Quando uscì nel 2014, Poverty, Inc. fu considerato da molti un documentario controverso, espressione della critica libertaria agli aiuti internazionali. Eppure il drastico ridimensionamento di Usaid e la capacità dimostrata da molti Paesi africani di adattarsi senza il tradizionale sostegno occidentale hanno finito per conferire nuova credibilità a quella tesi, facendola apparire oggi lungimirante.
Prodotto dall’Acton Institute e diretto da Michael Matheson Miller, il documentario sostiene che l’industria degli aiuti, un settore che muove miliardi di dollari, abbia sviluppato interessi propri e ben pochi incentivi a rendersi superflua. Il titolo stesso, Poverty, Inc., suggerisce che la povertà sia diventata un vero e proprio business.
Il riso che ha distrutto Haiti
Il film documenta diversi casi in cui gli aiuti internazionali hanno prodotto effetti opposti a quelli dichiarati. Negli anni Ottanta Washington spinse Haiti ad abbassare al 3 per cento i dazi sulle importazioni di riso, aprendo il mercato al riso statunitense, fortemente sovvenzionato.
Gli agricoltori haitiani, che fino ad allora avevano garantito al Paese una sostanziale autosufficienza alimentare, non riuscirono a competere. La produzione nazionale crollò e centinaia di migliaia di contadini emigrarono verso Port-au-Prince, andando a ingrossare le bidonville che il terremoto del 2010 avrebbe poi devastato.
Il meccanismo alla base di questo fallimento, secondo il documentario, non è casuale. Le imprese agricole dei Paesi ricchi fanno pressione sui propri governi per ottenere protezione dalla concorrenza estera, prima con dazi e barriere doganali, poi con sussidi che permettono loro di produrre ben oltre la domanda interna. L’eccedenza finisce esportata nei Paesi poveri a prezzi che nessun agricoltore locale può eguagliare, distruggendo proprio i mercati che i dazi iniziali avrebbero dovuto proteggere.
Anni dopo, l’ex presidente americano Bill Clinton riconobbe davanti al Senato degli Stati Uniti che quella politica aveva distrutto la capacità degli agricoltori haitiani di nutrire il proprio Paese, definendola un grave errore.
Il documentario cita anche altri esempi. L’afflusso di abiti usati nei mercati africani ha messo in crisi l’industria tessile locale, mentre scarpe e uova distribuite gratuitamente dalle organizzazioni umanitarie occidentali hanno estromesso dal mercato calzolai e allevatori che producevano gli stessi beni.
Gli orfani della povertà
Un capitolo del film, spesso trascurato nelle discussioni successive, riguarda gli orfanotrofi haitiani. Il regista intervista genitori adottivi americani che, dopo il terremoto del 2010, scoprirono che i figli adottati avevano ancora entrambi i genitori biologici in vita: li avevano affidati all’istituto perché non riuscivano a sfamarli, non perché li avessero abbandonati.
Secondo le stime citate nel film, una parte consistente dei minori ospitati negli orfanotrofi haitiani avrebbe almeno un genitore vivente: sarebbero, nelle parole del documentario, orfani della povertà più che orfani veri e propri.
Il film segue anche il lavoro dell’Apparent Project, un’organizzazione fondata da una coppia di missionari americani a Port-au-Prince che ha scelto l’approccio di incentivare l’iniziativa privata e l’impresa: invece di finanziare l’istituto, ha aiutato le madri biologiche ad avviare una piccola attività di bigiotteria, permettendo loro di riprendersi i figli e mantenerli con un reddito proprio.
A chi conviene la povertà?
Poverty, Inc. riprende un’argomentazione ben nota agli studiosi della teoria della scelta pubblica: una volta creato, un sistema di aiuti tende a generare una rete di interessi che ha tutto da guadagnare dalla propria sopravvivenza. Consulenti, funzionari e personale delle ong con sede a Washington, Londra o Parigi continuano a essere finanziati indipendentemente dal fatto che la povertà diminuisca davvero.
Il documentario si chiede: “Who benefits the most? The poor or the poverty industry?”, ovvero “Chi ne trae il maggior vantaggio? I poveri o l’industria della povertà?”. Nel documentario l’imprenditore ghanese Herman Chinery-Hesse sostiene che gli aiuti abbiano finito per mettere i governi africani sotto tutela, scoraggiandoli dal costruire basi fiscali solide che, nel tempo, li renderebbero indipendenti dai donatori.
Andrew Mwenda, allora direttore esecutivo ugandese presso la Banca Mondiale, e l’economista keniota James Shikwati si spingono ancora oltre, descrivendo decenni di aiuti come una moderna forma di dipendenza che ha contribuito a rafforzare proprio quei regimi autoritari dai quali gli aiuti dichiaravano di voler emancipare le popolazioni.
Il film porta anche esempi concreti di questo meccanismo a livello di impresa. Il marchio di calzature Toms Shoes, noto per il modello “one for one” che regala un paio di scarpe a un bambino povero per ogni paio venduto, viene citato come esempio di buone intenzioni dagli effetti collaterali dannosi: davanti a un prodotto gratuito, i calzolai locali non possono competere.
Un caso analogo riguarda un’azienda haitiana di illuminazione solare, fondata da due giovani imprenditori del posto, le cui vendite crollarono dopo il terremoto del 2010 perché diverse ong distribuivano gratuitamente pannelli solari donati dall’estero. La frase di uno dei due imprenditori è memorabile: “It’s hard to compete with free” (“difficile competere con ciò che è gratis”).
La proposta del documentario non è il semplice ritiro degli aiuti. Il documentario rivolge una critica al paternalismo che accompagna gli aiuti internazionali. La povertà, sostengono gli intervistati, non si supera trattando le persone come beneficiari permanenti di assistenza, ma riconoscendole come imprenditori, lavoratori e partner economici capaci di costruire autonomamente il proprio sviluppo.
Proprietà, diritto e il ceto medio mancante
Un altro filo conduttore del film riguarda lo stato di diritto. L’economista peruviano Hernando de Soto, da decenni impegnato nello studio dei diritti di proprietà nei Paesi in via di sviluppo, racconta un esperimento condotto a Lima: un gruppo di collaboratori tentò di registrare legalmente una piccola sartoria seguendo tutte le procedure burocratiche previste dalla legge. Ci vollero 289 giorni di lavoro, otto ore al giorno, per ottenere tutti i permessi necessari, un percorso alla portata solo di chi dispone di tempo, denaro e conoscenze che la maggior parte delle persone non ha.
Il documentario mostra una dinamica simile a Kibera, la più grande baraccopoli di Nairobi, dove l’imprenditore Joshua Omoga gestisce un piccolo negozio costruito su un’abitazione considerata temporanea dalle autorità del Kenya. Poiché il terreno e la struttura non sono formalmente riconosciuti, Omoga non può registrare pienamente l’attività né ottenere un titolo di proprietà.
Di conseguenza, il suo negozio resta un bene “morto”: non può essere utilizzato come garanzia per accedere al credito, attirare investimenti o finanziare l’espansione dell’impresa. Gli economisti intervistati nel documentario definiscono questa situazione il “ceto medio mancante” (missing middle): nei Paesi in via di sviluppo proliferano microimprese e poche grandi aziende, ma mancano le imprese di medie dimensioni perché l’assenza di diritti di proprietà certi e di strumenti giuridici impedisce agli imprenditori di trasformare i propri beni in capitale produttivo.
Il taglio di Usaid
All’inizio del 2025 l’amministrazione Trump ha avviato lo smantellamento di Usaid, cancellando circa l’83 per cento dei suoi programmi. Anche Regno Unito e Germania hanno successivamente ridotto i propri programmi. Il collasso generalizzato del Continente, previsto da molti osservatori, non si è verificato.
Un’analisi pubblicata da Foreign Affairs mostra che diversi Paesi considerati più vulnerabili hanno reagito con sorprendente rapidità. L’Etiopia, indicata come uno dei casi più critici, ha rivisto al rialzo le proprie previsioni di crescita per il 2026. La Nigeria ha reperito in poche settimane quasi la metà delle risorse sanitarie venute meno con il ritiro di Usaid. Il Ghana ha abolito il tetto all’imposta destinata al sistema sanitario nazionale per compensare autonomamente la perdita dei finanziamenti esteri.
Commercio e rimesse, non assegni
I dati più recenti sembrano confermare la stessa direzione. Secondo il Rapporto sul commercio africano 2026 di Afreximbank, l’economia del continente è cresciuta del 4,5 per cento nel 2025, oltre un punto sopra la media globale del 3,4 per cento, mentre il commercio di merci africane è salito del 6,1 per cento, raggiungendo circa 1.500 miliardi di dollari.
A gennaio 2026, 49 dei 54 Stati membri dell’Unione Africana avevano ratificato l’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), che secondo le stime della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite potrebbe far uscire dalla povertà fino a 50 milioni di persone entro il 2035, se pienamente attuata.
Anche le rimesse degli emigrati raccontano la stessa storia. Sempre secondo Foreign Affairs, nel 2024 la Nigeria ha ricevuto 20,93 miliardi di dollari in rimesse dalla propria diaspora, contro appena 3,37 miliardi di dollari in aiuti da governi stranieri: quasi sei volte tanto. Sono flussi privati, volontari e diretti alle famiglie, non intermediati da alcuna agenzia, e negli ultimi anni hanno superato sia gli aiuti sia gli investimenti esteri diretti come fonte di finanziamento per gran parte del continente.
Un dibattito che torna d’attualità
Per anni Poverty, Inc. è stato liquidato come un documentario di parte, espressione della tradizione libertaria americana. Eppure gli eventi del 2025 e del 2026 hanno trasformato quella che sembrava una provocazione ideologica in un’ipotesi che merita di essere presa sul serio.
Non dimostrano che ogni forma di aiuto sia sbagliata, ma obbligano a chiedersi se il modello dominante della cooperazione internazionale non abbia prodotto forme di dipendenza che ne hanno limitato l’efficacia. A volte è la realtà, più delle teorie, a riaprire dibattiti che si credevano chiusi.
Dopo oltre 70 anni di programmi di aiuto e migliaia di miliardi di dollari trasferiti, la lezione che emerge da Poverty, Inc. e dai dati del 2026 è la stessa: la povertà si combatte con diritti di proprietà e accesso ai mercati. È una conclusione scomoda per l’industria degli aiuti, anche se pochi, tra i suoi protagonisti, sono disposti ad ammetterlo.
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Anna Mahjar-Barducci
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