Giovani e cancro, davvero stiamo invecchiando più in fretta?



Giovani, cancro e age gap: la ricerca analizzata dal genetista Giuseppe Novelli

Il tema è quello che fa la gioia dei complottisti: come mai stiamo vedendo un aumento delle forme di cancro in pazienti relativamente giovani? Un recente studio, pubblicato su ‘Nature Medicine’ dal gruppo guidato da Yin Cao della Washington University School of Medicine, ipotizza che la ‘colpa’ sia dell’invecchiamento biologico accelerato, associato dal team all’aumento del rischio di tumori a esordio precoce. Insomma, i giovani oggi – per una serie di fattori diversi – starebbero invecchiando più in fretta. Ecco perché andrebbero incontro precocemente a forme di cancro. Ma è davvero così?

Ad analizzare la ricerca è Giuseppe Novelli, professore ordinario presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e presidente della Fondazione Giovanni Lorenzini, che evidenzia i punti di forza, ma anche alcuni limiti metodologici di questo studio e, soprattutto, le prospettive di ricerca. Un contributo che richiama l’importanza di interpretare i risultati scientifici con rigore scientifico, evitando facili semplificazioni e conclusioni affrettate.

C’è un aumento di tumori giovanili, statisticamente parlando, e questo lavoro finalmente lo chiarisce. Ma i giovani bisogna educarli: la genetica non basta, quello che conta è l’esposoma“, spiega il genetista a LaSalute di LaPresse, alludendo all’insieme di esposizioni ambientali, fisiche, chimiche, sociali e comportamentali che un individuo subisce nel corso della vita.


La ricerca sui giovani, tra punti di forza e di debolezza

L’analisi integra due grandi coorti indipendenti: la UK Biobank, con oltre 154.000 partecipanti, e il programma statunitense All of Us Research Program, con oltre 10.000 soggetti. “La validazione dei risultati in popolazioni differenti rappresenta un punto di forza. È tuttavia opportuno ricordare che la metodologia impiegata è ancora in fase di consolidamento e richiede ulteriori validazioni indipendenti. L’aspetto più innovativo riguarda il concetto di ‘age gap’, cioè la differenza tra età biologica ed età cronologica. Per stimarlo vengono utilizzati diversi orologi biologici, basati su parametri clinici, metabolomici e proteomici”, sottolinea Novelli.

Age gap: il nuovo indicatore

L’age gap misurerebbe gli effetti cumulativi delle esposizioni biologiche, ambientali e comportamentali che si accumulano nel corso della vita. “In questa prospettiva, l’indicatore sintetizza la storia biologica dell’organismo, offrendo una lettura complessiva dell’interazione tra patrimonio genetico ed esposizioni ambientali. Di particolare interesse è anche l’analisi dell’invecchiamento organo-specifico, che evidenzia un’associazione tra invecchiamento del sistema immunitario e tumore del polmone a esordio precoce, nonché tra invecchiamento del tessuto adiposo e carcinoma colorettale”, continua il genetista. 

Stando alla ricerca, i nati tra il 1965 e il 1974 presentano un incremento del 23% dell’age gap rispetto ai nati tra il 1950 e il 1954. Inoltre ogni incremento di una deviazione standard dell’età biologica risulta associato a un aumento dell’8% del rischio di tumori solidi precoci. Le associazioni più evidenti riguardano il tumore del polmone, i tumori gastrointestinali e quelli dell’utero.

“Questi dati devono tuttavia essere interpretati con prudenza. Lo studio è osservazionale e non consente di stabilire un rapporto di causalità. Nonostante gli aggiustamenti statistici effettuati dagli autori, non è possibile escludere completamente la presenza di fattori confondenti”, scandisce l’esperto.

L’age gap rappresenta un indicatore statistico di invecchiamento biologico e non una misura individuale “né, tanto meno, una diagnosi. Esistono inoltre altri elementi che suggeriscono cautela. Le popolazioni studiate sono prevalentemente caucasiche e questo limita l’estensione dei risultati ad altri gruppi etnici e a differenti contesti socioeconomici. Anche i modelli proteomici utilizzati per stimare l’invecchiamento organo-specifico derivano, almeno in parte, dalla stessa coorte successivamente analizzata, introducendo un potenziale elemento di circolarità metodologica. Infine, la durata del follow-up, pur adeguata, rimane relativamente breve rispetto alla storia naturale dei tumori a esordio precoce”.


I giovani stanno davvero invecchiando più in fretta?

Per Novelli “l’affermazione secondo cui ‘i giovani stanno invecchiando più in fretta’ è efficace sul piano giornalistico, ma rischia di trasmettere un messaggio eccessivamente deterministico. Lo studio non dimostra che le nuove generazioni siano biologicamente destinate a invecchiare più rapidamente. Mostra invece un’associazione statistica che richiede ulteriori conferme”.

E allora? “Lo studio apre prospettive di ricerca rilevanti. L’identificazione dell’age gap come possibile marcatore di rischio, se confermata, potrebbe favorire lo sviluppo di strategie di prevenzione più personalizzate. Ancora più rilevante è l’osservazione secondo cui tale indicatore appare indipendente sia dai principali fattori genetici sia dalla lunghezza dei telomeri, suggerendo il possibile contributo di fattori ambientali, epigenetici e comportamentali. Allo stesso tempo, l’impiego di biomarcatori clinici e metabolomici potrebbe contribuire, in futuro, allo sviluppo di strumenti di monitoraggio dell’invecchiamento biologico nelle popolazioni a rischio”.

Per lo scienziato italiano “lo studio è metodologicamente solido. Siamo tuttavia ancora in una fase preliminare. I risultati richiedono conferma attraverso studi longitudinali, con misurazioni ripetute dell’invecchiamento biologico e condotti su popolazioni più ampie e diversificate. La ricerca futura dovrà chiarire se l’age gap rappresenti un semplice marcatore associato ai fattori di rischio già noti oppure un vero mediatore causale del rischio tumorale precoce”.

C’è poi un altro elemento interessante: l’invecchiamento biologico viene considerato “una dimensione dinamica, risultante dall’interazione tra predisposizione genetica, fattori ambientali e stili di vita”. Se questi risultati saranno confermati, l’age gap potrà contribuire a identificare soggetti a maggiore vulnerabilità biologica e favorire lo sviluppo di strategie di prevenzione sempre più personalizzate, conclude Novelli.


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 Margherita Lopes

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