L’ultimo rapporto della piattaforma Civicus Monitor denuncia la drastica restrizione dello spazio civico in Kenya, Tanzania e Uganda
Nairobi e Dodoma impediscono le manifestazioni del 7 luglio schierando ingenti forze di polizia, mentre a Kampala la libertà di esprimere pubblico dissenso è ormai un ricordo lontano. Oppositori e attivisti della società civile vivono in un clima di crescenti intimidazioni, arresti arbitrari e sparizioni forzate
Forze di sicurezza dispiegate in massa, barriere di filo spinato e strade deserte a Nairobi, in occasione del Saba Saba Day
Da tempo le organizzazioni della società civile di Kenya, Tanzania ed Uganda, i più grandi paesi dell’Africa orientale, denunciano che lo spazio civico nella regione si sta restringendo in modo grave e che la repressione delle libertà democratiche si fa di giorno in giorno più severa.
Per essere chiari, lo spazio civico è quello che permette alle persone “di esercitare alcuni diritti fondamentali senza impedimenti da parte del governo. Questi diritti includono la libertà di espressione, la libertà di associazione e la libertà di riunione”.
È la possibilità dei cittadini “di dire ciò che pensano e scambiare idee con altri, di protestare contro politiche che non sono nel loro interesse, di unirsi in gruppi e organizzazioni”. È il campo in cui interloquiscono con il loro governo, perciò costituisce “una parte centrale della democrazia”. Questo, in sintesi, si legge sul sito Liberties, della rete Civil Liberties Union for Europe, ma è chiaro che il discorso è generale e non è ristretto alla sola Europa.
Queste considerazioni, applicate all’Africa orientale, mostrano in effetti una drastica restrizione di questo spazio di dialogo dei cittadini con i loro governi.
Gli esempi sono numerosi. Le restrizione alla libertà di stampa, per esempio, culminate con la recentissima chiusura dei mass media indipendenti in Uganda, le dimostrazioni popolari ripetutamente represse nel sangue in Kenya e in Tanzania, il carcere per i leader dell’opposizione accusati di tradimento senza un giusto e veloce processo: Kizza Besigye in Uganda, Tundu Lissu in Tanzania.
Ma l’evidenza plastica della situazione può essere vista nell’aver impedito lo svolgersi delle dimostrazioni convocate pubblicamente dai gruppi della società civile in diverse occasioni. L’ultima, il 7 luglio.
Saba Saba Day, proteste silenziate
I governi del Kenya e della Tanzania hanno di fatto bloccato le dimostrazioni programmate in occasione di un giorno chiave per la storia democratica dei due paesi, il 7 luglio appunto, conosciuto come Saba Saba Day (saba in lingua swahili significa sette; saba saba è dunque il giorno 7 del settimo mese dell’anno).
In Kenya il Saba Saba Day ricorda la mobilitazione popolare del 1990 che mise in moto la fine del regime autoritario a partito unico del presidente Daniel Arap Moi, costretto in breve tempo a concedere elezioni multipartitiche che avrebbero messo fine al suo più che ventennale potere. La data è dunque evocativa di un ritorno alla democrazia.
La manifestazione, compreso l’itinerario previsto, era stata annunciata alla polizia dall’associazione organizzatrice, la Grassroots Economic Justice Movement (Movimento di base per la giustizia economica), come previsto dalla legge del paese. I dimostranti si proponevano di consegnare al Parlamento una petizione che chiedeva sostanzialmente di far luce sugli abusi delle forze di sicurezza durante le dimostrazioni pacifiche dell’ultimo periodo e di affrontare in modo equo le sfide poste dalla crisi economica.
Le autorità competenti hanno risposto impedendo l’afflusso della gente a Nairobi, con posti di blocco sulle direttrici principali, fermando di fatto la circolazione dei mezzi pubblici, circondando con filo spinato il palazzo del governo e del parlamento e ordinando un pattugliamento serrato e continuo del centro cittadino.
I pochi dimostranti che erano riusciti a raggiungere comunque il luogo del corteo annunciato, sono stati manganellati e allontanati con la forza; una decina sono stati arrestati. L’ordine, si fa per dire, che ha regnato durante la giornata è stato di fatto considerato un successo – solo 10 arresti – dai capi della polizia che hanno parlato con i giornalisti a fine giornata.
In Tanzania repressione costante
Le stesse immagini di posti di blocco, strade deserte e pesantemente pattugliate, saracinesche chiuse, tensione palpabile in diverse città arrivano dalla Tanzania, dove il Saba Saba Day ricorda il 7 luglio del 1954, il giorno in cui Julius Nyerere, il venerato primo presidente, presentò ufficialmente il Tanganyika African National Union (TANU) il partito che avrebbe portato il paese all’indipendenza.
Le autorità evidentemente temevano dimostrazioni che, in un giorno decisamente simbolico, avrebbero chiesto conto della repressione post elettorale dello scorso autunno, in cui, secondo dati della Commissione d’inchiesta governativa, sarebbero state uccise 518 persone e più di 2mila sarebbero rimaste ferite. Un’enormità.
Secondo stime della società civile, però, i morti sarebbero stati almeno 3mila e le violazioni dei diritti umani così gravi da essere denunciate in una dichiarazione firmata da una quarantina di associazioni e provati in rapporti di organizzazioni internazionali come Human Rights Watch e Civicus.
Nei giorni precedenti al 7 luglio, qualche giornalista osservava che la discrepanza stessa tra la narrativa ufficiale e quanto emerso dalle ricerche di organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani era tale da giustificare una dimostrazione popolare numerosa e compatta. Perciò il governo ha preferito impedirla prima ancora che nascesse, così come ha fatto anche lo scorso 9 dicembre, vietando le manifestazioni in occasione della festa dell’indipendenza.
Spazio civico sempre più ridotto
Il restringersi dello spazio civico in questi paesi è sottolineato anche nei rapporti annuali e nelle pubblicazioni periodiche di Civicus, “alleanza globale di organizzazioni della società civile e attivisti che lavorano per rafforzare l’azione dei cittadini e della società civile nel mondo”, si legge sul suo sito ufficiale.
Secondo People Power Under Attack (Il potere della gente sotto attacco), rapporto periodico della piattaforma Civicus Monitor dedicato alle violazioni dello spazio civico, in Kenya gli abusi sono stati così gravi da aver fatto perdere al paese 19 punti in due anni: da 50 nel 2023 a 31 nel 2025.
Perciò ora si colloca nel gruppo di quelli in cui lo spazio civico è definito come represso, dove si verificano restrizioni delle libertà fondamentali, come quelle di espressione, associazione e riunione pacifica. Nello stesso gruppo si collocano anche l’Uganda, con 28 punti, e la Tanzania, con 26.
I tre paesi stanno mettendo in atto politiche repressive talmente simili da far pensare anche alla creazione di un’alleanza autoritaria, diceva già il rapporto del 2025, in cui venivano sottolineati fatti relativi a repressione transnazionale. Le evidenze non mancano.
Un episodio, gravissimo, per tutti: Kizza Besigye, uno dei leader dell’opposizione ugandese è stato arrestato in Kenya ed estradato in Uganda dove è detenuto da novembre 2024 in un carcere militare.
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