Quattro mesi dopo la sua morte nei primi raid statunitensi e israeliani della guerra in Iran, il regime ha organizzato per Ali Khamenei il più grande funerale di Stato nella storia della Repubblica islamica. Iniziato il 4 luglio, l’adorazione del tiranno morto è durata 6 giorni e si è svolta come pellegrinaggio del feretro con 5 tappe nelle città sante – l’ultimo viaggio per chi è stato guida suprema della Repubblica islamica per 37 anni, il secondo mandato più lungo dopo la rivoluzione del 1979 – prima della sepoltura a Mashhad. Le immagini ci restituiscono il segno di un regime saldo e radicato nella cultura di una grossa fetta di popolazione: tripudio di bandiere rosse, commozione della grossa fetta di iraniani conniventi col regime, santoni, adulatori del tiranno e fanatici del radicalismo islamico. L’ultimo saluto al più grande tagliagole contemporaneo, il migliore tra gli assassini, il male assoluto: una partecipazione senza precedenti, milioni di fedeli che affrontano il caldo torrido per rendere omaggio al loro leader.
Nel frattempo va in scena la pantomima del comunislamismo: mentre la gente è distrutta dalla fame e lotta contro un’economia allo sbando, il regime obbliga le aziende a finanziare le cerimonie e impegnarsi nella fornitura di servizi; aumenta il prezzo del pane e – per attrarre più persone – si organizza per distribuirlo gratis lungo il percorso dell’adorazione itinerante. È ovvio: le cerimonie funebri sono un’operazione di autentica propaganda per la Repubblica Islamica e la piazza mostra il volto del fondamentalismo. Lo testimonia il dogmatismo spietato delle folle indottrinate e prostrate ma assuefatte alla violenza ideologica che urlano “Morte agli Stati Uniti” e inneggiano alla distruzione dello Stato di Israele, i colpi ritmati auto inferti dai fedeli al petto, il Sineh-Zani, segno di rabbia devozionale, i drappi rossi che chiedono vendetta e le bandiere dell’Hezbollah libanese. Finanche la scelta dei versetti del Corano non sarebbe stata casuale, assomigliando tanto a delle stilettate ai nemici interni, i nipoti di Khomeini accusati di non aver sostenuto abbastanza il regime sotto Khamenei.
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Sembra il concertone del Primo Maggio. L’acquitrino in cui sguazza la propaganda da sottobosco che polarizza ed indottrina all’odio verso sé stessi – l’occidente cattivo – verso la cultura delle libertà individuali, della libertà di espressione, della co-esistenza. E lo fa in salsa woke a tutti i costi – fiumi di retorica su neri, arcobaleni, Igbtq, desinenze deviate – ma sventolando bandiere palestinesi, inneggiando ai finanziatori dei tagliagole di Hamas che quel miscuglio esibizionista lo condannerebbero a morte. E’ la pletora di odiatori che ti accusa di razzismo se fai parodia sulle follie del Corano ma ti taccia di bigottismo se ti opponi alla rimozione dei crocifissi nelle scuole. Una minoranza egoriferita che sguazza nel calderone della confusione totale (chi difenderebbe i suoi carnefici?).
Il concertone, mutuando l’essenza dell’operazione di regime intorno al funerale del macellaio, rappresenta il peccato originale attraverso la quale una corrente dell’odio mina la nostra cultura: l’oicofobia di una civiltà che combatte col senso di colpa di essere il punto di riferimento della civilizzazione; e, gioco forza, decide di disinteressarsi alla causa iraniana, quella voce straziante dei giovani che a 5mila km di distanza gridano libertà e vengono massacrati. C’era la possibilità dar senso civile all’intervento militare condotto da Israele e
Stati Uniti in Iran, di favorire l’insurrezione di giovani poco organizzati ma con la forza primordiale della libertà. E invece niente di fatto. Qualcuno nel mondo “è rimasto a guardare, sull’orlo della fossa seduto”, tradendo la speranza di un Iran sotterraneo che osservava la fine dell’era Khamenei come un’opportunità di rottura, con decine di migliaia di persone scese in piazza bruciando l’hijab. Quei 40mila giovani ammazzati nelle due notti di sangue di Teheran sono più di quanti ne siano morti in Palestina in due anni a causa delle bombe israeliane e americane contro i terroristi di Hamas (finanziati dai soldi degli ayatollah) che il concertone erge a martiri di una fantomatica resistenza; e sono morti invano, allucinati dalla falsa speranza del salvatore che non ha avuto il coraggio della sua responsabilità storica. Un regalo a quel gregge nostrano che sfila in piazza con le bandiere di Hamas e di Hezbollah inneggiando ad una “Palestina libera dal fiume al mare”, che significa inneggiare alla distruzione dello Stato di Israele.
Infatti, sulla questione Iran, già a febbraio il proclama della ipocrita sinistra globale – sulla scia del nuovo idolo populista socialista, Sanchez – è stato quella dell’appello alla de-escalation e al “ritorno al diritto internazionale”. Il problema è che Sanchez, quando bisognava cantarle agli ayatollah perché hanno sterminato 40mila giovani in due notti, non fiatava. E gli esperti analisti con la tessera di partito in tasca non riuscivano a nascondere le loro facce sconsolate per la morte del tiranno.
Poveri intellettuali vedove di Khamenei: sono gli stessi che negli ultimi anni, pur di dare addosso all’Occidente, oltre che per il regime islamico di Teheran, hanno tifato per Hamas e perfino per Maduro a Caracas. Sono i sedicenti pacifisti disposti a salpare con zattere improvvisate per causare il caso diplomatico, i buoni per definizione che strillano sdegno e invocano la distruzione dello stato di Israele ma tacciono su un Paese che insorge sulle gambe dei suoi giovani invocando democrazia e libertà, rischiando la pelle sotto i colpi di un regime che uccide i sui figli. Questa è la sinistra globale, alfiere della legalità internazionale solo quando Trump elimina dei dittatori sanguinari, ma non quando quei dittatori eliminano il proprio popolo. E invece, se la stabilità del regime si fonda sulla macellazione di innocenti, spingo chiunque sia dotato di buonsenso a ritenere l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran una violazione del diritto internazionale. Peccato non aver terminato il lavoro e non aver restituito alla Persia la sacralità che gli è propria, del sole e del leone; il futuro, patriottico, di un popolo oppresso da 40 anni.
Francesco Catera, 9 luglio 2026
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