Una bambina uccisa, un assassino condannato all’ergastolo e una verità che, processo dopo processo, si è fatta sempre più fragile.
L’Aquila – Ci sono processi che si chiudono con una sentenza e altri che si chiudono soltanto con una morte. Quello per l’omicidio di Cristina Capoccitti, bambina di sette anni uccisa a Balsorano nell’agosto del 1990, appartiene alla seconda categoria: si è fermato il 23 gennaio 2003, quando Michele Perruzza, il muratore condannato all’ergastolo per quel delitto, è spirato in un’ambulanza diretta all’ospedale Pertini, dopo un infarto nel carcere romano di Rebibbia, ripetendo fino all’ultimo di non essere stato lui a uccidere quella bambina. Non una sentenza, ma un decesso ha messo la parola fine a una vicenda che quattro gradi di giudizio non erano riusciti a chiudere davvero.
Al centro di tutto, per tredici anni, c’è stato un unico oggetto: un paio di slip maschili trovati in casa Perruzza, macchiati con il sangue della piccola vittima. È su quell’indumento che si è retta l’intera impalcatura accusatoria ed è sempre su quell’indumento che, anni dopo la condanna definitiva, si sarebbe consumato il colpo di scena capace di rimettere tutto in discussione: una nuova analisi genetica, disposta nell’ambito di un procedimento parallelo aperto a Sulmona, avrebbe attribuito le tracce organiche non a Michele ma al figlio tredicenne dell’uomo, Mauro. Un dettaglio che, da solo, racconta la parabola di un’inchiesta capace di trasformare ogni presunta certezza nel suo contrario.
Prima di arrivare a quel colpo di scena, però, bisogna tornare alla sera in cui tutto ha inizio. È il 23 agosto 1990 quando Cristina, conosciuta a Case Castella – una manciata di case della Valle Roveto, ai piedi dei Monti Ernici – come “Biancaneve” per il suo aspetto candido, esce di casa portando con sé una scatoletta di yogurt come cena, dicendo ai genitori Giuseppe e Dina Valentini di non aspettarla, che avrebbe saputo lei quando tornare. Nelle ore successive l’allarme si diffonde in tutto il paese, che si mobilita in una ricerca notturna conclusa solo all’alba, quando alcune unità cinofile individuano il corpo della bambina seminudo dietro una siepe di rovi, con segni di violenza sul collo e ferite alla testa compatibili con un’aggressione brutale. Gli abiti della piccola, ritrovati sparsi nei dintorni, suggeriscono agli inquirenti anche un tentativo di violenza sessuale.
Le indagini si concentrano fin da subito su un ambiente ristretto, quello di una comunità dove – come accade spesso nei piccoli paesi di montagna – tutti si conoscono e in buona parte sono imparentati tra loro. In questo contesto emerge la prima, sorprendente svolta: il cugino tredicenne della vittima, Mauro, dopo aver raccontato agli inquirenti di aver trascorso l’intero pomeriggio con Cristina, si autoaccusa spontaneamente del delitto davanti ad alcuni agenti, in un episodio scatenato – secondo diverse ricostruzioni – dal vedere il proprio padre condotto in caserma per un interrogatorio. È una confessione raccolta senza le garanzie previste per un minore, priva della presenza di genitori o di un legale e destinata a durare solo poche ore: nella notte, davanti al procuratore del Tribunale per i Minori, il ragazzo cambia versione e punta il dito contro il padre Michele.
Da quel momento la vicenda giudiziaria imbocca una strada che porterà dritta alla condanna: la moglie di Perruzza, Maria Giuseppa Capoccitti, riferisce di aver visto il marito rincasare quella sera in stato di agitazione, ripetendo che Cristina era morta; una perquisizione in casa della famiglia porta al ritrovamento di una canottiera con capelli della vittima e, appunto, degli slip macchiati di sangue; alcuni compaesani riferiscono di presunte attenzioni inappropriate dell’uomo verso alcune bambine del paese. È un impianto accusatorio che, nel marzo 1991, porta la Corte d’Assise dell’Aquila a condannare Perruzza all’ergastolo, nonostante le ritrattazioni della moglie e i dubbi mai del tutto dissipati sulla posizione del figlio minorenne, il cui racconto viene comunque ritenuto attendibile dai giudici.
La difesa, affidata in appello ai nuovi legali Antonio De Vita e Attilio Cecchini, costruisce la propria strategia su un argomento procedurale che si rivelerà decisivo negli anni successivi: l’avvocato che aveva assistito Perruzza in primo grado, sostengono, si trovava in un conflitto d’interessi insanabile, avendo già difeso e fatto prosciogliere lo stesso Mauro nel procedimento minorile. Una circostanza che, secondo questa tesi, avrebbe impedito una difesa realmente orientata a esplorare l’ipotesi alternativa, quella di una responsabilità del ragazzo nel delitto Capoccitti. La Corte d’Assise d’Appello riconosce le criticità del primo processo ma conferma comunque l’ergastolo sulla base di nuovi elementi e nel settembre 1992 anche la Cassazione rende la condanna definitiva.
È a questo punto che la vicenda giudiziaria si biforca. Dalle stesse dichiarazioni rese da Mauro in appello nasce infatti un procedimento satellite, aperto dalla Procura di Avezzano per istigazione all’autocalunnia, che dopo un percorso tormentato tra tribunale di Avezzano, Corte d’Appello dell’Aquila e Cassazione approda nel 1997 davanti al tribunale di Sulmona. È in questa sede, apparentemente marginale, che si consuma il ribaltamento più clamoroso dell’intera storia giudiziaria: una perizia dimostra l’impossibilità, per il ragazzo, di aver visto alcunché dal punto in cui affermava di aver assistito alla scena, essendo l’area già buia a quell’ora; una seconda perizia, quella sul Dna degli slip considerati la prova regina del processo, attribuisce le tracce organiche non al padre ma allo stesso Mauro.
Sarebbero bastati questi elementi, in un sistema giudiziario lineare, per riaprire il caso e mettere in discussione la condanna. Non è andata così. Tra il ricorso della Procura generale dell’Aquila, che accusa il tribunale di Sulmona di aver invaso un ambito riservato al giudicato definitivo e i successivi passaggi in Cassazione, la richiesta di revisione del processo principale arriva solo nell’estate del 2001 davanti alla Corte d’Appello di Campobasso. I giudici molisani, pur non negando la sostanza delle nuove prove tecniche, stabiliscono che da esse non deriverebbe comunque il proscioglimento del condannato e respingono l’istanza; nel febbraio 2002 la Cassazione dichiara inammissibile l’ultimo tentativo della difesa.
Perruzza morirà undici mesi più tardi, senza aver mai ottenuto quella revisione. Ai suoi funerali, celebrati nella stessa chiesa che anni prima aveva ospitato l’ultimo saluto a Cristina, non parteciperanno né la moglie né i tre figli della coppia. Sarà il suo avvocato, Attilio Cecchini, con la mano appoggiata sulla bara, a pronunciare la frase che meglio riassume il paradosso di questa storia: sulla tomba di Michele Perruzza avrebbe voluto scrivere che si trattava di un ergastolano innocente, simbolo di una giustizia ingiusta. Un’espressione forte che fotografa con precisione un caso in cui, con il passare degli anni, le prove a carico dell’imputato sono aumentate e con esse, paradossalmente, sono cresciuti anche i dubbi sulla loro reale attendibilità.
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Filomena Indaco
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