Una parola in questa storia pesa più di tutte le altre: movente. Non è un dettaglio da azzeccagarbugli, ma il cuore dell’intera vicenda. Perché se davvero qualcuno ha progettato un attentato contro Sigfrido Ranucci, se davvero c’è stata una manovalanza, un intermediario, un presunto mandante e una catena organizzata, allora la domanda più importante resta una sola: perché? Finché non si risponde a questa domanda, tutto il resto resta sospeso in una zona grigia. E in uno Stato di diritto le zone grigie si illuminano con le prove, non con le suggestioni. Si riempiono con gli atti, non con le musiche da inchiesta televisiva.
La ricostruzione degli investigatori racconta una trama da romanzo criminale: gli esecutori materiali, l’intermediario Gomes Clesio Tavares, il presunto ruolo di Valter Lavitola, i rapporti di lavoro, il ristorante, le celle telefoniche, il viaggio verso il Camerun, i silenzi davanti ai magistrati. È un quadro serio, che merita massimo rispetto per l’attività degli investigatori e massima cautela per i diritti degli indagati. Perché qui non siamo davanti a un talk show: siamo davanti a un’indagine penale. E proprio per questo bisogna stare attenti. Lavitola è un personaggio che si porta dietro un carico enorme di storia politica, giudiziaria e mediatica. Basta pronunciarne il nome e si accendono riflessi automatici: Berlusconi, la Seconda Repubblica, i dossier, i retroscena, le ombre. Ma il processo penale non si fa per biografia. Non si condanna qualcuno perché è un personaggio “discutibile”. Non si stabilisce un movente perché un nome suona perfetto per la sceneggiatura.
Il nodo, semmai, è ancora più paradossale. Ranucci e Lavitola si conoscevano. Si frequentavano. Ranucci, per sua stessa ammissione, è andato più volte nel ristorante riconducibile a Lavitola. I due parlavano, avevano rapporti. Uno era la fonte dell’altro. Erano diventati amici. Dunque la domanda diventa ancora più ingombrante: perché un amico di Ranucci avrebbe dovuto organizzare un attentato contro di lui? È qui che la vicenda smette di essere lineare e diventa delicatissima.
E proprio davanti a questa delicatezza sembra calare una prudenza improvvisa. La prudenza è giusta, sia chiaro. Ma la cosa curiosa è che non sempre la vediamo applicata con la stessa generosità. Quando il sospetto lambisce certi ambienti, allora si invoca il garantismo, si chiede rispetto per la persona offesa, si separano le responsabilità individuali dalle frequentazioni. Quando invece il sospetto sfiora la destra, ecco che una fotografia diventa un sistema, una stretta di mano diventa una rete, un incontro casuale diventa complicità ambientale.
È questo il vero punto politico e mediatico della storia. Nessuno sta accusando Ranucci di qualcosa, è bene rimarcarlo. Ranucci è la vittima di un fatto gravissimo, se l’impianto accusatorio sarà confermato. E chiunque abbia pensato, organizzato o favorito un attentato contro un giornalista deve risponderne davanti alla legge con la massima severità. Ma essere vittima non significa essere sottratto alle domande. Report, in particolare, ha costruito la propria identità proprio su questo: seguire fili, collegare puntini, interrogare rapporti, scavare nelle frequentazioni, mostrare zone d’ombra, chiedere conto delle amicizie scomode. Bene. Allora la domanda è semplice: questo metodo vale sempre o vale soltanto quando il bersaglio politico è quello giusto? Immaginiamo per un attimo uno scenario rovesciato. Immaginiamo un esponente di Fratelli d’Italia, un sottosegretario, un parlamentare di maggioranza, un dirigente locale della destra fotografato più volte con Valter Lavitola. Immaginiamo che emerga una frequentazione, qualche cena, qualche conversazione, magari un collaboratore in comune. Davvero qualcuno pensa che Report avrebbe trattato la vicenda con toni felpati? Davvero qualcuno pensa che si sarebbe limitato a dire: aspettiamo gli atti, vediamo il movente, non facciamo processi mediatici?
No. Per molto meno avremmo avuto titoli, grafiche, timeline, mappe relazionali, “chi conosce chi”, “chi ha presentato chi”, “chi ha cenato con chi”. Avremmo avuto puntate, anticipazioni, lanci social, interviste agli esperti, domande incalzanti fuori dai palazzi. E magari anche la solita formula: “Non stiamo dicendo che sia colpevole, ma…”. Quel “ma” che in televisione pesa più di una sentenza. Per qualcuno di destra, avere un amico come Lavitola sarebbe bastato per ritrovarsi dieci puntate di Report. Non una. Dieci. Con la voce grave, le pause, le immagini di repertorio, le riprese del ristorante, la domanda lasciata sospesa: “Che cosa si sono detti davvero?”. Ecco, oggi quella domanda riguarda anche il mondo di Report. Non per colpevolizzare Ranucci, ma per verificare se il criterio è universale oppure selettivo.
Il precedente più evidente è il caso Gioacchino Amico. Report ha dedicato al tema la puntata “Un mafioso per amico”, annunciando nuove rivelazioni e documenti sul selfie con Giorgia Meloni, sulle presunte visite di Amico a Montecitorio e su un possibile accredito personale al vaglio dell’autorità inquirente. Anche lì, naturalmente, il punto non era sostenere automaticamente una responsabilità penale della destra. Il punto era costruire un contesto, suggerire relazioni, chiedere conto di prossimità politiche imbarazzanti. Metodo legittimo, se applicato con rigore. Ma proprio perché è legittimo, deve valere per tutti.
E allora ci aspettiamo nuove inchieste di Report su questa vicenda. Non una difesa corporativa. Non una puntata emotiva sul giornalista minacciato, che pure avrebbe un senso. Non solo il racconto della vittima, della paura, dell’attentato sfiorato. Ci aspettiamo anche l’altra parte: i rapporti, le frequentazioni, le cene, il ruolo di Lavitola, quello di Tavares, le ragioni dell’allontanamento dall’Italia, i possibili interessi incrociati, le piste escluse e quelle ancora aperte. Ci aspettiamo che Report faccia con se stesso ciò che chiede agli altri di sopportare ogni settimana: trasparenza, domande, ricostruzioni, dettagli. Perché se il metodo è buono, non deve temere niente. Se invece il metodo funziona solo quando serve a colpire il campo avversario, allora non è più giornalismo d’inchiesta: è selezione del bersaglio.
Il punto centrale resta il garantismo. Una parola spesso trattata come un fastidio, soprattutto quando riguarda gli avversari. Ma il garantismo non è simpatia per gli indagati. Non è indulgenza verso i potenti. Non è complicità con i furbi. È l’unico argine tra la giustizia e il linciaggio. Vale per Lavitola, vale per Ranucci, vale per Meloni, vale per chiunque finisca dentro una ricostruzione giornalistica o giudiziaria. E invece in Italia abbiamo inventato il garantismo a corrente alternata. Quando tocca ai nemici, bastano le amicizie. Quando tocca agli amici, servono le sentenze definitive. Quando riguarda la destra, “non poteva non sapere”. Quando riguarda il proprio mondo, “non bisogna speculare”. Quando una frequentazione imbarazza l’avversario, è una pista. Quando imbarazza noi, è sciacallaggio.
Attenzione: questo non significa equiparare tutto. Non significa dire che Ranucci sia responsabile di qualcosa. Non significa nemmeno minimizzare la gravità dell’attentato. Significa, al contrario, prendere sul serio la vicenda. Perché proprio una storia così grave non può essere raccontata con i riflessi condizionati della curva. Non può diventare una bandierina da piantare contro questo o quel campo politico. Deve essere capita. E per capirla bisogna rispondere alle domande che oggi restano aperte.
Finché il movente manca, la storia resta monca. E quando una storia resta monca, il giornalismo serio dovrebbe fare una cosa sola: continuare a scavare. Non proteggere, non assolvere, non insinuare a senso unico. Scavare. La vicenda Ranucci-Lavitola è una prova per la magistratura, ma anche per il giornalismo italiano. È una prova per chi predica trasparenza. Ora il banco di prova è interno: Report saprà applicare il metodo Report a una storia che riguarda Report? La risposta, per ora, non la conosciamo. Ma una cosa è certa: se al posto di Ranucci ci fosse stato un uomo della destra, il processo mediatico sarebbe già cominciato. E probabilmente non sarebbe finito alla prima puntata.
Massimo Balsamo, 8 luglio 2026
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