.
Il nodo del romanzo interrotto è il punto in cui Pasolini affronta il tema della morte di Mattei: “In questo preciso momento storico […] Troya [nome di fantasia che lo scrittore attribuisce a Cefis] sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore”.
Non solo nessuno gli toglie dalla testa che Mattei sia stato ucciso, ma crede anche che Cefis sia il responsabile del delitto: “Carlo I, ricattato, senza che egli sappia nulla […] Aiuta Cefis nell’assassinio di Mattei”.
L’appunto che contiene questo passaggio, scritto a Chia nell’agosto 1974, di cui si è venuti a conoscenza solo nel 2022, con la pubblicazione del libro da parte della Garzanti, non figura nella prima edizione del romanzo, curata per Einaudi da Maria Careri e Graziella Chiarcossi (cugina dello scrittore, nonché custode dell’eredità pasoliniana) con la supervisione di Aurelio Roncaglia.
Le curatrici avevano motivato la decisione di toglierlo con il fatto che Pasolini aveva annotato in fondo alla pagina, tra parentesi, “appunto da distruggere”. Tuttavia, come rileva Walter Siti, curatore della più recente edizione del romanzo, “non sono affatto sicuro che questo ‘appunto da distruggere’ volesse effettivamente dire ‘distruggilo’, […] altrimenti Pasolini l’avrebbe preso e buttato nel cestino”.
Resta poi il mistero dell’appunto 21, di cui ci è pervenuto soltanto il titolo, Lampi sull’Eni, che abbiamo preso in prestito per il nostro libro perché ci sembra contenga le risposte di cui Pasolini andava in cerca.
L’ipotesi che l’appunto 21 possa essere stato lasciato volutamente in bianco, per un espediente letterario, ci sembra non stia in piedi, perché poche pagine avanti, nell’appunto 22a, dal titolo Il cosiddetto impero di Troya: le filiali più vicine alla casa madre, commentando le imprese antifasciste della formazione partigiana di Buonocore [pseudonimo di Mattei], Pasolini dichiara di averne “già fatto cenno nel paragrafo intitolato ‘Lampi sull’Eni’, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria”.
Il che fa pensare che l’avesse scritto e che qualcuno potrebbe averlo sottratto dall’appartamento in cui viveva con la madre e la cugina. È probabile che nell’appunto mancante Pasolini avesse riversato le informazioni e le impressioni sull’assassinio di Mattei e sul ruolo di Cefis raccolte nel corso delle sue ricerche.
Furono dunque i francesi a far fuori Mattei con la collaborazione di elementi interni all’Eni che avevano il filo diretto con lui e con la copertura altrettanto essenziale dei servizi italiani.
A loro volta i servizi si fecero interpreti degli ambienti più reazionari del paese che vedevano in Mattei – nella sua apparente presa di distanza dalla Nato, nei suoi discorsi contro il colonialismo, nelle sue aperture commerciali ai paesi del blocco sovietico e alla Cina di Mao – un pericoloso eversore dell’equilibro di Jalta, che stava per consegnare l’Italia ai comunisti.
Il Sifar e, a partire dal 1965, il Sid si assunsero il compito di sviare le indagini per coprire i mandanti e gli esecutori del delitto attraverso un’opera di costante manipolazione delle prove. E si adoperarono perché la tesi dell’incidente fosse largamente accettata dall’opinione pubblica per un tempo molto lungo, a dimostrazione degli effetti dirompenti che la notizia dell’assassinio avrebbe avuto nell’immediato.
Per conoscere la verità sulla natura dolosa dei fatti di Bascapè si sarebbe dovuto aspettare il 2003, anno di chiusura delle indagini che Pavia aveva riaperto a metà degli anni novanta a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia trasmesse dalla Procura di Caltanissetta.
Ciò non toglie che i servizi di sicurezza inglesi e americani possano avere intercettato o essere stati informati del piano per uccidere Mattei e avere tenuto la notizia coperta.
I servizi dei Paesi alleati collaboravano e si spiavano reciprocamente durante la Guerra fredda, che fu soprattutto guerra segreta, in cui spionaggio e controspionaggio erano armi fondamentali, anche se non le uniche. Nell’ambito di questa attività di controllo reciproco, la Cia o l’intelligence britannica potrebbe avere avuto sentore di ciò che stava accadendo.
Se i sovietici avevano messo in guardia Mattei dal pericolo mortale che incombeva su di lui è facile che lo sapessero anche gli americani e gli inglesi, quindi anche la Nato.
Una dritta sulla pianificazione del delitto potrebbe essere arrivata al Comando supremo della Nato anche dall’intelligence italiana.
Dà da pensare a questo proposito il ruolo che ebbe in questa circostanza il generale Giovanni Allavena, che – stando al racconto del Dc Giovanni Galloni – nei giorni immediatamente successivi alla caduta dell’aereo di Mattei condusse un’attività di depistaggio.
All’epoca Allavena era considerato il braccio destro del direttore del Sifar, il generale Viggiani, al quale sarebbe subentrato nel 1965, ed era al tempo stesso legato al generale de Lorenzo, che aveva guidato il Sifar fino a un paio di settimane prima della morte di Mattei per poi assumere il comando generale dei Carabinieri.
Ed era legato alla Nato – secondo Rino Formica – anche Cefis. Il più longevo politico della I Repubblica sostiene che i rapporti tra l’Eni e l’Urss sfuggiti al controllo della Nato sotto la presidenza Mattei furono ricondotti dal suo successore sotto l’ombrello dell’Alleanza e che Cefis divenne, così facendo, punto di stabilizzazione dell’equilibrio Est-Ovest.
Formica è convinto che Cefis fosse uomo di fiducia della Nato, cioè figura di spicco di una rete occulta che riportava all’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, e che i suoi rapporti con i servizi segreti e con il mondo militare fossero “soggetti al controllo dell’Alleanza”.
Ciò spiegherebbe la sua contiguità con esponenti dell’intelligence come il generale Gian Adelio Maletti, direttore dell’Ufficio D del Sid (l’ufficio di controspionaggio), che aveva posto agli ordini di Cefis un organo per la sicurezza dello Stato e che per questo percepiva dalla Montedison una remunerazione mensile. Fu il generale Nicola Falde a dichiararlo alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2.
Falde aveva guidato l’Ufficio Rei del Sid, ufficialmente deputato allo spionaggio e al controspionaggio industriale, aveva diretto su richiesta del generale Vito Miceli, capo del servizio, l’agenzia Op di Pecorelli, e dopo essersi iscritto alla P2 se ne era – a suo dire – dissociato nel 1976.
Egli sostenne che Maletti avesse un legame molto forte con il comandante generale dell’Arma dei carabinieri Enrico Mino, a sua volta molto vicino a Cefis, e con il gran maestro della P2 Licio Gelli; connessioni che dimostrano la prossimità del presidente della Montedison agli ambienti della loggia massonica eversiva. Cefis aveva inoltre un vincolo di colleganza con Allavena, altro iscritto alla P2, che risaliva agli anni della comune frequentazione dell’Accademia militare di Modena.
Il punto centrale e più controverso della deposizione di Falde in Commissione P2 è il ruolo di ispiratore e sostenitore di un piano di riassetto istituzionale del paese che il generale attribuiva a Cefis.
Falde dichiarò che Cefis era stato, tra il 1971 e il 1974, il punto di coagulo di un progetto di “presidenzialismo autoritario che trovava udienza in taluni settori importanti della Dc”, ma che non vide mai la luce: un disegno di “democrazia ‘guidata’, cioè forte e autoritaria”, che anticipava il Piano di rinascita democratica della P2 e che aveva delle analogie, almeno nelle intenzioni, con il programma presidenzialistico di Edgardo Sogno, con il Piano Solo del 1964, ispirato da Segni e messo a punto da de Lorenzo, e, in embrione, persino con la svolta autoritaria di Tambroni del 1960.
Il Partito radicale di Marco Pannella osservò, nel suo libro bianco del 1967, che durante la drammatica crisi di governo dell’estate 1964 Segni avrebbe consultato Cefis.
Il colloquio con l’allora vicepresidente esecutivo dell’Eni sarebbe avvenuto il 7 agosto di quell’anno, poco prima che il capo dello Stato incontrasse Moro e Saragat. Come mai Segni avrebbe avvertito la necessità, durante una crisi di governo che avrebbe potuto avere esisti drammatici, di ascoltare il parere di un alto dirigente industriale? Chi rappresentava Cefis in quel momento storico al di là del suo ruolo ufficiale di capo di un grande ente di Stato?
Già questa è una notizia eclatante. Ma ancora più clamoroso è ciò che Turi aggiunge nella frase successiva: “Da tale periodo [Cefis] ha abbandonato il timone [della P2], a cui è subentrato il duo Gelli-Ortolani, per paura”. Sta qui la chiave del rebus. Di cosa doveva aver paura un uomo come Cefis? Cosa aveva da temere?
Turi non lo scrive, come se per il Sismi fosse una cosa risaputa. A questo proposito, il più ascoltato agente di cambio della Borsa, Aldo Ravelli, dichiarò in una lunga intervista a Fabio Tamburini, oggi direttore de “Il Sole 24 Ore”, che Cefis nell’anno in cui lasciò la Montedison – il 1977 – stava per essere arrestato. Ravelli escluse fatti di corruzione. Disse soltanto che i motivi erano molto più gravi e che nella vicenda erano coinvolti ufficiali dell’esercito e dei carabinieri. Non volle aggiungere altro, se non che sarebbe tornato sull’argomento. La morte non gliene diede il tempo.
L’appunto del Sismi – acquisito dalla Procura di Pavia a Forte Braschi, assieme ad altri documenti – completa e rafforza il quadro descritto a metà degli anni Ottanta da Massimo Teodori, che partecipò alla Commissione P2 per conto del Partito radicale e che nella sua Relazione di minoranza evidenziò come tra Cefis e l’accoppiata Gelli-Ortolani vi fosse stata una sorta di passaggio di testimone. Scriveva Teodori: “Il sistema P2 si sviluppa nello stesso periodo in cui il sistema Cefis comincia a declinare come tale fino all’uscita di scena del suo organizzatore nel 1977”.
Teodori collocava Ortolani nell’orbita di Cefis, il quale nel 1963 aveva peraltro acquisito tramite l’Eni, dall’influente massone, la traballante “Agenzia giornalistica Italia”.
Nella sua ultima intervista, rilasciata a Dario Di Vico, uscita sul Corriere della Sera, Cefis dichiarò di avere incontrato Gelli una sola volta “su richiesta di qualche ministro” e di averne ricevuto un’impressione molto negativa.
Ma su questo è clamorosamente smentito da una segnalazione del Sisde, il servizio segreto civile di allora, anch’essa recuperata dalla Procura di Pavia a Forte Braschi.
Nell’estate 1982, qualche settimana prima che fosse arrestato a Ginevra, il capo della P2 ebbe – secondo il Sisde – intensi contatti in Svizzera con Cefis. Come mai Gelli contattò qualcuno che, almeno ufficialmente, era fuori dai giochi da parecchi anni? Cosa aveva da dirgli di così importante? E perché Cefis, pur avendone una pessima opinione, gli diede udienza? È un caso che alcuni tra coloro che depistarono le indagini su Bascapè sarebbero emersi vent’anni dopo dagli elenchi della P2?
L’aspetto inquietante dei fatti collegati alla morte di Mattei è la prosecuzione dei depistaggi fino ai giorni nostri anche se la sentenza della Corte d’assise di Palermo sulla scomparsa di De Mauro ha accertato in via definitiva che l’aereo su cui si trovava Mattei precipitò per un’esplosione a effetto limitato.
Molti restano scettici sulla dinamica dell’attentato e si chiedono in buona fede ancora oggi perché il piccolo jet dell’Eni non sia stato fatto esplodere in volo con una bomba ad alto potenziale.
La risposta è semplice: l’obiettivo non era provocare una distruzione spettacolare, ma garantire l’efficacia dell’attentato riducendo al minimo il rischio di imprevisti e il grado di attenzione della magistratura.
Un incidente simulato, accompagnato da un’estesa attività di depistaggio, offriva maggiori garanzie di impunità ai mandanti dell’omicidio. Garanzie tanto più indispensabili quanto più alta era la loro posizione nella gerarchia del potere.
Sono invece in malafede coloro che si affannano a negare l’evidenza dei fatti per delegittimare l’operato della magistratura, come se la magistratura abbia agito per chissà quali fini e non guidata dal desiderio di ricercare la verità.
A loro giudizio dovremmo fideisticamente accettare come verità assolute e incontestabili la relazione della Commissione d’inchiesta – che, come sappiamo, condusse indagini a senso unico – e la perizia ordinata negli anni sessanta dalla magistratura pavese, che ne ricalcò le conclusioni.
Per i negazionisti di ieri e di oggi, le decine di testimoni che videro l’aereo in fiamme e udirono distintamente un anomalo rombo di motori non hanno alcuna attendibilità probatoria, come del resto non ne ebbero per la Commissione. Poco importa se la consulenza tecnica del professor Donato Firrao ha dimostrato che a provocare l’“incidente” in cui persero la vita Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale fu una carica esplosiva a effetto limitato nascosta dietro il quadro dei comandi dell’aereo.
Esperto di fama internazionale – già ordinario di Tecnologia dei materiali metallici al Politecnico di Torino – Firrao ha scientificamente provato l’esistenza di tracce dello stesso tipo di esplosione sulle parti dell’areo messe in salvo prima che la Snam ne facesse rottamare la carcassa, sull’anello e l’orologio di Mattei, nonché sui frammenti metallici estratti dal cadavere riesumato del fondatore dell’Eni.
Forse ciò che i negazionisti faticano ad accettare è che Firrao è lo stesso perito d’ufficio che nel procedimento sulla strage di Ustica ha smontato la tesi a loro cara dell’attentato terroristico causato da una bomba. Curiosamente le bombe compaiono dove fanno comodo, spariscono dove danno fastidio.
Va anche sfatato il ruolo comunemente attribuito a Cosa nostra nell’esecuzione dell’attentato.
Le dichiarazioni dei “pentiti” circa un eventuale coinvolgimento della mafia siciliana nella strage di Bascapè non sono mai state riscontrate. Il principale collaboratore di giustizia, Tommaso Buscetta, interrogato dal giudice istruttore Giovanni Falcone il 6 agosto 1984 si espresse su Mattei in termini estremamente vaghi, dimostrando di non sapere nemmeno chi fosse il presidente dell’Eni: “Se mal non ricordo si collegava il nome di De Mauro in via ipotetica con la morte di un politico italiano, credo che si chiamasse Mattei Enrico, deceduto in un incidente aereo”. Questo è tutto ciò che riferì in quella circostanza.
Sembra quasi un altro Buscetta l’uomo che una decina d’anni più tardi, nel luglio 1993, spiega al sociologo Pino Arlacchi in un libro-intervista le ragioni per cui la mafia avrebbe soppresso il petroliere di Stato. Buscetta precisò che, all’interno di Cosa nostra, nessuno era a conoscenza di come fosse avvenuto il sabotaggio: “penso di poter dire che sulle modalità operative dell’attentato nessun uomo d’onore a eccezione degli ignoti esecutori materiali abbia mai saputo la verità”. Davvero strano.
In un’organizzazione criminale con una struttura verticistica, il cui parere è vincolante per il compimento di un omicidio, la verità sulla morte di un personaggio in vista come Mattei e i nomi degli esecutori del sabotaggio avrebbero dovuto essere noti per lo meno agli appartenenti alla cupola, con i quali Buscetta aveva familiarità.
Quanto alla decisione del governo italiano di adottare un “Piano Mattei per l’Africa”, la scelta di intitolare un progetto a sostegno degli Stati africani a un uomo che ha dedicato tutto se stesso al Paese e alla promozione dell’industria e del lavoro italiano nel mondo ci sembra apprezzabile. Ma a condizione che non sia ridotto a propaganda.
Anziché limitarsi a sbandierare il nome di Mattei, l’esecutivo dovrebbe rivalutarne concretamente l’opera, non solo dedicandogli un Piano per l’Africa, ma anche spiegando agli italiani, con una grande iniziativa pubblica, le circostanze effettive della sua morte, senza rifugiarsi nella versione di comodo dell’“incidente aereo per cause mai chiarite”. Perché la morte di Mattei ci dice molto della sua vita, del tipo di uomo che è stato e dei valori per i quali si è battuto.
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L’ecologia dei conservatori non esiste
Il libro è un esempio del livello della classe dirigente della destra italiana al governo, priva di una formazione scientifica seria, capace solo di mettere insieme idee altrui riscaldate e ridotte e a slogan, senza un vero quadro coerente di analisi e di azione, senza un programma che non sia raffazzonato e impreciso. Su temi strategici come il futuro …
Capire il presente con il microscopio sul passato
La lezione di Ginzburg, maestro non ancora quarantenne, è che se vogliamo davvero capire il nostro passato dobbiamo studiarlo con il microscopio per far emergere gli indizi di ciò che la storia ufficiale, che è scritta da una parte, nasconde. Quindi la microstoria non è, come i suoi critici hanno cercato di insinuare, e come i suoi imitatori pigri hanno…
Il caso Angelo D’Orsi
A spiegare l’ambizione politica di Angelo D’Orsi non basta la pretesa di un docente universitario di avere un uditorio. Personalità e ambizione devono avere l’occasione di esprimersi. E l’occasione per D’Orsi è stata la polarizzazione del dibattito pubblico dopo l’invasione dell’Ucraina. Il D’Orsi politico è un prodotto della terza guerra mondiale a p…
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Giuseppe Oddo
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