85
di Enrico Casale
Protocolli di svestizione rigorosi, laboratori mobili e percorsi clinici blindati: il piano straordinario del Lacor Hospital per arginare il contagio, memore della catastrofe di inizio millennio
Da qui, l’Ebola è già passato. Era il 2000 e del virus si conosceva ancora poco. I protocolli erano ancora di là da venire definiti. Il Lacor Hospital di Gulu, in Uganda, si trovò investito da questo tsunami che colpì i pazienti, ma anche gli operatori sanitari. Il bilancio fu tragico: morirono 13 persone, tra cui l’allora direttore sanitario, Matthew Lukwiya. Oggi, mentre i confini ugandesi tornano a essere minacciati da una nuova ondata epidemica proveniente dalla vicina Repubblica Democratica del Congo (Rdc), quella dolorosa lezione del passato non genera panico, ma si è trasformata in una strategia di prevenzione per contenere l’emergenza.
La percezione del pericolo è imminente. Se in Uganda le autorità sanitarie mantengono il controllo con 20 casi complessivamente registrati, di cui quattordici guarigioni, due decessi e quattro pazienti tuttora in trattamento (i due morti erano cittadini congolesi), oltre il confine occidentale, nella Rd Congo la situazione appare fuori controllo, con 1.274 contagi e 360 decessi. La fragilità del sistema sanitario congolese, unita a barriere culturali radicate – come il lavaggio rituale dei defunti ad alto rischio di contagio –, alla diffidenza delle comunità locali e alla profonda instabilità politica e militare desta forte preoccupazione. Il focolaio più vicino si trova a sole cinque ore di viaggio dal Lacor Hospital. Per arginare il rischio, il governo di Kampala ha blindato le frontiere con l’esercito, istituito laboratori mobili nelle città di confine e vietato il trasporto di passeggeri dalla Rd Congo, consentendo soltanto il transito delle merci.
«Da quando nel 2000 il Lacor si trovò in prima linea nel contenere la terribile epidemia di Ebola che colpì per la prima volta l’Uganda, vigilanza, prudenza e un costante rafforzamento delle competenze e dei protocolli hanno consolidato un’esperienza maturata sul campo», spiega Dominique Corti, presidente della Fondazione Corti che sostiene il nosocomio ugandese. L’ente milanese ha risposto stanziando un contributo straordinario di 18.000 euro per l’acquisto d’emergenza dei dispositivi di protezione individuale (Dpi) mancanti. Corti aggiunge che, sebbene l’Uganda si stia muovendo molto bene, «la situazione nella vicina Rd Congo è grave, con l’epidemia che sembra fuori controllo. Il governo ugandese ha rafforzato il confine con l’esercito per stringere e controllare tutti gli ingressi, mentre il ministero della Salute sta potenziando le unità sanitarie di tutti i distretti di frontiera».
In prima linea in questa mobilitazione vi è David Nyeko, vicedirettore del Lacor e presidente del Comitato per la prevenzione e il controllo delle infezioni (Ipc). Non appena l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e il ministero della Salute hanno dichiarato l’emergenza in Congo, la task force ospedaliera si è riunita in via straordinaria per mappare le risorse disponibili e coordinare gli interventi.
«La prima cosa che abbiamo affrontato è stata verificare le attrezzature a disposizione nel caso in cui si verificasse un’epidemia al Lacor – osserva David Nyeko -. Quindi abbiamo stilato un inventario delle scorte e valutato come poterle utilizzare al meglio e, nel caso in cui queste dotazioni non fossero disponibili, che cosa avremmo potuto fare». Sebbene le tute protettive fossero in numero sufficiente, i fondi hanno permesso di approvvigionare rapidamente occhiali, grembiuli, termometri a infrarossi e disinfettanti a base di alcol.
La macchina organizzativa del Lacor ha poi ridefinito i percorsi clinici all’interno della struttura. Sotto la responsabilità di suor Nancy Fortunate, segretario dell’Ipc, l’unità di isolamento è stata riattivata e strutturata con percorsi rigorosamente separati, distinguendo una zona verde di vestizione e una zona rossa di svestizione. Il protocollo per gli operatori, incentrato sulle delicate manovre di vestizione e svestizione (donning and doffing), esige la massima precisione: è proprio nella fase di rimozione degli indumenti che si annida il maggior rischio di autocontaminazione.
Ogni potenziale caso viene intercettato nei tre punti di ingresso principali: il cancello esterno, il pronto soccorso e il reparto ambulatoriale. In queste aree sono stati installati sistemi per il lavaggio delle mani e si applicano algoritmi stringenti per la definizione dei casi sospetti, basati sulla combinazione di sintomi clinici (febbre alta, vomito ematico, sanguinamenti diffusi) e anamnesi di viaggio nel West Nile o nella Rdc. Qualora un paziente risponda ai criteri, scatta l’allerta per la direzione sanitaria. Il laboratorio interviene per il prelievo dei campioni biologici, che vengono inviati ai centri di riferimento governativi con tempi di risposta inferiori alle dodici ore, riducendo al minimo la permanenza dei pazienti nell’area di isolamento. Fino a oggi, i quattro o cinque pazienti isolati precauzionalmente sono risultati negativi, confermando l’efficacia del sistema.

Bunia, Repubblica Democratica del Congo, 21 maggio 2026
Foto di Moses Sawasawa
La vera sfida, tuttavia, si gioca sul fattore umano. Nel 2000 il terrore rischiò di svuotare le corsie, ma Matthew Lukwiya seppe infondere coraggio parlando al cuore del suo staff, prima di cadere lui stesso sul campo a soli 43 anni. Oggi quel ricordo guida i medici attuali. «All’inizio ho notato che il personale aveva paura – ammette il dottor Nyeko -, ma più continuavamo a dare loro informazioni, più capivano che in realtà non bisogna avere paura; bisogna solo capire che cos’è questa malattia e come prevenirla al meglio. Con il tempo ho visto il personale diventare più tranquillo e vigile».
Per dissipare il timore del contagio, il Lacor ha avviato un piano di formazione coordinato da Joel Ocora, che ha già istruito oltre 200 operatori. I corsi pratici non hanno coinvolto solo medici e infermieri, ma l’intera comunità ospedaliera: autisti delle ambulanze dedicate, elettricisti, ingegneri biomedici, addetti alle pulizie, personale dell’obitorio e squadre di sepoltura. I formatori hanno visitato ogni singolo reparto per verificare la reale prontezza dello staff e l’esatta collocazione dei presidi sanitari.
La leadership dei vertici ricalca l’eredità morale del passato. David Nyeko e i suoi collaboratori hanno preso un impegno formale davanti ai dipendenti: «Abbiamo detto loro: nel caso di un’epidemia, non vi lasceremo soli. Saremo qui con voi. Lavoreremo al vostro fianco, così saprete che non vi stiamo mettendo da soli in prima linea. Io stesso ho preso un impegno: sono qui con voi, sarò lì con voi a gestire questi casi». Messaggi di sensibilizzazione e aggiornamenti clinici vengono diffusi quotidianamente non solo nei reparti e nella scuola infermieri, ma anche durante le omelie delle messe domenicali nel cortile dell’ospedale.
Il modello del Lacor si è esteso anche oltre le mura della struttura, raggiungendo con sessioni formative e distribuzione di Dpi i centri sanitari periferici di Amuru, Pabbo e Opit. Rispetto al passato, la popolazione ugandese mostra una spiccata maturità civica: persino nei mercati locali di Gulu le autorità hanno predisposto termoscanner e postazioni per l’igiene delle mani. La memoria del 2000 si è trasformata nello scudo più potente per proteggere il personale e la popolazione dall’epidemia che preme ai confini.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Tommaso Meo
Source link


