Di fronte alle coste brulle dello Yemen o lungo i canali frastagliati del Sudest asiatico, il fantasma dell’ammiraglio statunitense Alfred Thayer Mahan sembra svanire tra le onde. Alla fine del XIX secolo, Mahan teorizzò nel suo celebre The Influence of Sea Power upon History che il dominio dei mari e il controllo dei colli di bottiglia globali (i chokepoints) spettassero di diritto alle nazioni capaci di schierare imponenti flotte da battaglia. Per secoli è stato così: chi possedeva le corazzate piĂą grandi controllava le arterie del commercio mondiale.
Nella prima parte dell’articolo abbiamo visto che il controllo delle vie d’acqua non è un retaggio del passato ma è, in ogni tempo, l’ossatura invisibile della globalizzazione contemporanea.
Oggi la “geopolitica della natura” – intesa come l’interazione tra la rigiditĂ geografica dei passaggi marittimi e l’evoluzione tecnologica – sta descrivendo un paradosso moderno. Il controllo di questi varchi non richiede piĂą investimenti faraonici o l’egemonia navale assoluta. Al contrario, è diventato un esercizio di guerra asimmetrica, dove attori non-statali o potenze regionali possono sigillare vie d’acqua vitali utilizzando tecnologie dal costo irrisorio se paragonato a quello delle risposte militari necessarie per contrastarle.
La geometria della vulnerabilitĂ : la Natura come moltiplicatore di forze
Per comprendere questa metamorfosi è necessario partire dalla geografia fisica. Abbiamo giĂ visto che i chokepoints sono per loro natura vincoli spaziali rigidi. Canali artificiali o stretti naturali costringono il traffico marittimo globale, che muove circa l’80% delle merci mondiali in volume, a incanalarsi in corridoi obbligati.
In questi spazi, la vastitĂ dell’oceano si annulla. La distanza ravvicinata tra le coste elimina il vantaggio strategico della profonditĂ strategica delle grandi flotte.
Un cacciatorpediniere da 2 miliardi di dollari, concepito per operare in spazi aperti difendendosi da minacce a lungo raggio, si ritrova proiettato in un catino d’acqua dove i tempi di reazione si riducono a manciate di secondi.
La geografia, insomma, anche negli scenari marittimi cessa di essere un elemento neutro e si trasforma in un micidiale moltiplicatore di forze per chi controlla la terraferma circostante, consentendo un’inversione drammatica del rapporto costi-efficacia tra offesa e difesa.
Nella dottrina classica, l’attaccante doveva spendere cifre astronomiche per sfidare il difensore sul mare. Oggi, la tecnologia dual-use (civile e militare) e la miniaturizzazione della guida satellitare hanno capovolto l’equazione economica.
- I droni marini di superficie (USV): piccoli motoscafi o barchini radiocomandati, spesso assemblati con scafi in vetroresina commerciali, motori fuoribordo comuni e cariche esplosive artigianali. Un singolo USV può costare tra i 20.000 e i 100.000 dollari.
- I droni aerei kamikaze: vettori a lungo raggio ma a bassa velocitĂ , capaci di saturare i radar di difesa. Il loro costo unitario spesso non supera i 20.000 dollari.
- I missili anti-nave (ASCM/ASBM): anche i modelli derivati da tecnologie obsolete o forniti da sponsor regionali mantengono costi inferiori al milione di dollari, ma possiedono la capacitĂ di danneggiare gravemente navi commerciali o militari.
Di contro, la risposta delle superpotenze per garantire la libertà di navigazione – come dimostrato dalle recenti missioni internazionali nel Mar Rosso (Prosperity Guardian ed Aspides) – ha costi insostenibili nel lungo periodo.
Per abbattere un drone da 20.000 dollari, le marine occidentali utilizzano missili intercettori (come gli Aster 15/30 o gli SM-2) il cui costo oscilla tra i 2 e i 4 milioni di dollari per singolo lancio.
Pertanto spendere 2 milioni di dollari per neutralizzare una minaccia da 20.000 dollari genera un’asimmetria finanziaria logorante. Se a questo si aggiunge l’usura dei sistemi d’arma e il costo operativo giornaliero di un gruppo di battaglia navale (stimato in milioni di dollari al giorno), è evidente che il blocco economico non si combatte solo sul piano balistico, ma su quello logistico e finanziario.
Dal mare alla terra: la leva macroeconomica
L’efficacia di questa strategia asimmetrica non si misura necessariamente nel numero di navi affondate, bensì sull’impatto psicologico e macroeconomico globale. Nei mari stretti, la semplice minaccia dell’uso di mine navali di fondo (dal costo di pochi canestri di dollari ma difficilissime da bonificare) o di attacchi droni è sufficiente a scardinare le catene di approvvigionamento globali (supply chains).
Quando un chokepoint come Bab el-Mandeb diventa insicuro, le compagnie di assicurazione marittima aumentano i premi per il rischio di guerra fino allo 0,7% – 1% del valore dell’intero scafo per singolo transito. Di conseguenza, i colossi dello shipping preferiscono deviare le rotte circumnavigando l’Africa (Capo di Buona Speranza).
Questa deviazione fisica comporta alterazioni ecologiche ed economiche quantificabili:
- Allungamento dei tempi: circa 10-14 giorni di navigazione in piĂą per la rotta Asia-Europa.
- Consumo di carburante: un surplus di circa 3.000-5.000 tonnellate di combustibile marino (bunker oil) per ogni viaggio di una grande portacontainer, con un conseguente picco delle emissioni nell’atmosfera.
- Costi di nolo: aumentati in modo esponenziale, in periodi di crisi prolungata, anche del 200-300% per i container standard.
La “geopolitica della natura” dimostra così la sua spietata efficacia: una milizia o un attore non-statale arroccato su una costa montuosa, privo di una singola nave da guerra, può imporre una tassa invisibile sui consumatori di tutto il mondo, alterando l’inflazione globale e stringendo la mano attorno alla gola del commercio internazionale.
Conclusioni: una nuova grammatica del potere marittimo
Il secolo del Sea Power centralizzato e monumentale è tramontato. La natura ha offerto la geografia dei mari stretti; la tecnologia moderna ha fornito le armi letali per sfruttarla. Oggi, le chiavi dei passaggi marittimi globali non si trovano più necessariamente nelle plance di comando delle portaerei a propulsione nucleare, ma possono essere nascoste in anonimi container sulla terraferma, pronti a lanciare sciami di droni.
Per le scienze geopolitiche ed ecologiche, questa transizione impone una profonda riflessione: la sicurezza dei mari non è piĂą una questione di mera superioritĂ tecnologica quantitativa, ma di vulnerabilitĂ sistemica. FinchĂ© la civiltĂ globale dipenderĂ da stringenti passaggi fisici per il proprio sostentamento, i mari stretti rimarranno il palcoscenico ideale in cui Davide, con una fionda tecnologica da pochi spiccioli, può tenere in scacco il Golia di turno dell’economia mondiale.
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L’articolo La guerra asimmetrica nei mari stretti sembra essere il primo su La Rivista della Natura.
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 Armando Gariboldi
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