la storia di Serena e Bhawani emoziona Materia



Ci sono storie che parlano di chi le vive e, allo stesso tempo, riguardano tutti. Quella di Serena e Bhawani è una di queste. Due sorelle nate in Nepal, adottate da due famiglie italiane diverse quando erano ancora bambine, cresciute senza mai interrompere il loro legame e capaci, molti anni dopo, di ritrovare la famiglia biologica. Una vicenda personale che mercoledì sera ha riempito Materia, durante l’appuntamento di NOIse Live, trasformandosi in una riflessione universale sul significato dell’essere figli, dell’essere madri e della ricerca delle proprie radici.


Ad aprire l’incontro è stato il direttore di VareseNews, Marco Giovannelli, che ha spiegato come l’idea della serata sia nata dopo aver ascoltato il podcast realizzato da Arianna Bonazzi, dedicato proprio alla storia di Serena. «Sono rimasto letteralmente stregato e molto emozionato. Ho pensato che questo racconto dovesse uscire dalla dimensione del podcast e diventare un momento di incontro, perché dentro la loro storia ci sono temi universali che riguardano tutti noi».

Accanto alle due sorelle c’era infatti Arianna, ideatrice e voce del podcast NOIse, che ha raccontato come quell’intervista sia nata quasi per caso. «Mi dissero che c’era una ragazza che voleva raccontare la sua storia, ma aveva un po’ di timore. Quando Serena è arrivata in studio non sapevo cosa aspettarmi. Alla fine della registrazione ci siamo guardati e abbiamo capito di avere ascoltato qualcosa di speciale».


Da quell’incontro è nato anche il titolo della serata, “Cinque donne e una grande storia d’amore”: le due sorelle e le tre madri che hanno segnato il loro percorso, quella biologica e le due adottive.

Serena racconta la propria esperienza con una frase che racchiude tutto il significato della sua storia: «Ho sempre definito l’adozione come un ponte d’amore nato da una frattura. È l’incontro tra il bisogno di un bambino di essere protetto e il desiderio di una famiglia di donare quell’amore».

Le due sorelle furono adottate da famiglie diverse perché, all’epoca, la normativa nepalese non consentiva l’adozione di due bambini dello stesso sesso da parte della stessa coppia. Una separazione che avrebbe potuto dividerle per sempre e che invece non è mai riuscita a spezzare il loro legame. Le famiglie adottive hanno scelto fin dall’inizio di farle crescere insieme, organizzando incontri, vacanze e momenti condivisi.


«Noi siamo letteralmente cresciute insieme, non ci siamo mai perse», ha raccontato Serena. Per Bhawani, però, ogni volta che arrivava il momento di salutarsi riemergeva il dolore: «La cosa che mi distruggeva era dovermi separare ancora da mia sorella».

Per Serena il desiderio di tornare in Nepal non nasce inizialmente dalla volontà di ritrovare la famiglia biologica. «Avevo bisogno di vedere il posto dove ero nata, di dare un’immagine ai miei primi tre anni di vita, quelli di cui non ho alcun ricordo». Quel viaggio, però, cambia tutto. Guardando le madri con i loro bambini, comprende di non avere ancora perdonato del tutto la donna che l’aveva messa al mondo. Inizia così un lungo percorso di terapia e di elaborazione, necessario per arrivare pronta all’eventuale incontro.


Per Bhawani, invece, la ricerca è sempre stata una certezza. «Dentro di me sapevo che prima o poi li avrei ritrovati». La svolta arriva grazie a un piccolo libretto sanitario ritrovato pochi giorni prima della partenza e all’intuizione del marito Roberto, che attraverso Facebook riesce a rintracciare una cugina nel villaggio di Kopasi. La risposta arriva nel cuore della notte: «Oh mio Dio, certo che le conosco. Erano le mie cugine».

Da quel momento tutto cambia. Il viaggio si trasforma in un ritorno a casa. «Quando siamo arrivati era una festa. C’era tutto il paese ad aspettarci», ha ricordato Bhawani. Anche Serena, qualche tempo dopo, vive la stessa esperienza. «Avevo preparato tantissime domande, ma quando li ho incontrati non me ne veniva in mente nemmeno una. Mi bastava stare con loro, guardarli».

Le due sorelle hanno raccontato una quotidianità fatta di piccoli gesti: una stanza lasciata libera per loro, un ventilatore comprato il giorno dopo aver capito che soffrivano il caldo, la premura di farle sentire accolte. «Era come se volessero recuperare in pochi giorni tutti gli anni perduti», ha detto Serena.


Il cuore della serata è stato però il rapporto con le madri. «Per me non c’è differenza tra mamma biologica e mamma adottiva», ha spiegato Serena. «Ritrovare la mia mamma biologica non ha cambiato nulla nel rapporto con mia mamma Milena, anzi lo ha reso ancora più forte». Poi ha aggiunto una riflessione che ha colpito il pubblico: «Quale madre dice “ti amo così tanto che, non potendoti dare un futuro migliore, rinuncio a te”?».

Non ha nascosto nemmeno la ferita che accompagna molti figli adottivi: «L’abbandono è una ferita primaria che non si rimargina mai del tutto. Per anni ho avuto bisogno continuo di sentirmi dire che ero voluta, accettata, abbastanza. Oggi ho capito che l’abbandono non è sinonimo di rifiuto, ma è stata una seconda possibilità di vita».


Anche Bhawani ha parlato della gratitudine verso entrambe le famiglie. «Una mamma mi ha dato la vita, l’altra mi è stata accanto ogni giorno della mia crescita. Sono grata a entrambe».

In chiusura Arianna è tornata sul senso del raccontare storie. «Questa sembra una vicenda che appartiene soltanto a loro, ma in realtà parla del rapporto con la famiglia, con le proprie origini, con la crescita. È una storia che va ascoltata, perché mentre la ascolti inevitabilmente ripensi alla tua».

Alla domanda finale, quella che chiude ogni puntata di NOIse – “Ma se noi…” – Serena ha lasciato al pubblico un invito semplice quanto impegnativo: «Se noi fossimo un po’ più come il popolo nepalese, più capaci di accogliere gli altri, di aiutarci senza diffidenza e di apprezzare le piccole cose, quanto sarebbe bello?».






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