Straining indica una forma di pressione continuativa sul lavoratore, generata da atti organizzativi o comportamenti unilaterali che creano stress lesivo senza richiedere necessariamente una molteplicità sistematica di azioni come nel mobbing. In ambito giuridico, lo straining viene inquadrato come una condotta che altera in modo apprezzabile le condizioni di lavoro, incidendo sulla dignità e sulla salute psicofisica, anche quando non vi sia un piano persecutorio articolato.
Riconoscere lo straining è rilevante perché consente di attivare tutele efficaci prima che il danno si aggravi. Questo articolo chiarisce le differenze con il mobbing secondo la giurisprudenza, elenca indicatori pratici per individuarlo, suggerisce come documentarlo, indica a chi rivolgersi e propone misure di prevenzione aziendale orientate al benessere organizzativo. L’obiettivo è offrire principi solidi e applicabili, indipendenti da contingenze.
Straining: definizione giurisprudenziale e cornice
Nella prospettiva dei giudici, lo straining si configura quando il datore o superiori adottano atti o decisioni idonei a generare un persistente stato di stress non proporzionati o non giustificati da esigenze organizzative legittime. Può bastare anche una sola misura, se di impatto duraturo, come un trasferimento immotivato o l’assegnazione a mansioni dequalificanti, che produca effetti prolungati e penalizzanti.
L’elemento chiave è la lesione dell’equilibrio lavorativo con ricadute sul benessere, più che la serialità degli episodi.
La valutazione è concreta: si esamina la ragionevolezza delle scelte aziendali, la loro coerenza con l’organizzazione e l’eventuale sproporzione rispetto agli scopi dichiarati. Conta l’effetto sul lavoratore e il nesso causale tra condotta e pregiudizio, documentato con elementi oggettivi e testimonianze attendibili.
Differenze con il mobbing: elementi chiave secondo i giudici
Il mobbing implica tipicamente una pluralità di atti ostili, coordinati o comunque sistematici, diretti a emarginare il dipendente, spesso con un disegno persecutorio prolungato. Richiede di norma una prova più strutturata della reiterazione e dell’intento. Lo straining invece, si concentra su atti o scelte che, anche se non seriali o non animati da un piano persecutorio, determinano una pressione lavorativa oggettivamente insostenibile nel tempo.
In entrambi i casi, restano centrali dignità, salute e professionalità del lavoratore.
Indicatori pratici per riconoscere lo straining
Alcuni segnali ricorrenti aiutano a individuare situazioni di straining. Non ogni disagio li integra, ma la loro presenza combinata rafforza il sospetto:
- Dequalificazione stabile o sottrazione immotivata di compiti qualificanti, con impatto sulla professionalità.
- Isolamento organizzativo esclusione da riunioni, informazioni o strumenti essenziali al lavoro.
- Sovraccarico o sottocarico deliberato, con target irrealistici o inattività forzata, non giustificati da esigenze tecniche.
- Trasferimenti o cambi di sede non motivati e gravosi, con effetti permanenti sul livello di stress.
- Controlli eccessivi o richiami pubblici non proporzionati, idonei a minare la dignità.
Contano la durata degli effetti, la coerenza con l’organizzazione e l’assenza di una base oggettiva. La lettura combinata di più indicatori, rafforzata da riscontri concreti, orienta la qualificazione come straining.
Come documentare i fatti e costruire le prove
La documentazione puntuale fa la differenza. È utile predisporre un dossier ordinato e verificabile:
- Diario cronologico: date, luoghi, persone presenti, descrizione di eventi e decisioni, effetti sul lavoro.
- Email, ordini di servizio verbali di riunione: conservare originali e copie, con metadati ove possibile.
- Testimonianze colleghi o terzi che possano confermare fatti specifici e circostanziati.
- Documenti sanitari certificazioni su stress lavoro-correlato, se vi sono sintomi correlabili, nel rispetto della riservatezza.
- Valutazioni organizzative organigrammi, mansionari, obiettivi, per dimostrare sproporzioni o incongruenze.
La regola è privilegiare evidenze oggettive e verificabili. Annotazioni soggettive sono utili come traccia, ma devono essere corroborate da riscontri documentali o da testimonianze coerenti.
A chi rivolgersi: canali interni ed esterni
La gestione efficace passa per percorsi chiari. In sede interna: rivolgersi a risorse umaneRappresentante dei lavoratori per la sicurezza o organismi di compliance e ascolto, presentando una segnalazione circostanziata. Nei contesti con procedure anti-molestie, attivare i protocolli formali previsti, chiedendo riscontro scritto.
All’esterno, è possibile contattare un professionista legale del lavoro, i servizi ispettivi competenti, i patronati o le organizzazioni sindacali. Nei casi con riflessi sulla salute, è indicato coinvolgere il medico competente (se presente) o il medico curante. La scelta dei canali va calibrata sulla gravità dei fatti, preservando sempre la tracciabilità delle comunicazioni.
Prevenzione aziendale e benessere organizzativo
Le imprese possono ridurre il rischio di straining con una governance chiara. Misure efficaci includono: policy anti-vessatorie esplicite, formazione dei responsabili sulla gestione equa delle risorse, procedure di segnalazione riservate, audit periodici su carichi e mansioni, monitoraggio degli indicatori di clima. L’integrazione tra valutazione dei rischi psicosociali e azioni correttive documentate è un presidio fondamentale.
Prassi trasparenti di assegnazione incarichi, colloqui di feedback strutturati e criteri di performance verificabili favoriscono un ambiente sano. La coerenza fra regole scritte e comportamenti effettivi rafforza la fiducia e limita zone grigie dove lo straining può annidarsi.
Approfondimenti ed eccezioni ricorrenti
Non ogni decisione sgradita integra straining. Scelte organizzative motivate, proporzionate e temporanee, supportate da evidenze tecniche (es. riorganizzazioni, sostituzioni, esigenze di servizio), rientrano nella legittima discrezionalità datoriale. L’elemento discriminante è l’irragionevolezza o la sproporzione, misurata sugli effetti e sulle alternative disponibili.
Anche il conflitto interpersonale, se episodico e gestito, non basta da solo. Quando però l’impatto sull’operatività è duraturo e l’assetto delle mansioni risulta incoerente con competenze e inquadramento, l’analisi deve farsi più rigorosa, tenendo insieme contesto motivazioni, durata e conseguenze documentate.
Sintesi operativa per orientarsi
Per chi subisce: osservare i segnali raccogliere prove usare i canali interni e, se necessario, chiedere tutela esterna. Per le aziende: stabilire policy chiare, formare i capi, verificare carichi e assegnazioni, offrire ascolto e interventi tempestivi. Lo straining si previene e si contrasta con coerenza organizzativa, trasparenza decisionale e cultura della dignità al lavoro.
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Edoardo Marchesi
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