Il PNRR chiude il cronoprogramma, ma la sua fine è ancora tutta da scrivere


Il 30 giugno 2026 ha segnato un passaggio importante nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: la chiusura del cronoprogramma italiano per il completamento delle scadenze. Ma non si tratta, a rigore, della fine del PNRR. Come facilmente prevedibile, in base alle più recenti linee guida della Commissione Europea, gli Stati membri hanno tempo fino al 31 agosto per presentare le ultime richieste di pagamento (non tutti sono Danesi in Europa); Bruxelles dovrà poi verificare il raggiungimento degli obiettivi dichiarati e completare le erogazioni entro fine anno. Gli obblighi di monitoraggio e rendicontazione proseguiranno anche oltre il 2026.

Un quadro ancora incompleto.

A oggi , ricorda una recente indagine della Fondazione Openpolis, mancano dati aggiornati sia sul livello effettivo di completamento di milestone e target, sia sullo stato di avanzamento dei progetti finanziati. Il documento più recente disponibile resta la relazione semestrale della Corte dei Conti sull’attuazione del PNRR, pubblicata a fine maggio: secondo i giudici contabili, ad aprile risultavano completate solo 11 delle 159 scadenze europee previste per il primo semestre 2026, con la quasi totalità delle altre ancora in corso di realizzazione.

Sul fronte delle opere pubbliche, la Corte segnala che il 36,7% dei progetti finanziati risulta già concluso , ma se si guarda al valore economico degli interventi, la quota crolla al 6,2%, segno che le opere di dimensioni maggiori si trovano ancora prevalentemente in fase realizzativa. Considerando anche gli interventi in collaudo, la quota di progetti conclusi o prossimi al completamento sale al 48,5%, corrispondente però solo al 12,4% del valore complessivo: restano quindi in esecuzione opere per oltre 75 miliardi di euro.

A complicare ulteriormente il quadro, secondo Openpolis, il Governo ha recentemente trasmesso una nuova proposta di revisione del PNRR, che riloca oltre 2 miliardi di euro e non ha ancora ricevuto il via libera delle istituzioni europee , l’ennesimo intervento di rimodulazione che conferma quanto il percorso attuativo sia tutt’altro che concluso.


Le scadenze più critiche.

Tra gli obiettivi ancora aperti, la maggioranza non presenta particolari criticità: 109 scadenze sono classificate a basso rischio, 36 a difficoltà media. Restano tuttavia alcuni nodi più problematici, secondo la Corte dei Conti: la riforma sulla razionalizzazione degli incentivi alle imprese, le cui modifiche in fase di approvazione hanno sollevato dubbi di coerenza con quanto concordato con Bruxelles; il target sui centri di trasferimento tecnologico, che richiede l’erogazione di 330 milioni di euro a favore di almeno 45 poli, con difficoltà legate alle procedure di controllo per autorizzare i pagamenti finali.

Spesa in accelerazione, ma ancora indietro rispetto agli impegni.

Sul fronte finanziario si registra un’accelerazione significativa: a febbraio 2026 la spesa sostenuta aveva raggiunto 113,5 miliardi di euro, mentre i pagamenti formalmente dichiarati dai soggetti attuatori ammontavano a 60,6 miliardi , pari al 58% del totale. La Corte dei Conti osserva inoltre che i progetti procedono più rapidamente nel Mezzogiorno rispetto alla media nazionale, mentre al Nord i tempi risultano più lunghi , una dinamica legata sia alla minore dimensione finanziaria media dei progetti meridionali, sia alle procedure di accelerazione messe a punto proprio per compensare la storica lentezza del Sud nelle fasi di assegnazione e stipula dei lavori.

Il confronto europeo ridimensiona il “primato italiano”.

Il Governo ha più volte rivendicato un presunto primato italiano nell’attuazione del PNRR, un’affermazione, rimarcano da Openpolis, che va però contestualizzata. Secondo i dati della Commissione Europea, l’Italia si attesta al 72% di scadenze completate rispetto al totale previsto , una percentuale inferiore a quella di Francia (83%, la più alta in assoluto), Germania, Danimarca, Austria e Malta. Un divario dovuto anche al fatto che, con le successive revisioni, molte scadenze italiane sono state posticipate all’ultimo momento utile, oltre alla diversa complessità dei singoli piani nazionali: la Spagna, secondo Paese beneficiario di risorse dopo l’Italia, si ferma addirittura al 54%.

La nuova revisione: oltre 2 miliardi riallocati.

Il Governo, per voce del ministro Tommaso Foti, ha presentato una proposta di revisione che comprende circa 90 modifiche tecniche e una rimodulazione finanziaria, con l’obiettivo dichiarato di riallocare risorse da interventi in difficoltà attuativa o incompatibili con le tempistiche europee. Tra le principali riduzioni figurano circa 1,29 miliardi di euro sottratti a misure del ministero delle Infrastrutture, oltre a definanziamenti su parco agrisolare, meccanizzazione agricola, colonnine di ricarica elettrica, fognature e materie prime critiche. Particolarmente significativa la decisione di spostare fuori dal perimetro del Piano circa 500 milioni di euro relativi al credito d’imposta per la Zona economica speciale unica, per difficoltà di rendicontazione incompatibili con le scadenze UE. Le risorse liberate verrebbero destinate a efficientamento energetico dell’edilizia residenziale pubblica, industria 5.0, housing sociale e comunità energetiche.

Gli effetti sull’economia italiana.

Al di là dello stato di avanzamento delle singole misure, resta aperta la domanda sugli effetti concreti prodotti dal Piano sull’economia italiana. Secondo uno studio dell’Università Bocconi su dati OCSE, tra il 2021 e il 2024 l’Italia ha recuperato il forte divario di investimenti pubblici accumulato rispetto alla Germania, tornando a livelli non registrati dall’inizio degli anni Duemila e raggiungendo il 3,8% del PIL nel 2025.


Le simulazioni dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio confermano un contributo significativo alla crescita: l’impatto del PNRR sul PIL toccherà il proprio massimo proprio nel 2026, con un incremento compreso tra l’1,8% e il 2,1% rispetto allo scenario di base , di cui lo 0,8% attribuibile alle sole sovvenzioni europee. Secondo tali stime, in assenza degli investimenti aggiuntivi finanziati dal Piano, la crescita economica italiana sarebbe stata significativamente più debole, con il rischio concreto di stagnazione.

Anche sul piano della capacità amministrativa il Piano avrebbe prodotto effetti positivi: secondo la Relazione annuale di Bankitalia, pubblicata il 29 maggio, alla fine del 2025 era stato assegnato l’85% delle risorse del PNRR e ne era stato speso il 54% , quasi 10 punti percentuali in più rispetto a quanto registrato, allo stesso stadio di attuazione, per i fondi di coesione del ciclo 2014-2020.

Un piano che ha cambiato natura.

Resta però una questione di fondo, sollevata dalla stessa Corte dei Conti: nel corso degli anni il PNRR sarebbe progressivamente passato dall’essere uno strumento fortemente orientato alla trasformazione strutturale del Paese a un piano sempre più concentrato sul rispetto delle scadenze e sulla certificazione dei risultati entro i termini previsti, per non perdere le risorse europee. Un’evoluzione comprensibile alla luce delle difficoltà attuative incontrate, ma che apre interrogativi sulla reale capacità del Piano di raggiungere le ambizioni originarie.

Il vero banco di prova, più che la sola certificazione formale di milestone e target, sarà valutare se gli investimenti realizzati abbiano davvero contribuito a modernizzare il Paese. Un giudizio per cui saranno indispensabili dati completi, aggiornati e accessibili, anche in vista della possibile replica del modello PNRR nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione Europea.

foto Governo.it licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT



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 Francesca Serra

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