La versione di riforma costituzionale approvata in settimana dall’Assemblea Nazionale ha incontrato l’opposizione del presidente della Repubblica Faye, che ha annunciato di volerla sottoporre a referendum
Con una larga maggioranza in Parlamento guidata da Sonko, Faye teme di essere politicamente soffocato e cerca nella consultazione popolare un nuovo argine al potere del suo rivale
La bozza di riforma costituzionale a fianco a della versione approvata e su cui Faye chiede il referendum
Il presidente della Repubblica Bassirou Diomaye Faye ha annunciato l’intenzione di indire un referendum sul progetto di riforma costituzionale approvato la settimana scorsa dall’Assemblea Nazionale, dominata dal campo di Ousmane Sonko. A quattro giorni dal voto parlamentare, la data non è ancora stata ufficializzata e non si esclude che la decisione possa essere ritirata.
La mossa riporta al centro il confronto tra i vertici dello Stato senegalese e riaccende le tensioni tra i due ex-compagni di partito e di governo. Faye, eletto presidente della Repubblica, nel maggio scorso ha rimosso Sonko dall’incarico di Primo Ministro. Tre giorni dopo, Sonko è stato eletto presidente dell’Assemblea Nazionale (il parlamento monocamerale senegalese).
Da allora, gli equilibri istituzionali restano instabili e il rapporto tra i due poli del potere si è progressivamente irrigidito, tra cooperazione formale e crescente conflittualità politica. Sonko continua a rivendicare il proprio ruolo di leader politico e carismatico del partito Pastef e de facto capo del governo. Del resto, lo sarebbe anche de jure, se non fosse stato per l’esclusione dalla competizione presidenziale da parte del precedente governo.
Travaso di potere in corso
Per i sostenitori di Faye, il ricorso al referendum è una scelta necessaria: le modifiche riducono sensibilmente i poteri del presidente della Repubblica a favore dell’Assemblea — alterando l’equilibrio dei poteri — al punto da giustificare il ricorso alla consultazione popolare. Sottotesto: Sonko mira a concentrare il potere e va arginato.
Per il campo di Sonko, invece, Faye sta tentando di bloccare riforme che fino a poche settimane fa aveva egli stesso sostenuto. Sottotesto: pur di conservare il suo potere, Faye è disposto a rinnegare le sue decisioni convocando un referendum inutile, incurante della grave crisi economica del Paese.
Per orientarsi nella vicenda, è utile fare un passo indietro.
Come si è arrivati a questo nuovo scontro?
Nel 2024, all’indomani della storica vittoria alle elezioni nazionali del partito Pastef, guidato dal tandem Sonko-Faye, era stato avviato un percorso di riflessione per riforme costituzionali. Due le tappe principali che hanno coinvolto partiti, società civili e figure religiose: le Assise della giustizia nel 2024; e il Dialogo nazionale sul sistema politico senegalese nel 2025.
Questi processi consultivi di ampia portata, simili a una mini-costituente, rispondevano ad un forte bisogno di modifiche. Il Senegal, storicamente pacifico e abituato ad alternanze elettorali senza scossoni, aveva appena attraversato una fase inusuale di instabilità politica e sociale.
I tentativi dell’ex-presidente Macky Sall di arginare la crescita dell’allora outsider Sonko erano culminati in una serie di misure giudiziarie controverse (tra cui processi contro di lui e lo scioglimento di Pastef), nonché in scontri di piazza tra manifestanti e forze dell’ordine. Il periodo 2021-2024 ha contato almeno 65 vittime tra i civili.
Bando all’iper-presidenzialismo
Da qui la priorità nel post-Sall di impedire il ripetersi di pratiche dispotiche da parte di un presidente della Repubblica. Il fine principale era ridurre il cosiddetto iper-presidenzialismo.
Tecnicamente il Senegal ha un assetto semi-presidenziale, modellato su quello francese, con un presidente a capo dell’esecutivo e un primo Ministro che, nella prassi, agisce come suo principale esecutore delle sue linee politiche. Ma nei suoi dodici anni al governo (2012-2024) Sall aveva assottigliato i già fragili contrappesi al suo potere. Le Assise e il Dialogo nazionale puntavano a crearne di nuovi e più robusti.
I punti di sintesi emersi sono poi confluiti in una bozza di progetto di legge. A fine aprile scorso, Faye lo ha inviato allo scrutinio del Consiglio Costituzionale. La risposta del più alto organo giuridico del Paese è stata positiva: al netto di qualche richiesta di modifica, ha ritenuto le proposte in linea con la Costituzione.
I punti chiave della riforma
La revisione tocca molte aree. Tra le più importanti figurano: la cessione di alcuni poteri del presidente della Repubblica a favore del primo ministro e dell’Assemblea Nazionale; la sostituzione del Consiglio Costituzionale con una Corte Costituzionale, in cui i membri saranno eletti in modo da ridurre il peso del presidente della Repubblica.
Va segnalata anche la decisione di impedire che il Presidente della Repubblica sia anche il capo di un partito durante il suo mandato. Per contro-intuitiva che possa apparire dall’esterno, è una misura pensata per tentare di sganciare il capo dell’esecutivo dalla parzialità del suo operato partitico; in altre parole, per evitare la deriva di partiti che diventano indistinguibili dall’apparato statale. Dettaglio chiave: questa modifica era emersa già nel Dialogo nazionale del 2025.
Il balletto degli emendamenti
Torniamo all’iter della legge: la Commissione competente dell’Assemblea Nazionale ha inglobato gli input del Consiglio Costituzionale in un nuovo testo, aggiungendo dei nuovi emendamenti.
La modifica di Pastef più significativa prevede una limitazione dei poteri di scioglimento dell’Assemblea Nazionale da parte del presidente della Repubblica durante il suo mandato: da tutte le volte che vuole, ad una sola.
Faye ha ritenuto eccessiva la cessione di potere dal capo dello Stato e ha fatto proporre quattro emendamenti tramite il Ministro della Giustizia, Moussa Sarr.
L’Assemblea Nazionale li ha respinti. Un esito scontato vista l’ampia maggioranza di cui dispone Pastef e dalla solidità di Sonko come leader di partito. Tutti i deputati hanno seguito la sua linea; zero defezioni in favore dell’ormai sempre più isolato Faye.
Faye ha fatto marcia indietro o Sonko ha forzato la mano?
Ma l’obiezione principale e più mediatizzata sollevata da Sarr è stata contro il divieto per il capo di Stato di dirigere un partito. Come accennato poc’anzi, questa parte era stata ampiamente condivisa per più di un anno. Non risulta che lo stesso Faye l’avesse mai messa in discussione pubblicamente. La marcia indietro a riguardo appare difficilmente giustificabile.
Il referendum annunciato ma non ancora ufficializzato
In seguito all’approvazione, Sarr ha comunicato l’intenzione di Faye di ricorrere al referendum. Alcune forze politiche e sociali si sono già schierate. Il movimento Y’en a Marre e Karim Wade, leader del partito d’opposizione PDS, hanno annunciato il loro sostegno al capo dello Stato.
Nonostante questi primi appoggi, la mossa di andare al referendum di Faye resta rischiosa. Pastef e la linea intransigente di Sonko godono ancora di un largo supporto, a giudicare dalle folle oceaniche che lo hanno accolto allo stadio Senghor di Dakar lo scorso novembre.
Un voto per imporsi o bruciarsi
Una sconfitta per Faye lo costringerebbe a rassegnarsi all’agenda politica del suo ex-mentore ed ex-Primo Ministro, e ora principale rivale. Al contrario, una vittoria, gli permetterebbe di guadagnare consensi utili in vista delle elezioni politiche del 2029.
Un eventuale referendum – di nuovo, sempre che venga confermato – sarebbe un modo per misurare la legittimità dei due contendenti al di fuori dall’Assemblea Nazionale.
Per Faye, potrebbe essere una scelta tanto rischiosa quanto obbligata. Non andrebbe lontano allo stato attuale; Sonko finirebbe per soffocarlo politicamente, come ha già iniziato a fare.
La questione referendaria si profila come molto tecnica. Può appassionare giuristi e politologi, ma difficilmente scalda il cuore della maggioranza degli elettori. Per questi ultimi è plausibile pensare ad un voto deciso non dal merito della questione, ma dal giudizio complessivo sull’uno o sull’altro rivale.
Faye può sperare di attrarre il malcontento dell’elettorato ‘centrista’ e di chi ha votato Pastef nel 2024 anche in funzione anti-Sall, ma che non gradisce il radicalismo e l’intransigenza di Sonko al potere.
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roberto.valussi
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