lezioni di “green” dalla regina delle emissioni


Sfogliando in questi giorni La Repubblica, La Stampa e Quotidiano Nazionale, può capitare di imbattersi in una pagina pubblicitaria dal tono quasi mistico. Tra sfondi evocativi e caratteri solenni, il colosso automobilistico cinese BYD lancia il suo manifesto etico:

MENTRE IL PIANETA SI SCALDA,
QUALCUNO PENSA ANCORA AD ALZARE MURI.
Le emissioni non conoscono confini.
La crisi climatica non conosce confini.
Le soluzioni non dovrebbero conoscerne.
BYD – costruire un futuro migliore non dovrebbe avere confini

Un appello commovente alla fratellanza universale, capace di far scendere una lacrima persino al più cinico degli automobilisti. C’è solo un piccolo dettaglio che trasforma questa poesia ecologista in una gigantesca operazione di ipocrisia commerciale su quattro ruote: a firmarla è il braccio armato industriale del Paese che immette in atmosfera oltre 13 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno.

Il paradosso del pompiere piromane

Il tempismo della campagna pubblicitaria è a dir poco perfetto. L’Unione europea sta stringendo le maglie sui dazi commerciali contro i veicoli elettrici e ibridi plug-in provenienti dalla Cina. Di fronte alle barriere economiche allo studio a Bruxelles per difendere l’industria continentale da una concorrenza sleale (visti gli ingenti sussidi statali di Pechino), la risposta di BYD non è stata tecnica, ma filosofica, anzi, oserei dire addirittura poetica.

Improvvisamente, i dazi doganali non sono più una normale misura di politica economica ma un attacco diretto alla salvezza del pianeta. Secondo la narrazione di BYD, chi mette i dazi “alza muri” contro il futuro. Peccato appunto che l’azienda dimentichi di menzionare che la Cina ricava più della metà del suo fabbisogno di energia primaria – badate bene: non energia elettrica ma energia primaria! – dal carbone per produrre, tra l’altro, le stesse batterie “green” che oggi vuole venderci a caro prezzo.


Eh sì, perché, qualora non lo sapeste, la realtà è tutt’altro che “green”: il ciclo di produzione delle batterie agli ioni di litio è tra i più devastanti dell’intero panorama industriale, e l’impatto va ben oltre la sola CO2; è una filiera sporca che attraversa il globo: parte dallo sfruttamento delle miniere africane per le materie prime e si conclude nelle fabbriche cinesi, alimentate a pieno ritmo dall’energia fossile (qui l’approfondimento).

Peraltro, per inciso, dati alla mano, se si analizza l’intera filiera del “carburante” elettrico – dalla produzione dell’energia all’efficienza delle batterie al litio, fino alle reali prestazioni su strada – il castello di carte crolla del tutto: il rendimento effettivo di queste auto è ben lontano dai miracoli strombazzati da venditori e fanatici della transizione (qui l’approfondimento).

I confini secondo convenienza

Il cortocircuito logico è sublime: Pechino prima satura l’aria del pianeta producendo merci a basso valore economico ma ad altissimo costo energetico e ambientale, poi utilizza quella stessa ricchezza accumulata per colonizzare il mercato dell’elettrico e rivenderci la “soluzione”. Un modello di business circolare perfetto: ti creo il problema e poi ti presento il conto per risolverlo.

Quando BYD scrive che “costruire un futuro migliore non dovrebbe avere confini”, intende dire che i confini europei dovrebbero spalancarsi senza opporre resistenza all’invasione commerciale asiatica. È la geopolitica del buonismo: se compri un’auto elettrica cinese salvi il mondo; se provi invece a proteggere le fabbriche e i lavoratori europei sei un insensibile sovranista che vuole veder bruciare la Terra.

Ma, come sempre, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza aiutandoci con i preziosissimi dati e grafici tratti da uno dei siti più autorevoli di analisi globali, “ourworldindata.org”.


Emissioni di CO2

Mentre negli ultimi 25 anni i Paesi occidentali hanno via via ridotto le loro emissioni di CO2 in atmosfera a seguito di politiche “climatiche” fin troppo severe e penalizzanti (su cui ci sarebbe tantissimo da ridire, a partire dall’assunto pseudoscientifico secondo il quale la “manopola” della CO2 sarebbe l’unica in grado di determinare il clima sulla Terra), con flessioni che vanno dal -50 per cento di Unione europea e Regno Unito al più modesto -16 per cento degli Stati Uniti, nello stesso arco di tempo, invece, la Cina ha seguito una traiettoria opposta: ha più che raddoppiato il proprio output emissivo, passando da circa 6 miliardi di tonnellate nel 2000 agli attuali 13 miliardi di tonnellate all’anno, con un trend incrementale tuttora in atto, come si vede dal grafico in calce.

La favola della Cina leader della rivoluzione green

Il contrasto con la realtà è ancora più evidente se analizziamo uno degli slogan più diffusi tra i fan nostrani della Cina: l’idea cioè che il Paese guidi la cosiddetta “rivoluzione green” e che eolico e solare abbiano quasi azzerato l’uso delle fonti fossili. Si tratta di un’affermazione talmente distante dai fatti da rasentare il ridicolo, se non parlassimo di un tema maledettamente serio.

Ovviamente non c’è nulla di vero. Per smentire questa “fake news” basta infatti osservare i dati reali sul consumo di energia primaria in Cina, suddivisi per fonte di produzione.

graf 2

Come potete voi stessi constatare, l’80,3 per cento dell’energia primaria consumata in quel Paese è ricavato dalle fonti fossili e, più precisamente, il 52,8 per cento dal carbone (che fa la parte del leone), il 18,5 per cento dal petrolio e il 9 per cento dal gas naturale.

Ed eolico e solare? Insieme rappresentano solo il 9,2 per cento del fabbisogno cinese di energia primaria e, per la precisione, 5 per cento eolico e 4,2 per cento solare. Un po’ pochino per i facili entusiasmi dei fan della Cina de noantri, non trovate? Come voleva dimostrare, la Cina leader della “rivoluzione green” è una favoletta che riecheggia solo nella testa dei nostri fan della Via della Seta. O non sarà forse perché anche loro sono eterodiretti? Mah, chi può dirlo.


Guardare la ciminiera e non il parabrezza

Dopo questo breve excursus, abbiamo adesso tutti gli strumenti logici e i dati alla mano per poter mandare con cognizione di causa a quel paese BYD e tutti i suoi fiancheggiatori italiani, non ultimi gli autori di questa odiosa campagna pubblicitaria che, c’è da augurarsi, si ritorcerà contro il marchio cinese secondo il più classico dei boomerang.

Ricordiamoci sempre che, dietro i parabrezza scintillanti delle auto elettriche cinesi, c’è una scia di fumo che parte dalle centrali a carbone dell’entroterra asiatico e magari, la prossima volta che leggeremo sui nostri giornali i messaggi edificanti di BYD sulla crisi climatica globale, potremo risponder loro pacatamente qualcosa del tipo:

Irredimibili cialtroni, sappiamo benissimo che le emissioni non conoscono confini, la vostra fortuna è infatti che non sia possibile circondarvi con mura alte fino alla mesosfera (80 km di altezza, dove l’atmosfera terrestre di fatto termina), sennò vedreste che bell’aria fina che respirereste per il resto dei vostri giorni!

Che ne dite, vi sembra una risposta all’altezza della sfrontatezza di BYD?

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 Vincent Vega

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