la Fed e la fiducia negli asset USA dietro il rally del biglietto verde



Giornata piuttosto importante per i mercati, con il focus principale che cade nettamente sugli Stati Uniti. Negli USA esce il rapporto sull’occupazione di giugno (Nonfarm Payrolls), anticipato di un giorno rispetto al solito a causa della festività del 4 luglio. Il consensus si aspetta un rallentamento chiaro della creazione di posti di lavoro a 110k nuovi occupati contro i 172k del mese precedente. Il tasso di disoccupazione dovrebbe rimanere stabile al 4,3%, mentre i salari orari (Average Hourly Earnings) sono visti in crescita moderata, sia su base mensile (+0,3%) che annuale (intorno al 3,4-3,5%).

Questo dato è il vero ago della bilancia in questo momento. Se il numero degli occupati deluderà sensibilmente e mostrerà un mercato del lavoro che si sta raffreddando più velocemente del previsto, rafforzerebbe l’ipotesi di una Fed attendista sul fronte tassi, con effetti positivi su azionario, oro e probabilmente su un indebolimento del dollaro. Al contrario, se il dato risulterà solido (o anche solo in linea con le attese più alte) e i salari resteranno tenaci, il dollaro potrebbe riprendere forza e le aspettative di aumento si rafforzerebbero. In sostanza, il dato ci dirà quanto sia ancora resiliente l’economia americana o se stia veramente entrando in una fase di decelerazione più marcata.

Sul fronte europeo, invece, i dati in uscita sono di secondo piano e vedono il tasso di disoccupazione dell’Eurozona di maggio (previsto stabile al 6,3%) e alcuni numeri su conti settoriali e bilancia dei pagamenti del primo trimestre. Non sono dati che spostano i mercati, ma contribuiscono a dipingere il quadro di un’Europa che continua a crescere poco, con un momentum ancora debole e un’inflazione che fatica a scendere in modo convincente, soprattutto per gli effetti dell’energia.


Ieri l’inflazione flash dell’Europa di giugno è scesa al +2,8% (dal +3,2% di maggio), meglio delle attese che erano al +3%. Un calo abbastanza netto, spinto soprattutto dal raffreddamento della componente energia, ma con un alleggerimento anche sul core (+2,4%). In pratica, dopo il picco legato alle tensioni in Medio Oriente, i prezzi stanno tornando giù più velocemente del previsto. Per la BCE è una bella notizia. Il ventilato ulteriore aumento dei tassi infatti si allontana e magari si va invece nella direzione di una riduzione, cosa che servirebbe perché la crescita resta ancora piuttosto debole.

Negli USA invece l’agenda di ieri era più leggera e vedeva il Challenger Job Cuts in calo (meno licenziamenti annunciati) e qualche dato sul mercato immobiliare. Niente di rivoluzionario, ma conferma che l’economia americana continua a marciare con più slancio rispetto a quella dell’Europa. La manifattura e i servizi USA si tengono bene, i consumi reggono e l’inflazione resta più “appiccicosa” che da noi. La Fed, quindi, può permettersi una lunga fase attendista, mentre l’Europa respira un po’ di sollievo sull’inflazione, ma resta indietro sulla crescita. Gli Stati Uniti sono più solidi, però pagano prezzi un po’ più alti. Questo divario continua a favorire il dollaro nel breve.

L’indice del dollaro USA ha raggiunto il massimo da un anno dopo che la Fed ha alimentato le aspettative di un rialzo dei tassi nell’ultimo meeting. La questione però non è più se il dollaro riuscirà a mantenere la sua posizione, ma cosa significhi la sua forza per gli asset rischiosi, in particolare per i mercati emergenti. Due sono i fattori che, crediamo, abbiano determinato il recente rimbalzo del dollaro.

In primo luogo, i mercati hanno aumentato le aspettative di un rialzo dei tassi di interesse statunitensi quest’anno, ampliando i differenziali a favore del dollaro. In secondo luogo, la percezione di un rischio stabile per gli asset, unitamente alla solida performance del mercato azionario e ai flussi di portafoglio, ha sostenuto la domanda di dollari.

Dopo il forte calo seguito all’annuncio dei dazi da parte di Trump nell’aprile 2025, l’indice del dollaro statunitense ha recuperato più della metà di tale calo, smentendo la narrazione secondo cui si sarebbe entrati in una nuova era di prolungata debolezza. Gran parte del rally si è verificato quando i mercati hanno rivalutato le prospettive della politica monetaria della Fed. Tuttavia, riteniamo che alcune delle aspettative restrittive sui tassi di interesse possano essere eccessive. La nostra analisi suggerisce che gli attuali livelli del dollaro sono sostanzialmente in linea con i fondamentali sottostanti, rendendo meno probabile un ciclo di apprezzamento prolungato.


La Fed rimane ovviamente fondamentale per le prospettive a breve termine del dollaro. I mercati hanno interpretato la prima riunione di Warsh come una sorpresa restrittiva, anche dopo mesi di riadattamento verso una politica di tassi d’interesse più elevati e prolungati. Tuttavia, riteniamo che la riunione non fosse tanto volta a segnalare un corso più restrittivo, quanto a preservare la flessibilità in attesa che i membri del FOMC riconsiderino le prospettive. Ciò significa che le attuali proiezioni sui tassi dovrebbero essere considerate come un’istantanea piuttosto che come un impegno vincolante. Questo contribuisce a mantenere stabile il dollaro.

Un dollaro stabile non preclude le opportunità nei mercati emergenti. Al contrario, lascia maggiore margine ai fondamentali specifici di ciascun paese per differenziare i rendimenti. Gli asset dei mercati emergenti hanno registrato buone performance anche in assenza della debolezza del dollaro che tipicamente ha accompagnato i periodi di sovraperformance dei mercati emergenti. Il dollaro rimane importante, soprattutto per le economie con un elevato fabbisogno di finanziamenti esterni, ma i fattori interni e le opportunità strutturali stanno acquisendo sempre maggiore rilevanza.

La selettività, piuttosto che un’esposizione generalizzata ai mercati emergenti, è fondamentale per gli investitori. I temi di investimento strutturali che abbiamo più volte messo in luce – tra cui l’intelligenza artificiale, gli investimenti infrastrutturali, la sicurezza energetica e la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento – stanno creando opportunità che si estendono ben oltre gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, le differenze nella dipendenza energetica, nell’esposizione alle materie prime e nella credibilità delle politiche monetarie fanno sì che alcune economie siano meglio posizionate di altre per trarne vantaggio.

Il miglioramento delle prospettive di utili rafforza questa visione. Il consenso degli analisti prevede ora che gli utili per azione (EPS) dell’indice MSCI Emerging Markets crescano di oltre il 50% quest’anno rispetto al 2025 (era il 18% all’inizio dell’anno). Nell’ambito della sovraponderazione azionaria degli analisti sui mercati emergenti, vediamo opportunità in America Latina, dove la domanda di minerali critici come rame e litio, alimentata dall’intelligenza artificiale, dovrebbe avvantaggiare gli esportatori di materie prime ed energia della regione.

Anche il reddito fisso offre opportunità selettive. Molte banche centrali hanno completato i loro cicli di inasprimento monetario, tuttavia i tassi locali rimangono elevati in diversi mercati, creando un interessante potenziale di reddito in alcune parti del mercato obbligazionario dei mercati emergenti. A nostro avviso, un contesto di dollaro stabile rafforza l’argomentazione a favore di una selezione attiva di paesi e settori piuttosto che di decisioni valutarie generalizzate. In sostanza, crediamo che il ruolo di bene rifugio del dollaro rimanga intatto, ma la performance dei mercati emergenti dipende sempre più dai fondamentali locali e dalla selettività degli investimenti, piuttosto che dalla sola direzione del dollaro.



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