Il Sustainability Ratings Index 2026 di EcoVadis fotografa una supply chain a due velocità: migliorano clima e diritti umani all’interno delle imprese, ma restano profonde lacune nella gestione della catena del valore. L’Italia tra i Paesi europei più avanzati.
La sostenibilità sta diventando sempre più strutturale nelle imprese, ma fatica ancora a propagarsi lungo la catena di fornitura. Quattro aziende su cinque (80%) non dispongono infatti di un processo documentato per identificare e gestire i rischi ESG nella propria supply chain; il 73% non rendiconta le emissioni Scope 3 generate a monte della catena del valore (upstream), il 77% quelle a valle (downstream) e solo il 2% mette a disposizione un meccanismo di reclamo accessibile anche ai lavoratori della filiera profonda per segnalare violazioni dei diritti umani. È quanto emerge dalla decima edizione dell’EcoVadis Sustainability Ratings Index, che ha analizzato quasi 200.000 schede di valutazione relative a oltre 100.000 aziende monitorate tra il 2021 e il 2025, prevalentemente fornitori Tier 1 inseriti nelle catene di approvvigionamento di oltre 1.400 organizzazioni a livello globale.
Il quadro restituisce una filiera “a due velocità”. Da un lato le imprese valutate mostrano progressi concreti nelle proprie politiche ambientali, sociali e di governance; dall’altro, questi miglioramenti si arrestano quando si tratta di coinvolgere fornitori, subfornitori e partner commerciali. In un contesto in cui gli obblighi di rendicontazione e di due diligence stanno diventando sempre più stringenti, il limite non sembra essere tanto la definizione di strategie ESG quanto la capacità di raccogliere dati affidabili e trasformarli in una gestione efficace dell’intera catena del valore.
Ambiente e diritti umani trainano il miglioramento
Negli ultimi quattro anni le performance delle aziende valutate hanno registrato un’evoluzione significativa. Il pilastro Ambiente (E) è quello che cresce di più, con un incremento medio di 9,6 punti tra il 2021 e il 2025, mentre aumenta sensibilmente anche il numero di imprese che raggiungono i livelli più elevati della valutazione EcoVadis. La quota europea di aziende classificate “Advanced+”, riservata a chi ottiene almeno 65 punti su 100, è infatti più che raddoppiata, passando dal 17% al 38%. Sul fronte del sustainable procurement, al contrario, i dati sono meno rinquoranti: sebbene vi sia stato un incremento di 15 punti percentuali dal 2021 al 2025, la categoria “Avdanced” interessa solo il 19% delle aziende.

Non sorprende, quindi, che la gestione delle emissioni di carbonio e il percorso verso il net zero si confermino tra le principali priorità strategiche per le imprese. Secondo il Sustainable Procurement Barometer 2026 di EcoVadis, il 54% delle organizzazioni intervistate indica infatti la gestione del carbonio tra i tre principali driver dei propri programmi di procurement sostenibile, una percentuale sostanzialmente uniforme a livello globale. La centralità del tema è destinata a rafforzarsi ulteriormente: il 55% dei rispondenti prevede che resterà una delle priorità nei prossimi anni, il valore più elevato tra tutti gli ambiti analizzati.


Anche il tema Lavoro e Diritti Umani (S) conferma un livello di maturità sempre più elevato, con un punteggio medio globale di 59,5. Otto imprese su dieci hanno adottato politiche formali di Diversità, Equità e Inclusione (DEI), mentre il 78% ha implementato sistemi strutturati per la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Sul fronte climatico emergono segnali incoraggianti anche sul piano operativo: il 46% delle aziende acquista o produce energia da fonti rinnovabili e il 38% promuove programmi di formazione sul cambiamento climatico rivolti ai dipendenti. Rimane però ancora ampio il divario tra gli investimenti e la capacità di misurarne gli effetti: il 78% delle imprese non ha infatti adottato obiettivi di riduzione delle emissioni basati su criteri scientifici (Science Based Targets).
Supply Chain, il punto debole della sostenibilità
Se le performance interne migliorano, la gestione della sostenibilità lungo la catena di fornitura continua invece a rappresentare l’area più critica.
La rendicontazione delle emissioni Scope 3 continua a rappresentare uno dei principali punti deboli. La maggioranza delle imprese non monitora le emissioni indirette generate dai propri fornitori o dai clienti, rendendo difficile costruire strategie di decarbonizzazione realmente estese all’intero ciclo del prodotto.
Lo stesso accade sul fronte dei diritti umani. Se le politiche interne risultano ormai diffuse, gli strumenti di tutela per lavoratori, comunità locali e altri stakeholder della filiera rimangono estremamente limitati. La quasi totalità delle aziende non dispone ancora di meccanismi attraverso i quali soggetti esterni possano segnalare eventuali violazioni.
Anche le pratiche di procurement sostenibile appaiono ancora fortemente orientate alla compliance documentale piuttosto che alla verifica sul campo. Il 46% delle aziende si limita a richiedere ai fornitori la sottoscrizione di un codice di condotta sulla sostenibilità, mentre il 42% utilizza principalmente questionari di autovalutazione. Solo un’organizzazione su cinque conduce audit presso i fornitori e appena il 20% investe nella formazione dei propri buyer sui temi ESG, segno che gli strumenti di controllo diretto rimangono ancora poco diffusi.
Secondo EcoVadis, il problema è anche qualitativo. Meno dell’1% delle imprese fornisce ai propri clienti dati di sostenibilità sufficientemente granulari, verificati e strutturati da poter essere utilizzati nei processi decisionali. Una carenza che rischia di rallentare non solo la conformità alle nuove normative, ma anche l’evoluzione tecnologica dei programmi di procurement sostenibile.
Policy e reporting ESG: livelli avanzati ancora marginali
Il Sustainability Ratings Index evidenzia come, nonostante i progressi registrati negli ultimi anni, la maturità delle policy ESG e la qualità del reporting restino ancora limitate a una quota ridotta di imprese.
Nel 2025, solo il 10% delle aziende valutate dispone di policy ambientali considerate “exceptional-level”, ovvero complete e supportate da evidenze strutturate. Le percentuali scendono al 7% per Etica, al 6% per Lavoro e Diritti Umani e al 4% per Acquisti Sostenibili. Pur in crescita rispetto a livelli prossimi allo zero nel 2021, il dato conferma un’elevata frammentazione nella formalizzazione delle politiche ESG.


Ancora più contenuto il livello del reporting avanzato. A livello globale, meno dell’1% delle aziende è in grado di produrre una rendicontazione “exceptional-level”, basata su dati granulari, verificati e utilizzabili nei processi decisionali e di procurement.
Anche tra le imprese di grandi dimensioni il progresso resta limitato: le aziende Large e X-Large raggiungono il 2% di reporting avanzato nei pilastri Ambiente, Lavoro e Diritti Umani ed Etica, e l’1% negli Acquisti Sostenibili. Un dato che evidenzia come la disponibilità di strutture organizzative più complesse non si traduca automaticamente in una maggiore capacità di generare dati ESG utilizzabili lungo la catena del valore.
Dall’IA ai dati: la tecnologia, da sola, non basta
Il report mette in evidenza anche un paradosso destinato a diventare sempre più centrale nei prossimi anni. Le grandi organizzazioni stanno investendo rapidamente nell’Intelligenza Artificiale per rafforzare i processi di acquisto sostenibile lungo la filiera, ma i sistemi digitali si scontrano con una base informativa ancora insufficiente.
Secondo l’EcoVadis Barometer 2026, il 68% dei buyer aziendali utilizza già strumenti di IA nei programmi di procurement sostenibile e, nel 62% dei casi, li impiega per validare i dati sulle emissioni di carbonio. Tuttavia il 30% dei fornitori non comunica alcun dato sul carbonio e un ulteriore 26% è in grado di fornire soltanto stime aggregate.
“Le organizzazioni hanno sviluppato strumenti sofisticati per analizzare i dati di sostenibilità dei fornitori. Ma i fornitori non dispongono di tali dati o non possono trasmetterli in una forma utilizzabile dai software”, osserva Sylvain Guyoton, Chief Ratings Officer di EcoVadis. “Un software migliore non colma questo divario. Il problema della misurazione risiede nella base fornitori stessa e, per risolverlo, è necessario un impegno costante nel tempo: valutazioni strutturate, punteggi delle performance e un monitoraggio documentato”.
Italia tra gli esempi virtuosi
Tra i risultati più rilevanti emerge anche la performance italiana. Nel 2025 il 38% delle aziende valutate ha raggiunto il livello “Advanced+”, in crescita rispetto al 21% del 2021. Un risultato che consente all’Italia di superare Spagna e Germania e di allinearsi al Regno Unito tra i principali mercati europei.
Parallelamente cresce anche il numero delle imprese italiane coinvolte nel sistema di valutazione EcoVadis, passato da 1.551 a 4.175 aziende in quattro anni, segnale di una diffusione sempre più ampia degli strumenti di assessment della sostenibilità.
Il report evidenzia infine come il miglioramento delle performance sia strettamente legato alla continuità del percorso di valutazione. Le aziende che hanno affrontato più cicli di assessment ottengono in media 63,2 punti, contro i 51,5 delle imprese al primo ingresso, confermando che il coinvolgimento costante dei fornitori rappresenta uno dei fattori più efficaci per rafforzare la sostenibilità dell’intera supply chain.
“Le aziende disposte a considerare il coinvolgimento dei fornitori come un processo continuo, anziché come un adempimento di conformità una tantum, riescono a colmare la distanza tra le proprie intenzioni e ciò che sono effettivamente in grado di verificare”, conclude Guyoton.
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Valentina Carella
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