Negli scorsi giorni Ottawa e Tokyo hanno discusso la creazione di scorte strategiche di minerali critici comuni, nuovi progetti minerari congiunti e accordi di fornitura a lungo termine per minerali come grafite e gallio, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dalla Cina.
La notizia potrebbe apparire come un normale accordo commerciale, ma rappresenta in realtà un passaggio molto più significativo. Per la prima volta due economie del G7 iniziano a trattare i minerali critici con la stessa logica utilizzata durante la Guerra Fredda per il petrolio. Non più semplici materie prime acquistate sul mercato, bensì risorse strategiche da accumulare, proteggere e gestire attraverso strumenti di sicurezza nazionale.
L’iniziativa nippo-canadese non nasce dal nulla. Negli ultimi anni l’Occidente ha progressivamente preso coscienza della vulnerabilità delle proprie catene di approvvigionamento. Sebbene molti minerali siano estratti in diversi continenti, la Cina mantiene una posizione dominante soprattutto nelle fasi di raffinazione e trasformazione industriale. In alcuni segmenti della filiera, come quello delle terre rare, Pechino controlla oltre il 90% della capacità mondiale di lavorazione, trasformando un vantaggio industriale in una leva geopolitica.
Le restrizioni all’export introdotte dalla Cina negli ultimi anni su gallio, germanio, grafite e terre rare hanno dimostrato quanto rapidamente una tensione diplomatica possa tradursi in una crisi per le industrie occidentali. I settori dell’automotive, dell’aerospazio, della difesa e dell’elettronica dipendono infatti da materiali la cui disponibilità non può essere garantita esclusivamente dalle dinamiche di mercato.
Il tempismo non è casuale. Nei mesi scorsi Pechino ha colpito direttamente aziende giapponesi con nuove restrizioni all’export di magneti e materiali critici a duplice uso, includendo nella stretta società legate a Mitsubishi, Subaru e Hino Motors.Â
La cooperazione tra Ottawa e Tokyo punta proprio a ridurre questa vulnerabilità . Oltre alla possibilità di creare riserve comuni, i due governi stanno valutando investimenti condivisi in nuovi siti estrattivi e accordi di offtake, ossia contratti di acquisto di lungo periodo che assicurano alle aziende giapponesi forniture stabili provenienti dal Canada. Un esempio già operativo è l’intesa tra l’azienda canadese Nouveau Monde Graphite e la giapponese Panasonic per la fornitura di grafite destinata alla produzione di batterie.
Sul piano industriale, Canada e Giappone partono da posizioni quasi speculari. Il Canada dispone di una base mineraria tra le più ampie del mondo occidentale: secondo Natural Resources Canada, nel 2024 il Paese possedeva risorse stimate per oltre 15,2 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare, pur non avendo ancora una produzione paragonabile a quella del grande player asiatico.Â
Il suo valore strategico, quindi, non sta tanto nei volumi attuali quanto nella possibilità di diventare una piattaforma estrattiva e di prima lavorazione alternativa alla Cina. Ottawa è già uno dei principali fornitori occidentali di minerali non energetici e nel 2025 le esportazioni del settore minerario canadese hanno raggiunto circa 120 miliardi di dollari, pari al 22% dell’export complessivo di merci del Paese.
Il Giappone rappresenta invece il lato opposto della filiera: poca materia prima domestica, ma una potenza industriale fortemente dipendente dall’importazione di materiali strategici. Nel 2024 Tokyo ha importato dalla Cina oltre 5,2 milioni di chilogrammi di terre rare, pari a circa il 63% del totale delle sue importazioni di questi materiali.Â
La dipendenza diventa ancora più sensibile per le terre rare pesanti, come disprosio e terbio, fondamentali per magneti permanenti, veicoli elettrici, elettronica avanzata e difesa. Non è un caso che il governo giapponese stia sperimentando anche soluzioni estreme, come il recupero di fanghi ricchi di terre rare dai fondali vicino all’isola di Minamitorishima, a quasi 6.000 metri di profondità .
L’aspetto forse più interessante è che questa iniziativa si inserisce in una strategia occidentale molto più ampia. Soltanto due settimane fa, a margine del summit di Evian, i leader del G7 hanno annunciato la nascita di una piattaforma permanente dedicata ai minerali critici, con l’obiettivo di coordinare investimenti, condividere informazioni sulle scorte strategiche e diversificare le catene di approvvigionamento.Â
Tra gli strumenti presi in considerazione figurano acquisti congiunti, meccanismi di allerta per le interruzioni delle forniture e una maggiore cooperazione attraverso il programma dell’International Energy Agency dedicato alla sicurezza dei minerali critici.
Anche l’Unione Europea si sta muovendo nella stessa direzione. Bruxelles ha avviato i lavori per la creazione di una prima riserva strategica comune comprendente tungsteno, gallio e terre rare, mentre gli Stati Uniti stanno finanziando nuovi impianti di raffinazione e programmi di accumulo di materie prime strategiche.
Non si tratta soltanto di costruire nuove miniere. Il vero obiettivo è creare un ecosistema industriale alternativo a quello cinese, capace di integrare estrazione, raffinazione, riciclo e produzione manifatturiera.Â
Naturalmente il percorso non è privo di rischi. Numerosi analisti hanno evidenziato come una corsa disordinata agli investimenti possa generare eccessi di offerta, distorsioni di mercato e un impiego inefficiente di risorse pubbliche. Per questo motivo cresce il consenso attorno all’idea di coordinare gli interventi tra i Paesi alleati, evitando duplicazioni e concorrenza interna.
L’accordo tra Canada e Giappone, dunque, va letto come il sintomo di un cambiamento più profondo. Se negli ultimi trent’anni la globalizzazione aveva privilegiato l’efficienza economica e la riduzione dei costi, oggi prevale una logica diversa: quella della resilienza strategica. Le filiere non vengono più valutate soltanto in base al prezzo, ma anche alla loro affidabilità politica.
In questa prospettiva, le scorte strategiche di minerali critici potrebbero diventare nel prossimo decennio uno strumento fondamentale di deterrenza geopolitica. La cooperazione tra Canada e Giappone rappresenta uno dei primi tasselli concreti di questa trasformazione e suggerisce che il futuro della competizione tra grandi potenze si giocherà sempre meno sul controllo dei territori e sempre più sul controllo delle catene del valore che alimentano le tecnologie del XXI secolo.
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 Francesco Iasevoli
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