Fino a poco tempo fa erano infrastrutture quasi invisibili, capannoni anonimi ai margini delle città. Oggi i data center — gli edifici che ospitano i server su cui si appoggiano cloud, servizi bancari, sanità digitale e intelligenza artificiale — sono diventati uno dei settori industriali più discussi d’Italia.
Le cifre spiegano perché: nel Paese sono già attivi circa 200 data center, e altri 83 progetti sono stati annunciati da 30 aziende per il triennio 2026-2028, per un valore potenziale complessivo di 25,4 miliardi di euro di cui 19 sono operatori che entrano per la prima volta sul mercato italiano. Nel triennio appena concluso, 2023-2025, gli investimenti effettivamente realizzati hanno toccato i 7,1 miliardi di euro.
Milano e la Lombardia cuore pulsante del settore
Il baricentro di questa crescita è tutto lombardo. Milano concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale, pari a 414 MW IT, e punta a superare la soglia simbolica di 1 gigawatt entro il 2028. La città raccoglie inoltre il 23% degli investimenti annunciati a livello europeo, mentre secondo una mappatura del Politecnico di Milano nell’area metropolitana milanese si concentrano 33 dei 49 data center attivi in Lombardia, regione che ospita quasi la metà delle strutture presenti in Italia. Il fabbisogno energetico stimato per la sola Lombardia nei prossimi anni è di circa 1,5 gigawatt, a fronte di un fabbisogno nazionale complessivo stimato in 3 gigawatt.
Sono numeri che raccontano una trasformazione rapidissima: la potenza IT installata in Italia è passata dai 307 megawatt del 2021 ai 609 dello scorso anno, e secondo le proiezioni supererà il gigawatt già nel 2027, per arrivare fino a 1,3-1,5 gigawatt nel 2028.
Un affare per i Comuni, tra oneri e aree dismesse
Per molte amministrazioni locali, soprattutto nell’hinterland milanese, l’arrivo di un data center si sta rivelando una risorsa finanziaria non da poco. Il meccanismo è quello degli oneri di urbanizzazione: chi costruisce paga al Comune una cifra per metro quadrato, e alcuni sindaci hanno cominciato a negoziare al rialzo rispetto ai valori indicati nelle tabelle regionali, proprio perché il valore economico di queste strutture — che può oscillare tra i 6mila e i 10mila euro al metro quadrato — è molto più alto di quello di un capannone tradizionale. A Rho, dove Amazon Web Services sta costruendo un impianto da 400 milioni di euro, l’amministrazione ha fissato un onere di 100 euro al metro quadrato contro i 60 previsti dalle tabelle regionali.
C’è poi il tema della rigenerazione urbana: molti progetti sorgono su ex aree industriali dismesse, permettendo ai Comuni di far ricadere sugli investitori i costi di bonifica, spesso troppo alti per le casse comunali. È il caso di Settimo Milanese, dove un’area un tempo occupata dall’Italtel ha fruttato al Comune oltre 7,5 milioni di euro tra il 2014 e il 2024, o di Pregnana Milanese, dove sono attesi tre data center su terreni che furono di Citroën, Iveco e Olivetti e che oggi occupano il 20% della superficie edificata del paese.
Consumo di suolo, di acqua e rumore: le proteste che potrebbero arrivare anche qui
Negli Stati Uniti l’espansione dei data center ha già generato una forte opposizione locale, per tre ragioni principali: il consumo di suolo, spesso agricolo; il consumo d’acqua necessario al raffreddamento dei server; e il rumore prodotto dagli impianti di climatizzazione che funzionano ininterrottamente. Anche in Lombardia sono già nati comitati civici contrari a nuove costruzioni, preoccupati soprattutto dal consumo di terreno. Sul fronte energetico, secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano il raffreddamento dei server pesa oggi per oltre la metà sulla bolletta energetica di un data center, anche se esistono già soluzioni per ridurre l’impatto: a Pont-Saint-Martin, in Valle d’Aosta, un sistema di raffreddamento geotermico ha tagliato i consumi del 35%, mentre a Ponte San Pietro, vicino a Bergamo, si è scelto il raffreddamento con acqua di falda.
La prima legge regionale e i suoi limiti
Per rispondere a queste tensioni, il 26 maggio 2026 il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato la prima legge italiana dedicata ai data center, entrata in vigore il 20 giugno con il numero 11/2026. Il provvedimento istituisce uno “Sportello regionale per i centri dati” che gestisce l’autorizzazione unica per gli impianti di maggiore rilevanza, individua le aree dismesse e degradate come sedi prioritarie per i nuovi insediamenti e introduce forti disincentivi economici per chi costruisce altrove: gli oneri di costruzione salgono del 100% nelle aree rurali e del 200% nei parchi e nelle zone verdi, una soglia più alta di quella inizialmente proposta (50% e 75%) dopo un emendamento della Lega in aula. Resta però una critica di fondo, sollevata anche dalle opposizioni: la legge non vieta di costruire su aree libere, si limita a renderlo più costoso, e — come ha osservato la consigliera Lisa Noja di Italia Viva — manca ancora una stima complessiva della domanda reale di data center e del relativo consumo energetico e idrico.
Il vuoto normativo nazionale
La legge lombarda arriva mentre in Italia manca ancora una cornice normativa nazionale organica. Il 24 febbraio 2026 la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità un disegno di legge delega che dovrebbe portare il governo, entro sei mesi dall’entrata in vigore, a scrivere un quadro generale per il settore: un codice Ateco dedicato, iter autorizzativi semplificati con tempi certi, e la qualificazione dei data center come opere di pubblica utilità. Il testo è ora all’esame del Senato. Nel frattempo, per rispondere all’urgenza, il cosiddetto “decreto bollette” (poi legge 49/2026) ha introdotto un procedimento autorizzativo unico che dovrebbe concludersi entro dieci mesi, riducendo così la frammentazione fra i diversi livelli di governo che finora ha caratterizzato il settore.
Quanti posti di lavoro generano i data center
Sul fronte occupazionale le stime variano molto a seconda di cosa si conta. Secondo l’Italian Datacenter Association (Ida), che rappresenta oltre il 90% del mercato nazionale, i data center garantiscono oggi in Italia circa 28mila posti di lavoro, di cui 8mila diretti e 13.500 legati alla catena di fornitura indiretta; il resto è occupazione indotta, generata dalla spesa dei lavoratori sul territorio.
Altre stime più recenti parlano di numeri di partenza più contenuti ma in forte crescita: circa 1.200 professionisti impiegati oggi, con una proiezione di 6mila entro il 2029, mentre uno scenario di base indica come possibile, entro il 2028, la creazione di fino a 100mila posti di lavoro complessivi lungo tutta la filiera.
È un settore, va detto, che richiede competenze molto specifiche — ingegneri, sistemisti, tecnici delle infrastrutture elettriche e di raffreddamento, personale di sicurezza — più che manodopera diffusa: una volta costruito, un data center dà lavoro in loco a un numero di persone relativamente contenuto rispetto alla mole degli investimenti.
Verso quale scenario stiamo andando
Il quadro che emerge è quello di un settore che corre più veloce delle regole. Gli operatori internazionali guardano all’Italia — e in particolare a Milano — come a un possibile nuovo hub del Sud Europa, capace di intercettare parte della domanda che i mercati storici (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino) non riescono più ad assorbire, saturi come sono e vincolati da regole più rigide sul consumo energetico.
Ma secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, tra gli investimenti annunciati e quelli realmente concretizzati esiste ancora un forte scarto, dovuto proprio all’assenza di regole standardizzate e alla lentezza degli iter autorizzativi: nel triennio appena concluso si è arrivati solo al 68% di quanto stimato inizialmente.
Il rischio, indicato più volte dagli stessi addetti ai lavori, è che l’Italia perda l’occasione se non riuscirà a dotarsi in tempi rapidi di una disciplina nazionale chiara, capace di tenere insieme tre esigenze finora scoordinate: la certezza dei tempi per chi investe, la tutela del suolo e delle risorse idriche per i territori, e una pianificazione energetica che eviti di scaricare sulla rete elettrica richieste di connessione ben più alte della capacità reale.
A fine 2025 le richieste di allaccio in alta tensione presentate a Terna per i soli data center avevano già raggiunto 68,5 gigawatt, più di venti volte il fabbisogno stimato per l’intero settore nel Paese.
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