Una riflessione all’indomani del terremoto del Venezuela


Pochi giorni fa il Venezuela è stato colpito da uno dei terremoti peggiori della storia. Di per sé, le due scosse di magnitudo 7.2 e 7.5 non sono tra le più forti mai registrate, ma il fatto di essersi succedute a soli 38 secondi l’una dall’altra, con epicentri a meno di 15 km, fa sì che questo doppio evento possa essere assimilato a un unico “mega terremoto”.

Scosse multiple, seppur non così forti e ravvicinate, hanno caratterizzato anche i terremoti nel nostro paese: Umbria e Marche nel 2016, Emilia nel 2012, per citare i più recenti. Il dramma del Venezuela è perciò un’occasione per richiamare l’attenzione sull’importanza di un percorso socioculturale che riparte dopo ogni terremoto per poi rimanere incompiuto: il raggiungimento di una piena consapevolezza del rischio sismico e della necessità di investire sulla prevenzione anziché sulla ricostruzione.

In quest’ottica, proverò a entrare nei dettagli di cos’è un terremoto, di come avviene, del perché i terremoti differiscono da regione a regione e del perché non si possono prevedere.

Che cosa genera un terremoto?

La sorgente di un terremoto è una frattura tra due lembi di crosta in virtù della quale i due lembi, sottoposti a “forze tettoniche”, si muovono l’uno rispetto all’altro, scuotendo le rocce circostanti e producendo quello che noi percepiamo come terremoto. La frattura, assimilabile a una superficie piana, è nota come “faglia”. Le faglie si estendono in lunghezza e in profondità per decine di chilometri, rimanendo sepolte oppure affiorando in superficie. Quanto più sono estese, tanto maggiore sarà l’energia necessaria a far muovere (attivare) i lembi di faglia, tanto più forte sarà il terremoto.


Il movimento lungo la faglia può avvenire in modi diversi, riconducibili a tre tipologie principali di faglie:

  1. un lembo scorre verso il basso rispetto all’altro, generando spinte in direzione opposta al piano di faglia (faglia diretta o distensiva);
  2. un lembo scorre verso l’alto rispetto all’altro, spingendo verso di esso (faglia inversa o compressiva);
  3. un lembo scorre in orizzontale rispetto all’altro, senza generare né compressione né distensione (faglia trascorrente).

Come si formano le faglie?

Ogni regione della Terra è sottoposta a forze tettoniche che riflettono la lunga storia di movimento delle “placche litosferiche”, gli enormi frammenti (spessi fino a 100 km) in cui è suddivisa la parte superiore e più “rigida” del nostro pianeta (detta appunto “litosfera” e di cui la crosta è la porzione più esterna). Muovendosi, le placche possono allontanarsi tra loro oppure convergere fino a scontrarsi. Durante lo scontro i margini delle placche si rompono prevalentemente lungo una successione di faglie inverse.

La spinta delle placche fa sì che i lembi di faglia scorrano l’uno su l’altro sovrapponendosi; col tempo, la “catasta di faglie” crescerà fino a dare origine a una catena montuosa. La maggior parte di queste faglie rimarrà quindi nascosta nelle “radici” della catena, a profondità fino a 50 km e oltre.

Le faglie possono formarsi anche in altri modi e in altri contesti geologici; per esempio, lungo i margini di placche che si allontanano anziché convergere si generano prevalentemente faglie distensive e trascorrenti, spesso associate a vulcanismo e alla creazione di aree depresse che diventano laghi, mari o perfino oceani (il Mar Tirreno si è formato così).

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Come avviene il terremoto?

Lo scorrimento dei lembi di faglia si traduce in un “treno di onde sismiche”: un fenomeno che a piccolissima scala chiameremmo vibrazione, ma che alla scala dei volumi di roccia coinvolti diventa un terremoto. Non è necessario che i due lembi scorrano lungo tutta la superficie di faglia, e di solito ciò non avviene, dato che solo in una porzione della faglia (l’ipocentro del terremoto) si supera l’attrito che tiene bloccati i due lembi (l’epicentro è invece la zona in superficie sulla verticale dell’ipocentro).

Il tratto di faglia bloccato subisce una pressione da parte della porzione che si è mossa; questa pressione agisce come la spinta che carica una molla, e contribuisce a vincere l’attrito nella zona bloccata della stessa faglia o di faglie vicine. Per questo un terremoto è seguito da altri, solitamente meno forti (scosse di “assestamento”), a volte di magnitudo elevata (come nel caso dei terremoti multipli).

Che cos’è la magnitudo?

Da un punto di vista numerico la magnitudo della scala Richter è un “esponente” compreso tra 1 e 10 nella formula con cui si calcola l’energia sprigionata dal terremoto. In questa formula, il valore base rispetto al quale la magnitudo funge da esponente è di poco superiore a 30.

Facciamo un esempio semplificando molto le cose: un terremoto di magnitudo 5 produce una quantità di energia proporzionale a 305, ovvero a 30 moltiplicato per sé stesso 5 volte. Il punto importante da tenere a mente quando si valuta un terremoto è che, all’aumentare della magnitudo di un solo grado, ad esempio passando da 5 a 6, la quantità di energia in gioco non aumenta di un’unità ma di 301 = 30 volte. Se invece la magnitudo aumenta di due gradi, passando da 5 a 7, l’energia sprigionata aumenta di 302 = 30 x 30 = 900 volte.


(continua…)

 

(*) Nell’immagine in apertura, la deformazione del suolo rilevata sui dati dei satelliti Copernicus Sentinel-1. La mappa è un interferogramma ricavato dal confronto dei dati di Sentinel-1 relativi a due date: il 18 giugno, prima dei terremoti, e il 25 giugno, il giorno successivo. Il motivo a frange nella parte settentrionale dell’immagine mostra l’estensione dell’area in cui si è verificata la deformazione del suolo. I dati preliminari indicano uno spostamento del suolo dell’ordine di 30 cm nella linea di vista. © Contains modified Copernicus Sentinel data (2026), processed by ESA. CC BY-SA 3.0 IGO or ESA Standard Licence

 

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 Domenico Ridente

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