Si intitola Importing Occupation – “Importare l’occupazione” – il nuovo rapporto pubblicato a giugno 2026 da Global Echo Litigation Center, organizzazione legale non profit con sede negli Stati Uniti dedicata a contrastare la complicità aziendale nelle violazioni sistematiche del diritto internazionale legate all’occupazione israeliana. Il documento, frutto di un’indagine transfrontaliera durata anni, punta il dito contro un sistema che definisce “organizzato, diffuso e di lunga data”, attraverso cui prodotti agricoli coltivati negli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati e nel Golan siriano occupato entrerebbero nel mercato europeo camuffati da merce israeliana.
I numeri dell’indagine.
Il team di ricerca ha analizzato oltre 30.000 documenti di esportazione relativi a più di 6.800 spedizioni di prodotti agricoli partite da Israele tra ottobre 2017 e febbraio 2026. Delle 5.900 spedizioni dirette in Europa, più del 17% conterrebbe prodotti originari degli insediamenti: circa una spedizione su sei nel complesso, quasi una su cinque se si considerano solo quelle dirette specificamente nell’UE. Un dato che, secondo Global Echo, smentisce clamorosamente la stima ufficiale israeliana – risalente al 2011 e mai aggiornata – secondo cui i prodotti delle colonie rappresenterebbero appena il 2,23% delle esportazioni verso l’Europa. L’assenza di trasparenza, sottolinea il rapporto, è strutturale: né Israele né l’UE pubblicano dati disaggregati sull’origine effettiva delle merci.
Le tre tecniche di occultamento.
L’indagine descrive quella che definisce una vera e propria “filiera dell’occultamento”, basata su tre metodi ricorrenti. Il primo, “nascondersi alla luce del sole”, consiste nell’indicare la reale località di produzione – compreso il nome dell’insediamento e il codice postale – etichettandola però come “Israele”: una pratica tecnicamente consentita dall’Accordo Tecnico UE-Israele del 2005, pur avendo una capacità intrinseca di trarre in inganno il consumatore. Il secondo, il metodo dell’”indirizzo fittizio”, prevede l’uso di un indirizzo inventato all’interno dei confini israeliani riconosciuti, senza alcun legame con l’effettiva origine del prodotto. Il terzo, la “mescolanza”, consiste nel mischiare prodotti delle colonie con merce proveniente da Israele nei centri di confezionamento, generando spedizioni miste esportate sotto documentazione di origine israeliana.
Le quattro violazioni del diritto UE.
Il rapporto individua quattro modalità distinte attraverso cui i prodotti delle colonie eluderebbero le norme europee. Sul fronte tariffario, l’analisi di 2.040 dichiarazioni doganali ha individuato 340 prove di origine ritenute non idonee al trattamento preferenziale perché relative, in tutto o in parte, a merce delle colonie: un valore commerciale stimato in oltre 13 milioni di euro. Global Echo richiama qui la sentenza Brita della Corte di Giustizia UE (2010), secondo cui l’Accordo di Associazione UE-Israele del 2000 non si applica ai Territori occupati.
Sul fronte fitosanitario, 19 dei 35 certificati emessi dal servizio israeliano di protezione delle piante (PPIS) per prodotti soggetti a requisiti speciali riguarderebbero merce originaria dei territori occupati: secondo il rapporto, questi certificati dovrebbero essere emessi solo dall’autorità fitosanitaria del reale Paese di origine, come stabilito dalla giurisprudenza UE nel caso di Cipro del Nord (la cosiddetta “saga Anastasiou”).
Analoghe criticità emergono sulla certificazione biologica: Global Echo ha individuato 31 certificati di ispezione rilasciati dall’ente israeliano Secal per prodotti bio provenienti da territori occupati (29 dal Golan siriano, due dalla Cisgiordania), nonostante il riconoscimento UE di Israele come Paese “equivalente” ai fini biologici si applichi esclusivamente al territorio israeliano riconosciuto. Coinvolta anche Control Union, società madre di Secal e unico ente autorizzato a certificare prodotti bio nei territori occupati: il rapporto documenta 841 certificati d’ispezione da essa rilasciati per prodotti provenienti da insediamenti in Cisgiordania.
Infine, sul fronte dell’etichettatura al consumo, il rapporto richiama la sentenza Psagot della Corte di Giustizia UE (2019), che impone di indicare chiaramente sull’etichetta la provenienza da un “insediamento” nei territori occupati. Global Echo ha tuttavia rintracciato sui banchi dei supermercati europei prodotti di aziende come Achdut – tra i principali produttori ed esportatori di tahini, che secondo l’indagine si riforniva esclusivamente da insediamenti in Cisgiordania – o Yonatan Packing and Marketing, cooperativa agricola del Golan siriano occupato, sistematicamente etichettati come “prodotti di Israele”.
I tre casi aziendali citati nel lavoro di indagine.
Il rapporto dedica ampio spazio a tre casi di studio incentrati su altrettante aziende esportatrici israeliane – Hadiklaim, Mehadrin Ltd. e Yonatan Packing and Marketing – ricostruendone nel dettaglio la filiera “dagli frutteti delle colonie ai porti israeliani”, per mostrare come il sistema di esportazione funzioni e si perpetui nel tempo.
Le responsabilità dell’Unione Europea.
È proprio sul ruolo dell’UE che il rapporto concentra le critiche più dirette. Bruxelles, si legge nel documento, ha adottato da anni una “politica di differenziazione” per conciliare la propria posizione – che considera tutti gli insediamenti illegali secondo il diritto internazionale e un ostacolo a una pace giusta e duratura – con relazioni commerciali e scientifiche strette con Israele, che resta il primo partner commerciale extra-UE del Paese (circa il 28% delle esportazioni israeliane è diretto verso l’Unione). Secondo Global Echo, però, il quadro giuridico-amministrativo pensato per garantire questa differenziazione è stato costruito congiuntamente da Israele e UE in modo tale da incorporare esso stesso varchi strutturali per l’elusione – debolezze che gli operatori israeliani avrebbero sistematicamente sfruttato, aggravate da ripetuti fallimenti di enforcement da parte delle autorità europee, sia a livello di Stati membri sia della Commissione.
Il rapporto cita esplicitamente le Linee Guida Interne emesse dalle autorità doganali israeliane nel 2005, condivise con la Commissione europea, che pur riconoscendo che l’UE non considera i territori occupati dal 1967 come parte dell’accordo di associazione, permettono comunque agli importatori di dichiarare “Israele” come Paese d’origine. Bruxelles, dal canto suo, si sarebbe limitata a strumenti non vincolanti – gli “Avvisi agli Importatori” – che raccomandano, senza imporre, la differenziazione.
Il documento richiama infine il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, secondo cui le pratiche israeliane nei territori occupati non sarebbero né temporanee né incidentali, ma strutturali e cumulative, tali da configurare una negazione sistematica del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione — un contesto che, secondo Global Echo, rende ancora più stringenti gli obblighi di vigilanza in capo agli Stati terzi, Unione Europea inclusa.
Il costo umano.
Il rapporto non si limita all’analisi giuridico-commerciale: dedica un’intera sezione al “costo umano” dell’agricoltura delle colonie per le comunità palestinesi e siriane, descrivendo come l’espansione agricola degli insediamenti – che occupano superfici ben più estese di quelle residenziali – abbia funzionato da strumento strategico di acquisizione territoriale, frammentazione dello spazio palestinese e compromissione dell’agricoltura locale, in un contesto di violenza dei coloni e applicazione militare.
Global Echo conclude sollecitando un rafforzamento dei controlli doganali, fitosanitari e di certificazione biologica da parte delle autorità europee, oltre a una maggiore trasparenza nei dati sul commercio con gli insediamenti, chiedendo, di fatto, che l’Unione applichi con maggiore rigore le proprie stesse norme e la propria giurisprudenza in materia.
foto Maor Winetrob da Pixabay.com
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Gabriele Frongia
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