Dal palco dell’assemblea di Confindustria ospitata a bordo della nave Costa Toscana, ormeggiata al porto di Genova, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha riacceso i riflettori su uno dei nodi più delicati dell’economia italiana: la fuga dei laureati verso l’estero.
“Non mi preoccupa che molti giovani vadano a lavorare all’estero, mi preoccupa il fatto che non ritornino. Abbiamo perso 100mila laureati dall’Italia fra il 2020 e il 2024, 100mila laureati che sono andati a lavorare all’estero e non sono tornati”, ha dichiarato, spostando l’accento dal fenomeno della mobilità in sé – fisiologico e per certi versi anche positivo, se accompagnato dal rientro – al vero problema: l’incapacità del sistema Italia di riportare a casa i propri talenti.
“Noi imprese dobbiamo saper attrarre le persone – ha aggiunto – abbiamo ricominciato a parlare di meritocrazia, di salari, di dare alle persone una casa dignitosa, abbiamo ricominciato a parlare di integrazione, abbiamo cominciato a fare missioni all’estero con scuole in cui stiamo insegnando a parlare italiano a chi vuole venire a lavorare in Italia”.
I numeri dietro l’allarme: uscite lorde e saldi che restano negativi
Dietro la cifra tonda citata da Orsini si nasconde una fotografia statistica più articolata. I 100mila laureati indicati dal presidente di Confindustria corrispondono alle uscite lorde registrate tra il 2020 e il 2024, mentre i saldi netti – cioè la differenza tra chi parte e chi rientra – restano negativi in ogni singolo anno del quinquennio. Nel dettaglio, per la fascia 25-34 anni con laurea, il saldo negativo è stato di 14mila unità nel 2020, 8mila nel 2021, 13mila nel 2022, 19mila nel 2023 e ben 24mila nel 2024. Un trend che, lungi dall’attenuarsi, si sta anzi aggravando anno dopo anno.
Il quadro più recente tracciato dall’Istat conferma la tendenza: nel solo 2024 il saldo migratorio dei cittadini italiani altamente istruiti tra i 25 e i 34 anni è stato fortemente negativo, con circa 25mila espatri a fronte di poco più di 4mila rimpatri, per una perdita netta di quasi 21mila giovani laureati. Allargando lo sguardo al decennio 2015-2024, il saldo migratorio complessivo degli italiani è rimasto costantemente negativo, con una perdita di circa 590mila residenti trasferitisi all’estero senza essere compensati dai rientri. Anche il Centro Studi Confindustria, nel suo Rapporto di previsione Primavera 2026, ha rilevato come la quota di laureati sul totale degli emigrati sia salita costantemente negli ultimi anni: se nel 2019 rappresentavano il 38,7% di chi lasciava il Paese, dal 2020 questa percentuale ha superato la soglia della metà.
Chi parte: profilo e regioni di provenienza
A emigrare non è più soltanto chi non trova un’occupazione, ma sempre più spesso il capitale umano meglio formato. Nel 2025 il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia lavorava già stabilmente all’estero, un segnale della dispersione anche ai livelli più alti della formazione. Sul piano territoriale, il fenomeno pesa in modo sproporzionato sul Mezzogiorno: negli ultimi dieci anni il gap di laureati a favore dell’estero ammonta a circa 39mila unità per il Nord, 13mila per il Centro e 28mila per il Sud.
Ma il Sud subisce un doppio svuotamento, perché alla fuga verso l’estero si somma quella interna verso il Centro-Nord: il Nord guadagna oltre 116mila giovani risorse qualificate provenienti dal Sud e dalle Isole, un beneficio complessivo per le regioni settentrionali pari a circa 77mila unità. Un dato ancora più drastico arriva dalla Svimez, secondo cui in ventidue anni, tra il 2002 e il 2024, il Meridione ha perso complessivamente 350mila laureati under 35.
Anche la geografia interna dell’emigrazione racconta molto: tra chi si sposta all’interno del Paese, la Campania è la regione di origine più rappresentata con il 30%, seguita dalla Sicilia con il 23% e dalla Puglia con il 18%, mentre in proporzione alla popolazione residente è la Calabria a registrare il tasso di emigrazione più elevato, con circa 8 residenti su mille che lasciano la regione ogni anno. Il fenomeno, inoltre, ha ormai raggiunto una sostanziale parità di genere: nel 2024 le donne rappresentano il 48,1% degli italiani tra 18 e 34 anni che trasferiscono la residenza all’estero, con punte superiori al 50% nel Nord Est, e tra le laureate la quota under 35 in partenza ha raggiunto il 44,3% nel triennio 2022-2024.
Dove vanno i laureati italiani e che tipo di lavoro trovano
La meta privilegiata resta l’Europa. Il Regno Unito assorbe circa 23mila partenze, pari al 24% del totale degli espatri, seguito dalla Germania con 14mila (15%), dalla Francia con 11mila (12%), dalla Svizzera con 9mila (9%) e dalla Spagna con 6mila (6%). Fuori dai confini europei, gli Stati Uniti attraggono circa 4mila italiani (4%) e l’Australia circa 2mila (2%).
Le professioni più colpite dall’esodo sono quelle a più alto valore aggiunto: medici, ingegneri e specialisti dell’Ict sono tra le figure che più frequentemente scelgono di proseguire la carriera oltreconfine, attratti da percorsi di inserimento professionale più rapidi, salari più competitivi e maggiori possibilità di crescita rispetto al mercato del lavoro italiano.
Le ragioni della partenza, del resto, sono tutt’altro che un mistero. Solo il 67,6% dei giovani italiani tra 20 e 34 anni trova un’occupazione entro tre anni dal titolo di studio, contro l’81% della media dell’Eurozona e oltre il 90% della Germania. E se il tasso di occupazione dei laureati italiani si attesta al 74,3% contro il 59,3% dei soli diplomati, il premio salariale e di carriera legato alla laurea resta comunque assai più contenuto che altrove in Europa.
Il costo economico di questa emorragia di competenze è tutt’altro che simbolico: secondo le stime riportate da Confindustria, la fuga dei laureati genera una perdita di gettito fiscale annuo compresa tra i 25 e i 30 miliardi di euro, con un impatto sul Pil stimato tra lo 0,5 e l’1% l’anno.
Le proposte di Confindustria per invertire la rotta
Davanti a numeri di questa portata, Confindustria ha messo a punto un pacchetto di proposte strutturali, presentato con il documento “11,2 obiettivi per un futuro ancora da scrivere”.
Il titolo richiama simbolicamente la percentuale di bambini prevista in Italia nel 2050, appena l’11,2% della popolazione.
Il documento individua tre direttrici strategiche: rigenerare chi nasce e studia in Italia sul fronte demografico, attrarre chi vuole formarsi e lavorare nel Paese, e trattenere o riportare chi può innovare l’Italia sul fronte delle cosiddette “migrazioni NO-OUT”. Tra le misure concrete indicate, spiccano programmi di rientro e fiscalità intelligente con incentivi dedicati a ricercatori, startupper e professionisti, oltre a percorsi di imprenditorialità giovanile e femminile attraverso incubatori e venture capital.
Sul fronte più strettamente salariale, dal recente convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria a Rapallo è emersa una proposta più aggressiva sul cuneo fiscale: un incremento salariale fino a 1.000 euro al mese concentrato soprattutto nel primo anno di impiego, accompagnato da un’esenzione Irpef decrescente su un arco di cinque anni, pensata per rendere gli stipendi italiani immediatamente competitivi con quelli europei.
Resta inoltre attivo lo strumento normativo già esistente, il cosiddetto regime degli impatriati: una detassazione del reddito compresa tra il 50% e il 60% per chi sposta la residenza fiscale in Italia, mentre per il mondo accademico e della ricerca vige un regime ancora più favorevole, con un’esclusione dal reddito imponibile fino al 90% per docenti e ricercatori che rientrano dopo almeno due anni di attività continuativa all’estero.
Misure che, unite alla richiesta di meritocrazia, case a prezzi sostenibili e maggiore integrazione lanciata da Orsini a Genova, disegnano l’agenda con cui il mondo industriale prova a rispondere a una delle più gravi emergenze silenziose del Paese: quella di una generazione formata in Italia e messa al servizio di altre economie.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione
Source link



