Sabato 4 luglio Leone XIV atterrerà a Lampedusa. Tredici anni dopo Francesco, lo stesso approdo, lo stesso cimitero dove deporre un fiore per chi non ce l’ha fatta, e la stessa domanda che quest’isola sembra rivolgere senza sosta al mondo: «Dov’è tuo fratello?».
Non è casuale che, lo scorso 30 maggio ad Agrigento, l’associazione Ri.crea Cultura abbia dedicato a questo ritorno annunciato un convegno dal titolo Sulle orme di Pietro: dal grido di Giovanni Paolo al pianto di Francesco in attesa di Leone. Più che un omaggio, una figura di continuità: la Sicilia come soglia, luogo da cui la Chiesa torna a interrogare la propria presenza nel tempo.
In quella sede, Massimo Naro ha proposto una lettura che ha attraversato molti interventi: Giovanni Paolo II e Francesco, pur nella distanza dei linguaggi, hanno incarnato un magistero che si dà nei gesti prima che nelle formulazioni, quello definito da Dianich “magistero in movimento”: un insegnamento che si espone nei luoghi, nei viaggi, nella prossimità fisica ai punti di frattura della storia.
Non è un dettaglio secondario. Giovanni Paolo II scelse la Valle dei Templi per parlare ai mafiosi. Francesco scelse Lampedusa per un atto inaugurale del proprio pontificato, e da quell’isola si levò la formula della “globalizzazione dell’indifferenza”, insieme alla richiesta di perdono per l’“anestesia del cuore”.
Leone XIV sembra muoversi nello stesso registro, partendo da un luogo che non consente mediazioni piuttosto che da un documento: Lampedusa sottrae il discorso alle astrazioni e costringe a una prossimità elementare. Dove il mare restituisce corpi senza nome, le categorie politiche perdono nitidezza e il linguaggio pubblico si misura con il proprio limite.
Tra il 2013 e oggi, tuttavia, il contesto si è profondamente trasformato. La percezione immediata dello sbarco e del naufragio — quel moto di solidarietà quasi istintivo che accolse Francesco — ha lasciato progressivamente spazio a una grammatica più dura, più difensiva, spesso più dissonante con se stessa. E in questo slittamento la destra ha avuto una responsabilità decisiva.
Non si è limitata a intercettare paure già presenti nella società: le ha organizzate, nominate, rese politicamente spendibili. Ha costruito un lessico in cui il migrante è un problema e non una persona, è un numero senza volto e senza storia, una minaccia da arginare. Lampedusa, da porta d’accesso all’Europa, è diventata confine — o meglio, antemurale: non più soglia che accoglie, ma trincea che respinge. La frontiera da topos diventa postura morale: il punto da cui osservare l’altro senza doverne riconoscere fino in fondo l’umanità.
Una parte consistente del discorso pubblico, soprattutto a destra, oscilla senza apparente disagio tra registri contraddittori: la rassicurazione di chi sostiene che il problema si risolve altrove, “a casa loro”, e il vanto arrogante di chi invoca la “remigrazione”; l’allarme permanente quando serve mobilitare, la normalizzazione quando serve tranquillizzare; l’invocazione dell’Europa quando bisogna distribuire le responsabilità, il richiamo alla sovranità nazionale quando bisogna raccogliere consenso.
È un dispositivo politico che funziona proprio grazie alla sua adattabilità. Può assumere il volto della fermezza, della prudenza, del realismo, della difesa dell’identità, persino della compassione selettiva. Ma l’effetto resta lo stesso: spostare lo sguardo dal dolore alla paura, dalla responsabilità alla protezione, dalla fraternità alla frontiera.
Il punto, allora, è l’effetto convergente di questa narrazione. La persona scompare nella categoria, la storia nel dato, il naufragio nella contabilità degli sbarchi. È ciò che Francesco ha chiamato “globalizzazione dell’indifferenza”: una progressiva irrilevanza percettiva dell’altro. E questa indifferenza – una colpa diffusa, anonima, quasi atmosferica -, è diventata anche proposta politica, lessico di governo, pedagogia. La destra l’ha resa dicibile, accettabile, talvolta persino virtuosa.
Qui sta il passaggio più grave. L’indifferenza si è trasformata in lucidità che rimuove il dolore altrui, lo ridimensiona dietro una ipocrita responsabilità verso “i nostri”. È in questa torsione che il linguaggio politico mostra la sua forza più insidiosa: relativizza la sofferenza, non dice apertamente che certe vite valgono meno, ma costruisce le condizioni perché siano percepite come meno urgenti, meno vicine, meno nostre.
A monte, resta un limite più profondo della politica contemporanea, che quella incoerenza in parte tradisce e in parte maschera. Le migrazioni sono dipinte come un fenomeno che eccede ogni scala locale: guerre, diseguaglianze, crisi climatiche e geopolitiche ne costituiscono il tessuto di fondo. Eppure proprio la destra, che più di altri rivendica il primato della realtà contro le astrazioni, riduce questa complessità a una scena elementare: un dentro da proteggere, un fuori da respingere, un noi da rassicurare, un loro da tenere a distanza.
Il linguaggio della gestione, applicato a questa complessità, finisce così per produrre semplificazione, appiattimento, populismo becero, “cainismo”. E la sproporzione tra la scala del fenomeno e la povertà degli strumenti retorici rende queste narrazioni instabili, costrette a mutare forma per restare credibili. Di volta in volta il migrante è invasore, vittima dei trafficanti, costo sociale, pedina geopolitica, emergenza, numero. Quasi mai è semplicemente fratello. E non è mai persona.
La Sicilia, in questo quadro, conserva una densità particolare. Terra di stratificazioni successive — fenici, greci, romani, arabi, normanni, aragonesi — ha conosciuto l’identità come sedimentazione più che come esclusione. È forse per questo che certe forme contemporanee di diffidenza appaiono qui come un innesto recente, quasi estraneo alla memoria. Qui ogni identità è fatta anche di attraversamenti, incontri, contaminazioni.
In questo paesaggio si inserisce l’approdo di Leone XIV. Ciò che muta, di fronte alle narrazioni politiche del presente e all’indifferenza in quanto tale — una espressione permanente dell’umano, quella che il racconto biblico condensa nella domanda di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» — sono le forme della sua legittimazione. Oggi essa tende a presentarsi in una lingua pubblica che la rende dicibile, argomentabile, talvolta persino ragionevole, addirittura giustificativa.
Ed è qui che la responsabilità della destra diventa più esplicita, soprattutto quando essa accompagna la durezza delle politiche migratorie con il richiamo alle radici cristiane dell’Europa. Perché non c’è nulla di cristiano in una politica che invoca l’identità per sottrarsi alla prossimità, che difende i simboli mentre rende opzionale la compassione, che pronuncia la parola “civiltà” mentre abitua lo sguardo a non vedere più il fratello.
Non è civile una società che rifiuta di riconoscere il dolore altrui nascondendosi dietro parole come “remigrazione”. Parole che producono un immaginario ostile e odioso, che abituano a pensare l’altro come presenza provvisoria, eccedente, rimovibile, che trasformano la convivenza in concessione e la dignità in condizione revocabile.
Per chi si misura con il lessico evangelico, la domanda si fa allora più stringente: quale forma di fraternità resta pensabile quando la prossimità diventa opzionale? E quale credibilità può avere una cultura politica che innalza croci, presepi e rosari come segni identitari, ma fatica a riconoscere Cristo nel corpo esausto di chi approda, o nel corpo senza nome che il mare restituisce?
In questo quadro, la figura di Leone XIV non è ancora interamente leggibile nei suoi sviluppi futuri, ma già si intravede una direzione possibile: il tentativo di restituire centralità alla persona, al volto concreto dell’umano, contro ogni riduzione funzionale dell’esistenza. Se così fosse, ciò che da questo pontificato si potrebbe attendere sarebbe un riassetto dello sguardo: una riemersione dell’uomo come misura ultima del discorso pubblico, in continuità con l’orizzonte aperto dalle ultime encicliche sociali della Chiesa, in cui la fraternità non è principio astratto ma forma concreta del riconoscimento reciproco.
In questa prospettiva, la domanda non riguarda solo ciò che la politica farà di Lampedusa, ma ciò che questo papato chiederà a noi: quale idea di uomo siamo ancora disposti a sostenere, quale primato della persona siamo ancora in grado di riconoscere in un tempo che tende a dissolverla nelle categorie della paura o dell’utilità.
Non è realistico attendersi che un viaggio pontificio modifichi da solo tali dinamiche, ma può lasciare una traccia profonda. Nel 1993 Agrigento segnò il luogo del grido contro la mafia. Nel 2013 Lampedusa divenne il luogo del pianto e dell’indifferenza. Oggi Leone XIV torna al molo intitolato a Papa Francesco, su queste stesse rive dove il Mediterraneo continua a restituire la sua domanda più antica.
Il linguaggio non può più restare neutro. Davanti a Lampedusa, ogni parola rivela da che parte guarda: se verso il fratello o verso la sua rimozione.
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Daniela Thomas
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