L’EFRAG frena il progetto di un modello volontario con cui PMI e startup avrebbero potuto pubblicare informazioni nell’European Single Access Point (ESAP): non suscita un interesse sufficiente per diventare uno strumento efficace di accesso ai finanziamenti.
Non sarà un nuovo database a risolvere il problema del finanziamento delle startup europee. È questa, in estrema sintesi, la conclusione a cui arriva l’EFRAG nel rapporto consegnato alla Commissione europea sul possibile utilizzo di un modello informativo volontario per PMI, startup e scaleup all’interno dell’European Single Access Point (ESAP), la piattaforma che dal 2027 dovrà diventare il grande archivio europeo delle informazioni finanziarie e di sostenibilità.
Dopo aver coinvolto circa 100 stakeholder tra banche, fondi di venture capital, investitori istituzionali, advisor, startup e associazioni di categoria, l’organismo tecnico conclude che l’interesse del mercato è troppo limitato perché il progetto possa trasformarsi in uno strumento realmente efficace per facilitare l’accesso ai finanziamenti.
La valutazione complessiva rappresenta una battuta d’arresto per una delle iniziative con cui Bruxelles sperava di rafforzare il collegamento tra risparmio europeo e imprese innovative. Ma soprattutto mette in evidenza un problema più profondo: secondo gli operatori, il principale ostacolo alla crescita delle startup europee non è la scarsità di informazioni disponibili sugli investimenti, bensì la cronica carenza di capitale di rischio che continua a separare l’Europa dagli Stati Uniti.
Perché Bruxelles puntava sul modello volontario per PMI
L’idea della Commissione europea era relativamente semplice. Creare un modello standardizzato attraverso cui PMI e startup potessero caricare informazioni finanziarie e aziendali all’interno dell’ESAP, consentendo agli investitori di individuare più facilmente opportunità di investimento in tutta l’Unione. Insomma, una sorta di vetrina europea delle imprese in cerca di capitale.
La proposta nasceva dal fatto che il mercato europeo resta fortemente frammentato e gli investitori che operano oltre i confini nazionali incontrano spesso difficoltà nel reperire informazioni comparabili sulle società non quotate. L’obiettivo era quindi ridurre le asimmetrie informative e facilitare il cosiddetto screening iniziale delle opportunità di investimento.
Le banche non sono interessate al modello per PMI
Il dato probabilmente più significativo emerso dalla consultazione riguarda il sistema bancario. La maggior parte delle banche coinvolte nello studio non ritiene che il futuro template possa avere un’utilità concreta. Gli istituti di credito continuano infatti a basare le proprie decisioni su processi di valutazione approfonditi, rapporti diretti con le imprese e documentazione molto più ampia rispetto a quella che potrebbe essere raccolta in un modello standardizzato. Dai colloqui è emerso che l’unico potenziale utilizzo del modello volontario riguardava la selezione di imprese “green” in vista di specifici strumenti finanziari legati alla sostenibilità, qualora il modello includesse informazioni ESG.
Per le banche, quindi, la disponibilità di ulteriori informazioni pubbliche non modifica in modo sostanziale il processo di concessione del credito.
Una conclusione particolarmente rilevante in un continente dove il sistema finanziario resta fortemente dipendente dal credito bancario. Secondo il rapporto, infatti, circa il 70% del debito delle imprese europee è finanziato dalle banche, contro una quota vicina al 20% negli Stati Uniti.
Anche i grandi investitori restano freddi
Lo scarso entusiasmo non riguarda soltanto il settore bancario ma anche compagnie assicurative, fondi pensione, grandi fondi di private equity e operatori di venture capital più strutturati che hanno manifestato un interesse limitato o nullo nei confronti del progetto.
Il motivo principale è che molti di questi soggetti dispongono già di database proprietari, piattaforme commerciali e reti di contatti consolidate per individuare potenziali target di investimento. Per loro dunque il valore aggiunto dell’ESAP appare marginale.
L’interesse più concreto emerge invece tra gli investitori di dimensioni minori, i piccoli fondi di venture capital e alcuni advisor specializzati nella ricerca internazionale di startup e scaleup. Per questi operatori una banca dati europea accessibile potrebbe ridurre i costi di ricerca e ampliare il numero di opportunità analizzabili.
Ma secondo l’EFRAG questa domanda non appare sufficiente per giustificare la creazione dello strumento.
L’interesse da parte delle PMI
Anche dal lato delle imprese l’interesse appare condizionato a benefici molto concreti. Secondo i risultati della valutazione dell’EFRAG, infatti, le PMI e le startup in cerca di finanziamenti si sono mostrate interessate all’utilizzo del modello volontario quando questo avrebbe migliorato le loro possibilità di ottenere finanziamenti e quando i benefici avrebbero superato i costi e gli sforzi associati.
Secondo i rispondenti, le reti e le banche dati esistenti offrono un’ampia gamma di informazioni: da dati piuttosto limitati ad analisi avanzate, inclusi dati finanziari, dettagli sulla compagine azionaria, ultimi round di finanziamento e relative valutazioni. Inoltre le banche dati commerciali generalmente reperiscono e aggiornano le informazioni senza richiedere alle aziende di fornirle direttamente, oppure le raccolgono in modo da ridurre al minimo l’onere per le imprese stesse.
Il problema europeo si chiama scale-up gap
La parte più interessante del rapporto è forse quella che va oltre il tema del template e fotografa le debolezze strutturali del mercato europeo dei capitali. Dallo studio emerge infatti che il problema dell’Europa non è la capacità di generare startup innovative, ma la difficoltà nel farle crescere. Secondo i dati richiamati dall’EFRAG, il continente riesce infatti a generare nuove imprese innovative in misura comparabile agli Stati Uniti, ma incontra enormi difficoltà nel trasformarle in campioni globali. Il risultato è un divario ormai consolidato, tanto che solo l’8% delle scaleup mondiali ha sede nell’Unione europea, mentre il 60% si trova in Nord America.
Il gap appare ancora più evidente sul fronte del venture capital. Gli investimenti VC realizzati nell’Unione rappresentano soltanto il 5% del totale globale, contro il 52% degli Stati Uniti e il 40% della Cina. Su base annua, il volume degli investimenti venture capital negli Usa è da sei a otto volte superiore a quello europeo.
Questa minore disponibilità di capitale si riflette direttamente sulla capacità di crescita delle imprese. Secondo la Banca europea per gli investimenti, entro il decimo anno di attività, le scaleup europee raccolgono in media circa il 50% di risorse in meno rispetto alle omologhe della Silicon Valley.
Tra le cause individuate dal report emerge la difficoltà dell’Europa nel convogliare verso l’innovazione una parte significativa del proprio risparmio privato. I fondi pensione europei gestiscono patrimoni compresi tra 2.700 e 3.500 miliardi di euro, ma destinano al venture capital una quota marginale delle proprie attività, oltre cento volte inferiore rispetto agli Stati Uniti. Anche il contributo di compagnie assicurative e altri investitori istituzionali resta più contenuto rispetto al mercato americano.
A ciò si aggiunge una struttura del risparmio particolarmente prudente, con le famiglie europee che detengono oltre 33 mila miliardi di euro di attività finanziarie, in larga parte concentrate in depositi bancari e strumenti a basso rischio. Un elemento che, secondo molti osservatori, limita ulteriormente la disponibilità di capitali per sostenere la crescita delle imprese innovative.
Altri potenziali utilizzi del modello
Sebbene per le finalità per le quali era nato i risultati hanno mostrato che il modello risulta poco interessante. sono emerse altri potenziali utilizzi:
- finalità legate alla catena di approvvigionamento (ad esempio, quando una grande impresa cerca fornitori all’interno dell’UE e/o prende in considerazione informazioni relative alla rendicontazione di sostenibilità);
- finalità di ricerca (come spiegato dal mondo accademico, sussiste attualmente una difficoltà nel reperire informazioni sulle PMI europee a fini di ricerca e di definizione delle politiche);
- finalità di benchmarking e analisi, per favorire una maggiore liquidità del mercato e valutazioni più precise (attività di benchmarking necessarie, ad esempio, ai gestori di fondi e ad altri operatori di mercato).
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Arianna De Felice
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