sequestrati a Lavitola sette manoscritti, tre telefonini e due pen drive


Gli inquirenti che indagano sull’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci hanno avviato l’analisi di quanto sequestrato sabato sera all’imprenditore Valter Lavitola ritenuto il mandante dell’azione dinamitarda dell’ottobre scorso a Pomezia (Roma). In particolare gli inquirenti hanno acquisito sette manoscritti, appunti di Lavitola, tre telefonini e due pen drive che erano nella disponibilità dell’imprenditore. In base a quanto si apprende, inoltre, al momento non è prevista una nuova convocazione per  Ranucci per essere ascoltato come testimone.

Ieri l’interrogatorio dell’imprenditore, durato due ore: non ha risposto ai magistrati ma ha reso lunghe dichiarazioni spontanee

È terminato dopo due ore presso la Procura di Roma l’interrogatorio di Valter Lavitola: l’ex direttore dell’Avanti, indagato con le accuse di tentata strage e associazione per delinquere di tipo mafioso per l’attentato dinamitardo nei confronti di Ranucci (il 16 ottobre 2025), avrebbe risposto al procuratore capo Francesco Lo Voi e avrebbe reso dichiarazioni. Lavitola, con il suo legale, Sergio Cola, è uscito dal retro del Tribunale di piazzale Clodio senza rilasciare dichiarazioni.

“Vi posso dire che Valter Lavitola è sconvolto per le accuse che gli sono state mosse e ciò in ragione dello stretto e fraterno rapporto di amicizia che ha con Ranucci come confermato dallo stesso giornalista” aveva detto il difensore dell’imprenditore. Che si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma ha scelto di rendere lunghe dichiarazioni spontanee per ribadire la propria estraneità ai fatti contestati. Al termine dell’audizione, il difensore ha illustrato i contenuti delle dichiarazioni, spiegando le ragioni della scelta di non sottoporsi all’interrogatorio in assenza della conoscenza degli atti d’indagine. “Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere, però ha reso delle lunghe dichiarazioni spontanee, nel corso delle quali ha sottolineato il forte rapporto di amicizia fraterna con Ranucci, anche particolareggiando questo rapporto: frequentazione continua, quasi quotidiana; frequentazione delle famiglie, il ricambio di piacere a livello personale per una sorta di solidarietà, e tutto questo chiaramente non poteva essere che inconciliabile con la condotta delittuosa che gli è stata contestata, cioè quella di essere il mandante dell’attentato. Mi pare che tutto questo lo possa ribadire ulteriormente, ove mai avesse la possibilità di prendere visione dei dati probatori che non sono noti, in quanto che l’interrogatorio è stato reso ai sensi dell’articolo 375 del Codice di procedura penale, quindi senza poter prendere visione degli atti”.


“Lavitola – prosegue poi l’avvocato Cola – ha anche ritenuto che, a prescindere dal fatto che lui è estraneo, la estraneità anche di Gomez, il suo collaboratore, che considera come un figlio nel vero senso della parola, e ha anche spiegato che non ha fatto assolutamente nessuna fuga in Camerun, dove si reca continuamente, risulta anche dal passaporto e tuttora si trova lì per ragioni di carattere finanziario, seguendo un affare che Lavitola sta conducendo lì, relativo al carbon credit. Devo anche aggiungere un’ulteriore circostanza, che è stata più volte rappresentata dalla stampa; che un indizio sarebbe costituito dal fatto che Lavitola il 15 settembre, un mese prima dell’attentato, sarebbe stato visto nei pressi della villa di Ranucci a Pomezia. Lavitola ha detto che la villa di Ranucci per lui era familiare, nel senso che si è recato più volte lì, quindi assolutamente nessun sospetto o valore indiziario si può dare a questa circostanza. Tra l’altro, il 15 settembre Lavitola si è recato in Argentina, anche se di sera. Ritengo che tutto questo sia stato più che sufficiente per dimostrare la sua innocenza e Lavitola ha dato la sua disponibilità, qualora dovesse avere la possibilità di prendere visione degli atti e dei dati probatori, a rendere interrogatorio e rispondere alle domande che per il momento non gli sono state fatte proprio per le ragioni che ho detto” ha concluso il legale.

Le perquisizioni a Lavitola, dopo l’arresto dei presunti esecutori materiali

L’imprenditore, ed ex giornalista-editore, nei giorni scorsi è stato oggetto di una perquisizione da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati su disposizione degli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia della Capitale. Secondo gli elementi raccolti, Lavitola – già in passato coinvolto in diverse vicende giudiziarie – sarebbe il mandante dell’attentato. L’indagine, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e avviata dal pm Carlo Villani, passato a dirigere la Procura di Velletri, è seguita adesso dal sostituto procuratore Edoardo De Santis. A Lavitola sono stati sequestrati telefoni e pc che ora verranno analizzati.

La scorsa settimana sono state eseguite quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna, ritenuti esecutori materiali dell’attentato, e accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. Reati contestati ora in concorso anche a Lavitola.

Insieme con Lavitola è stato indagato anche un camerunense di 47 anni, Gomes Clesio Tavares: avrebbe svolto funzioni di intermediario tra Lavitola e il gruppo di soggetti che poi ha materialmente posto in essere l’attentato. Questi ultimi sono stati fermati – si ricorda – tra Napoli e Avellino: si tratta di una giovane coppia residente ad Avella, Pellegrino D’Avino e sua moglie, Marika De Filippis, finita ai domiciliari; e di Saverio Mutone, residente a Sperone, a pochi chilometri da Avella e di Antonio Passariello, 53 anni, originario di Cicciano, ritenuto uno dei capi del gruppo.


Il reato di strage aggravata in concorso è contestato sia a Lavitola che a Passariello, D’Avino, Mutone, De Filippis e Clesio Tavares. L’ordigno posizionato davanti casa di Ranucci era “gelatina da cava”. Secondo quanto ipotizzato dagli inquirenti della Capitale, Lavitola ha dato mandato a Clesio Tavares di individuare dei soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all’abitazione di Ranucci, arrivando a partecipare anche a un sopralluogo nella casa, in una zona residenziale tra Pomezia e Torvajanica. Sul movente, è ancora in corso l’indagine. Per il procuratore Lo Voi e i pm Villani e De Santis, la banda è l’autrice materiale dell’azione dinamitarda.

Nel 2023 il quotidiano Il Riformista pubblicò una foto che ritraeva Lavitola e Ranucci insieme al ristorante romano dell’imprenditore. Clesio Tavares dal 2017 lavora nel ristorante, in viale dei Quattro Venti, a Roma. Lavitola – secondo chi indaga – avrebbe consigliato all’uomo di andare in Camerun e si sarebbe anche preoccupato della sua assistenza legale.

Le indagini sul movente dell’attentato

Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire elementi utili sul movente. Secondo quanto ricostruito dai magistrati, la banda sarebbe stata contattata da un intermediario. “Quello”, veniva definito dai componenti del gruppo nelle molte intercettazioni ambientali citate dal gip nell’ordinanza; avrebbe dato alcune migliaia di euro ai quattro per compiere il blitz.


Stando a quanto scrive il giudice, su di loro gravano “elementi gravi, precisi e concordanti” a ritenere che “abbiano preso parte all’azione criminosa e abbiano offerto, ognuno con un ruolo specifico e determinato, un contributo rilevante alla commissione dei reati”, messi in atto in cambio di denaro. A interfacciarsi con l’intermediario sarebbe stato il solo D’Avino.

Nelle carte si afferma che l‘indagato “ha preso contatti con un soggetto terzo, evidentemente il mandante o colui che parlava per suo conto”, che dopo l’attentato si è “reso disponibile a garantire un temporaneo allontanamento dal territorio in favore degli esecutori dell’attentato”, garantendo “risorse economiche, strumenti di pagamento ricaricabili e modalità operative idonee ad eludere eventuali attività investigative”.

Dopo l’arresto dei quattro, Ranucci è stato convocato in Procura per essere ascoltato come testimone dai titolari dell’indagine. “Al momento, gli inquirenti non escludono alcuna pista, stanno lavorando a 360 gradi” ha dichiarato il giornalista dopo l’audizione. “Mi hanno prima di tutto chiesto se conoscevo gli arrestati di martedì e abbiamo ripercorso alcune vecchie inchieste di Report che hanno riguardato l’area geografica in cui vivevano i componenti della banda”.

Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola (Ansa)


La dinamica dell’atto intimidatorio

L’attentato dinamitardo è stato compiuto la sera del 16 ottobre 2025 a Pomezia (frazione di Torvaianica), quando un ordigno è esploso davanti al cancello dell’abitazione del giornalista, distruggendo due sue autovetture parcheggiate davanti e danneggiando il muro perimetrale. I rilievi tecnico scientifici svolti dalla Sezione Rilievi e dalla Squadra Artificieri del Nucleo Investigativo di Roma e i successivi accertamenti del Ris di Roma hanno dimostrato che l‘ordigno era costituito da una carica detonante composta da gelatina da cava, materiale obsoleto ma dalla straordinaria capacità distruttiva, “indicativo di una rete illecita di approvvigionamento di materiale esplodente” per gli inquirenti. 

Una telecamera installata sulla Statale 148 Pontina, a diversi chilometri di distanza dal luogo del delitto, ha permesso di individuare una Fiat 500 X, risultata noleggiata in Campania, e di tracciarne il viaggio di andata verso Roma e il repentino ritorno della vettura nelle ore immediatamente successive all’attentato.    

L’analisi dei tabulati di traffico telefonico e telematico è stata di assoluto rilievo per le indagini. I dati dei ripetitori hanno dimostrato che il percorso dei cellulari utilizzati dagli esecutori materiali era perfettamente sovrapponibile al tracciato della Fiat 500 X, sia il giorno dell’attentato sia in precedenza quando avevano effettuato un sopralluogo della zona.



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